Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il diavolo e Saul Alinsky: come organizzare una comunità, rompere le scatole al potere, e vivere felici

Schermata 2014-01-03 a 12.24.31Siamo al paradosso. Da un paio d’anni, a rivitalizzare alle radici il partito laburista britannico, Ed Milliband ha chiamato l’attivista americano Arnie Graf. Ma come, uno yankee alla corte del Labour? Per capire questo evento, la cui eco è rimbalzata anche in Italia, conviene dare un’occhiata alla tradizione da cui è nato. In un articolo sul Guardian, Graf ha esposto le sue idee: “per cambiare il paese, dobbiamo prima cambiare il partito”. Far politica in modo nuovo. “Non la vecchia politica di fare le cose per il popolo, dall’alto verso il basso. Ma una politica di trasformazione per il bene comune dal basso verso l’alto, che dia alla gente il potere e la responsabilità di avere più controllo sulla sua vita, il suo lavoro e la sua comunità”. Il maestro di questo approccio organizzativo, non top-down bensì from-the-bottom-up, è un altro americano (e, come il suo allievo Graf, un americanissimo Jewish-American) – Saul Alinsky, vissuto nel cuore del Novecento.

Per conoscerlo, si può partire dal suo testo più famoso, Rules for Radicals: A Practical Primer for Realistic Radicals, pubblicato nel 1971, un anno prima della sua morte. Qui Alinsky mira in alto, comincia con parole grosse. Scrive nell’introduzione: “Ciò che segue è per coloro che vogliono cambiare il mondo da quello che è a quello che credono dovrebbe essere. Il Principe fu scritto da Machiavelli per gli Haves su come mantenere il potere. Rules for Radicals è scritto per gli Have-Nots su come prenderselo”. E fra le citazioni in esergo, dopo Rabbi Hillel (“dove non ci sono uomini degni, sii tu l’uomo degno”) e Tom Paine (“chiamatemi pure ribelle…”), ne mette una di suo pugno in onore del “primissimo radical” noto all’umanità che si è ribellato con successo all’establishment – Lucifero. Insomma Machiavelli e il diavolo per gli Have-Nots, per coloro che “non hanno” potere sociale, economico, politico.

Il libro è il distillato di quarant’anni di riflessione e di pratica come community organizer, a Chicago soprattutto, ma poi anche nel resto del paese. Di Chicago, Alinsky era un figlio genuino. Era nato nel 1902 da immigrati ebrei russi nel South Side proletario della città. Si era formato nel famoso dipartimento di sociologia urbana della locale università d’élite, la University of Chicago. Come ricercatore aveva studiato il retroterra sociale di Al Capone e delle gang giovanili. Come attivista, negli anni della Grande depressione, si era fatto le ossa intervenendo nei quartieri poveri e immigrati che conosceva bene. Con l’aiuto dei sindacati, di esponenti della Chiesa cattolica, del clero protestante e di ricchi filantropi liberali, aveva infine creato, nel 1941, la Industrial Area Foundation (IAF) ­– una fondazione privata con cui intendeva fare scuola e replicare altrove queste esperienze.

Da allora, gli attivisti da lui addestrati sono stati presenti nei luoghi caldi delle lotte sociali americane. Sono stati all’origine del sindacato dei braccianti agricoli in California, quello di Cesar Chavez. Hanno collaborato con il civil rights movement, con il Black Power, con i movimenti dei poveri di diverse razze e etnie. Le sue idee sono state discusse dalla stampa nazionale, con fascinazione e repulsione per i suoi metodi da street fighter – comunque facendo loro pubblicità. Nel 1969 ha scritto su di lui la sua tesi di Bachelor una giovanissima Hillary Rodham, non ancora Clinton, che lo collocò nella grande corrente del radicalismo democratico americano, da Walt Whitman a Martin Luther King. Negli anni ottanta il giovane Barack Obama ha lavorato in uno dei suoi progetti, e  frequentato un training center della IAF dove ha avuto conosciuto lo stesso Graf. (E la destra continua ad attaccare Obama e Hillary per questa “macchia” nella loro educazione politica.)

Quale fosse la sua filosofia lo racconta il giornalista ed ex-allievo Nicholas von Hoffman. Alinsky era un uomo pragmatico, poco interessato alle vittorie morali e alle cause perse; capiva la realtà del potere e i compromessi necessari per ottenere risultati concreti. Era un duro combattente: faceva venire la pelle d’oca agli amanti dell’ordine che, nella loro paranoia, lo vedevano “come Lenin alla Stazione Finlandia”. Ma era tutt’altro che comunista o socialista. Non era anti-capitalista, era sospettoso delle big corporations ma anche del big government, era un anti-totalitario alla George Orwell. Era in contatto con le charities religiose e, da ebreo agnostico, con il filosofo cattolico francese Jacques Maritain (che gli fece incontrare il cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI). Era un democratico libertario e ottimista: voleva una democrazia in cui i lavoratori e i senza-potere partecipino alle decisioni li riguardano.

Per mobilitare i senza-potere servivano i community organizers, e questa era la sua specialità. Che cosa sia un community organizer Alinsky lo spiega in termini generali in una intervista a Playboy del marzo 1972 (quando tutti si leggeva Playboy soprattutto per le sue lunghe interviste). E’ presentato come uno dei grandi leader americani della sinistra non-socialista, un signore occhialuto e ben vestito “che sembra un ragioniere e parla come uno scaricatore di porto”. E dice: “I miei critici hanno ragione quando mi chiamano un outside agitator. Quando una comunità è disperata e indifesa, c’è bisogno di qualcuno che venga da fuori e smuova le acque. Questo è il mio compito – scuoterli, spingerli a fare domande, insegnar loro a smettere di parlare e a cominciare ad agire, perché i potenti non sentono con le orecchie ma solo con i calci nel sedere”. Scuole, case, servizi pubblici e posti di lavoro migliori si ottengono solo così.

In Rules for Radicals, Alinsky entra nei dettagli pratici. Dice ai giovani impazienti degli anni sessanta: il lavoro del community organizer è lungo e paziente. Non servono infantilismi trasgressivi che provocano solo rigetto (non insultate la bandiera, tagliatevi i capelli, e certo non arrivate con un panino al prosciutto in un quartiere di ebrei ortodossi). Bisogna rispettare i costumi della comunità, esserne accettati. Studiarne la composizione, le dinamiche, ascoltarne i problemi. E poi cercare di trasformare l’apatia e lo scontento informe in protesta unitaria, con la partecipazione diretta e l’auto-organizzazione dei residenti, valorizzando la loro dignità di esseri umani. Puntare su risultati tangibili, che diano fiducia nell’efficacia dell’azione. Agire con spregiudicatezza, con tutti i mezzi, su e contro le autorità locali. Essere visti dall’establishment come un “nemico pericoloso” – questo è il segno del successo, il “certificato di nascita” a cui mirare.

L’organizer ideale deve avere una personalità elastica, in effetti una personalità doppia. E’, per molti versi, “un ben integrato schizoide politico”. Inizia l’azione ma non è un leader che cerca potere per sé; piuttosto, crea le condizioni perché altri acquistino potere, perché altri acquistino le competenze necessarie per diventare leader della loro comunità. Nel pieno dell’azione deve radicalizzare il conflitto, convincersi e convincere di avere ragione al 100%; ma è pronto al negoziato, sapendo che il 10% di ragione portata a casa è già una vittoria. Si impegna a lungo su una piccola questione, un dettaglio nel grande quadro del mondo; ma per dare un senso all’impegno, deve avere almeno una mezza idea di un mondo migliore. Tuttavia non è un dogmatico, non ha bisogno della sicurezza di “un’ideologia o una panacea”; solo così non rischia di disintegrarsi nella delusione e nel cinismo.

Un santo, dunque? Il diavolo viene fuori nelle tattiche di lotta. I problemi sociali sono complessi, è difficile trovarne con precisione i responsabili, sapere con chi prendersela. L’organizer semplica le cose e individua un colpevole: lo personalizza, gli dà un nome e una faccia, lo rappresenta come il male, lo isola, lo ridicolizza, ne fa a sua volta “il nemico”. E poi polarizza lo scontro, cristianamente: “Chi non è con me è contro di me” (Luca 11:23). Rompe le regole, ma costringe il nemico a rispettare le proprie regole. Mantiene costante la pressione, non dà tregua. E infine: “Il potere non è solo quello che hai, ma anche quello che il nemico pensa che tu abbia”. Se l’organizer ha a disposizione un grosso movimento, che sfili in parata, si faccia vedere; se i numeri sono minori, che si tenga in ombra e faccia baccano, si faccia sentire. E se i numeri sono proprio piccoli – che faccia atti clamorosi, diffonda la sua puzza.

A proposito di puzza. C’è anche una componente giocosa e gioiosa in queste attività. L’organizer deve avere senso dell’umorismo (“Questa è una generazione triste e solitaria. Ride troppo poco, e ciò è tragico”). E le tattiche migliori sono anche divertenti, danno felicità a chi partecipa, e sorprendono l’avversario. Alinsky immagina azioni un po’ goliardiche, alla Animal House. Perché non disturbare una serata alla Symphony Hall mandandovi, con regolare biglietto, un centinaio di persone – dopo averle fatte cenare a fagioli? Sarebbero “bombe puzzolenti naturali”. Le stink bombs sono illegali. Ma può la polizia mettere fuori legge delle funzioni fisiologiche? Può il teatro annunciare al mondo che i concerti non devono essere interrotti da farts, da scorregge? Si coprirebbero tutti di ridicolo. E dopo la prima volta, basta la minaccia di ripetere l’impresa (che Alinsky chiama fart-in) per gettare nervosismo in sala. Basta la comunicazione.

La comunicazione è, com’è ovvio, fondamentale. Lo è per l’organizer, che deve comunicare efficacemente con la sua gente e con il pubblico: se non sa farlo, è come se non ci fosse, diventa una cosa inutile. E lo è per la gente organizzata: è uno strumento di  lotta da usare con perizia, e dà un sacco di soddisfazioni, un senso di empowerment personale, di potere. Per esempio, racconta Alinsky: un uomo che vive in uno slum, di solito ignorato da tutti, si ritrova a partecipare a una dimostrazione davanti a City Hall, a inveire contro il sindaco per qualcosa che non va. Per la prima volta in vita sua ci sono telecamere e microfoni che lo cercano, gli chiedono come si chiama e che cosa pensa della faccenda. Nessuno gliel’ha mai chiesto! D’improvviso si sente al centro dell’azione, si vede in televisione, e gli piace. “Ciò è parte dell’avventura, parte di ciò che è così importante nel farsi coinvolgere in attività organizzative”.

Tutto ciò, naturalmente, non è una novità. Queste tattiche di mobilitazione del conflitto sono state (e sono) usate da ogni agitatore, gruppo, gruppuscolo e movimento, da ogni sindacato – e da ogni partito di massa, almeno al momento della nascita. In ogni paese. Negli Stati Uniti qualcosa di loro è rimasto nelle campagne grassroots dei sostenitori di Obama. E a profittarne non è stata solo la sinistra, ma anche la radical right popolare fino, di recente, ai Tea Party e alla lotta contro la riforma sanitaria. Far “assaggiare un po’ del suo Alinsky” a Obama è un desiderio e un obiettivo della destra Repubblicana. E va detto: quando alcune di queste tattiche escono dalla politica di strada e giungono in quella mainstream, lo spettacolo non è carino. La semplificazione delle issues, la personalizzazione e ridicolizzazione dell’avversario trasformato in nemico, non fanno che incarognire la vita pubblica (come sappiamo bene anche noi).

D’altra parte, che la lezione from-the-bottom-up di Alinsky sia riscoperta oggi da partiti al di fuori degli Stati Uniti, la dice lunga sulla rottura della loro memoria storica. E’ un po’ come quei giovanotti che, per re-imparare le ricette di cucina dei nonni, si comprano un manuale how-to su Amazon. Che sia riscoperta da un partito di portata nazionale come il Labour, tuttavia, può darle più respiro politico. Il limite del suo approccio era il localismo. Come già diceva la studentessa Hillary nel 1969 (della sua tesi si può vedere la versione originale, battuta male a macchina come un pezzo di nostalgico modernariato), Alinsky stesso cominciava a capire la “natura anacronistica” delle piccole organizzazioni conflittuali di comunità. I centri di potere locale erano sempre più dispersi e inafferrabili, e in parte svuotati dalla centralizzazione del potere federale. Per lavorare al cambiamento sociale – era forse necessario arrivare ad agire sul governo nazionale, con strumenti organizzativi nazionali.

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