Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Non c’è più la libertà di una volta

Schermata 2014-01-01 a 16.18.29“Questa è l’ultima generazione libera. L’intreccio fra i sistemi di governo e l’information apartheid è tale che nessuno di noi, entro appena un decennio,  sarà più in grado di sfuggirgli”. Così dice Julian Assange, il profeta di WikiLeaks.

Ora questa è una notizia. Non tanto per le generazioni future. Quanto e soprattutto (e qui mi interessa soprattutto) per noi. Siamo dunque una generazione libera, ancorché l’ultima. Perché nessuno dei nostri profeti preferiti ce lo ha mai detto prima? Perché non ce lo dicono in corso d’opera, che così ce la godiamo almeno per un po’, la libertà?

Perché non l’hanno detto a noi italiani, per esempio, che ora pensiamo di vivere nella degenerazione della democrazia, nell’autunno della repubblica. Rimpiangendo i bei tempi andati dell’estate repubblicana. Quando però ci raccontavano – e maledizione, sì, ci abbiano creduto – che quello era il trionfo del malgoverno democristiano e della finta democrazia del neo-capitalismo.

C’era libertà, allora? Ma non era il regime della stampa padrona, della repressione poliziesca, di Gladio e del doppio stato? Del dominio dell’imperialismo americano? La libertà, a molti, sembrava abitare altrove, non nel mondo sedicente libero – e nel passato, ai tempi della Resistenza. (Sempre altrove, sempre in un altro tempo.)

Be’, si fa presto a dire Resistenza. Gli ideali di libertà della Resistenza, lo sapevamo bene, sono durati finché sono rimasti ideali. Cioè finché la libertà non c’era, sotto il tallone insanguinato dello straniero nazista. Appena finita quella breve fase, è cominciata quella lunga del tradimento della Resistenza, delle svolte autoritarie. Mai un attimo di tregua, di tranquillità.

Ma a parte l’Italia, quand’è che s’era liberi – e magari qualcuno dei nostri ci ha avvertito? Quale è stata la prima generazione libera, essendo questa l’ultima? Si vorrebbe – non dico una data, ma un periodo storico, anche esteso, che segni una cesura, annunci un inizio. Tom Paine, nel 1776, pensava che sarebbe stata la generazione che stava fondando la nuova repubblica americana.

Anche Paine faceva la sua geremiade, il lamento su un lost world. La libertà, diceva, è stata cacciata ovunque, dall’Asia, dall’Africa, dall’Europa e infine dall’Inghilterra. Quella libertà che, evidentemente, prima di esserne cacciata, era fiorita in tutti questi luoghi – dove esattamente? E per quanto, per secoli? Per millenni? Lui aveva tuttavia una speranza per il Nuovo mondo e per l’intera umanità: l’America.

Ma anche l’America (lo sappiamo bene, no?) da allora si è rovinata, generazione dopo generazione. Altro che progresso, altro che trionfo della libertà. I nostri profeti preferiti non ci hanno mai dato respiro: dalla fine dell’ancien régime in poi, è stata tutta una catastrofe, una parabola in discesa. Che ci fosse qualcosa da godere ce l’hanno sempre detto dopo, a babbo morto.

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