Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Le conseguenze dei race riots

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I race riots nelle città americane sono spesso affari piuttosto limitati.

I media parlano in genere di qualche migliaio di dimostranti pacifici, ma i partecipanti agli incidenti veri e propri, gli scontri attivi con la polizia, gli assalti a proprietà private e i saccheggi, sono qualche centinaio. Se si guardano con attenzione i video (ricordo di averlo fatto ai tempi della “rivolta” di Ferguson, in Missouri, qualche anno fa, ora a Minneapolis non saprei) è possibile riconoscere gruppi di individui, in genere maschi non solo neri, sempre gli stessi, che si spostano di qua e di là. Sono anche affari piuttosto auto-punitivi. A essere colpiti dalla violenza sono obiettivi sotto casa, in questo caso la locale stazione del Police Department incendiata dopo essere stata opportunamente abbandonata,  i negozi circostanti, qualche grande magazzino di catena, questo sì di proprietà “straniera”. Nel complesso l’orizzonte della violenza non esce dal quartiere.

E tuttavia i riots fanno notizia, bucano la routine del news cycle, portano le proteste e le fiamme e le sirene e i tafferugli sotto gli occhi di tutti, evidenziano i problemi, i comportamenti sconsiderati e omicidi di certi poliziotti e la sottostante tensione razziale. Mettono a nudo le complicità delle strutture bianche del governo locale, quando sono bianche. Fanno esplodere le contraddizioni in quelle città in cui il capo della polizia, come a Minneapolis, o il sindaco stesso, come nella twin city di Minneapolis, St. Paul, sono essi stessi neri, e allora la cosa è un po’ più complicata. Sollecitano riflessioni sulle radici di tanta rabbia, le radici specifiche e quelle generali, il razzismo sistematico e di lungo periodo, la storia drammatica – “it is about 400 years”, una storia che dura da 400 anni, ha detto Jacob Frey, il sindaco (bianco) di Minneapolis. Sollecitano provvedimenti riparatori e forse, chissà, qualche intervento riformatore non banale.

Questa è una delle conseguenze dei riots, una conseguenza che hanno sempre avuto.

Le rivolte urbane a base razziale degli anni sessanta, molto più grandi e violente di quelle di oggi, con decine di morti ogni anno, altrettanto inward-looking negli effetti immediati (alcuni quartieri o alcune città hanno avuto serie difficoltà a riprendersi dalle devastazioni), hanno fatto senza dubbio la loro parte nel provocare un’ondata di importanti riforme sociali, l’estensione del welfare, il miglioramento delle scuole, l’affirmative action, le politiche clientelari e infine di partecipazione elettorale da parte del partito democratico di Lyndon Johnson. Un riot, diceva Martin Luther King, è “la lingua di chi non è ascoltato”. Era così evidente che le cose stessero così, che c’erano attivisti e intellettuali, community organizers e sociologi radicali che lo dicevano in chiaro: per farsi ascoltare, per ottenere qualcosa i poveri e le minorities devono rendere ingovernabile la città nel modo più eclatante possibile.

Naturalmente al mondo non ci sono solo loro, i protagonisti delle proteste vivaci nelle strade e di certe riforme progressiste nei governi. Sarebbe troppo semplice. Ci sono anche gli abitanti dei quartieri adiacenti o anche un po’ più lontani, bianchi di vecchia generazione o appartenenti a etnìe di più recente immigrazione che si sentono minacciati da ciò che accade davanti a loro, vicino a loro o che vedono in televisione. E che hanno paura. Non sono ricchi, i ricchi vivono altrove, in quartieri ben protetti, in un altro mondo. Sono piuttosto proletari o ceti medio-bassi. Hanno i loro problemi e magari sono anche, come accade a tutti, persino a persone di colore, ma di un colore un po’ diverso, sotto sotto un po’ razzisti. Qui le rivolte generano sospetti e ostilità, radicalizzano le opinioni, le posizioni politiche, il voto.

Dopo le grandi rivolte degli anni sessanta, era così evidente che le cose stessero così che c’erano politici e intellettuali conservatori che lo dicevano in chiaro: si rivolgevano alla “maggioranza silenziosa” contro le minoranze rumorose e violente, invocavano “legge e ordine”, blandivano l’elettorato bianco. Su queste parole d’ordine hanno costruito le fortune popolari del partito repubblicano di Richard Nixon e Reagan, dei movimenti della nuova destra, della National Rifle Association e della diffusione di armi da fuoco in mani private. I drammatici fatti di Los Angeles del 1992 e altri successivi fino a oggi hanno periodicamente mantenuto fresca la memoria e confermato il trend. L’appello a “legge e ordine” con implicazioni razziali è rimasto centrale nel vocabolario repubblicano. Lo è, naturalmente, in quello di Donald Trump.

Questa è un’altra delle conseguenze dei race riots, la polarizzazione politico-elettorale .

Categorie:Diritti civili, violenza

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2 risposte

  1. o forse è vero (anche) il contrario: le attuali “race riots” sono conseguenza della rampante polarizzazione politico-elettorale…e poi, seguendo dall’interno quanto va montando in Usa, mi sembra che stavolta sia superata anche la caratteristica di “race”: la partecipazione attiva va alllargandosi a dismisura, anche rispetto alle piccole città di provincia e alla quantità di persone di ogni background in piazza adesso, e sempre più si parla di dictatorship strisciante e peggio (non solo su twitter)…

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  2. “Anche”, sì. Grazie per il commento.

    Ho scritto su FB: Dice Ezra Klein che la rivolta degli anni 1960s incontra la polarizzazione politica e la crisi istituzionale del presente. Potrei aggiungere: gli anni 1960s incontrano infine gli effetti di lungo periodo degli anni 1960s? Si chiude il cerchio? Dovrebbe aprirsene uno nuovo.

    “Dictatorship” esprime forse pulsioni e istinti di Trump, nel mondo reale credo sia un fantasma.

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