Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Con la massima partecipazione possibile: la guerra alla povertà di Lyndon Johnson, cinquant’anni fa.

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Combattere la povertà ed espandere il welfare state tramite la partecipazione dal basso: questa era una delle cifre più interessanti della War on Poverty lanciata dal presidente Lyndon B. Johnson esattamente mezzo secolo fa – l’8 gennaio 1964. Era il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, e Johnson annunciò: “Questa amministrazione oggi, qui e ora, dichiara una guerra senza quartiere alla povertà in America. Chiedo al Congresso e a tutti gli americani di unirsi a me in questo sforzo”. Aggiunse: “la guerra contro la povertà non sarà vinta qui a Washington. Deve essere vinta sul campo, in ogni casa, in ogni ufficio pubblico, dalle istituzioni locali fino alla Casa Bianca”.

La War on Poverty, così come si concretizzò nell’Economic Opportunity Act, la legge approvata alla fine di agosto di quell’anno, aveva un duplice scopo. Da una parte, esplicitamente, intendeva dare una risposta alla miseria e alla crescente inquietudine sociale, in particolare nei ghetti neri urbani. Dall’altra, implicitamente, cercava anche di integrare nel sistema politico, e cioè nel blocco elettorale del partito del Presidente, quello Democratico, le masse di afro-americani che nei decenni precedenti erano migrate dalle campagne del Sud verso le città settentrionali. Qui, nelle città del Nord, esse costituivano un serbatoio di nuovi voti, ma erano rimaste estranee alla vita politica.

Per coinvolgere questi cittadini, Washington decise di scavalcare gli enti di governo decentrati, che nel sistema federale americano gestiscono i servizi di welfare. I politici che li controllavano e gli apparati di partito a cui facevano riferimento (e spesso di trattata proprio del partito Democratico) erano espressione di interessi consolidati, legati a gruppi etnici bianchi; gestivano le spoglie del potere municipale e statale ed erano restii a integrarvi i nuovi arrivati. L’amministrazione federale decise dunque di rivolgersi direttamente ai poveri, offrendo loro la possibilità di prendere essi stessi l’iniziativa nello scuotere la passività di governanti e burocrati locali – contando, in cambio, di conquistarne la fedeltà elettorale.

Gli aspetti qualificanti, e per molti versi originali, di questa impresa erano tre.

In primo luogo, l’Economic Opportunity Act non proponeva di modificare la legislazione esistente sul welfare, ma di creare strumenti di attivizzazione degli utenti e dei potenziali utenti dei servizi sociali gestiti localmente. Elemento centrale era la costituzione di agenzie autonome chiamate Community Action Agencies, collocate nei quartieri e nelle aree più povere e finanziate direttamente dal governo federale. Queste agenzie dovevano far emergere e coordinare i talenti e le risorse disponibili in loco, organizzare la comunità intorno a un programma specifico (un Community Action Program) per combattere la povertà a casa loro, e poi imporlo agli uffici pubblici.

Le Community Action Agencies dovevano aumentare la pressione sulle burocrazie governative affinché le loro richieste fossero soddisfatte. Spiegò il sociologo Nathan Glazer, più tardi critico del progetto ma allora consulente della Casa Bianca: “Il modo più efficace per migliorare i servizi è attaccarli dall’esterno piuttosto che cercare di riformarli dall’interno. Quando gli enti locali si lamenteranno che il denaro federale venga usato per attaccare loro e i loro servizi, l’amministrazione federale potrà facilmente rispondere: ma questo è il solo modo per farvi adempiere al vostro compito”.

In secondo luogo, c’era in quell’approccio una profonda sfiducia nella burocrazia che gestiva i servizi di welfare. Sfiducia, come disse uno degli estensori della legge, in un sistema assistenzale disumanizzante; sfiducia nelle “crescenti costrizioni imposte dalle strutture professionali al lavoro di assistenza sociale”. I social workers che operavano gli uffici esistenti erano giudicati troppo middle-class, troppo bianchi, troppo paternalistici, troppo estranei, per essere accettabili ai poveri – e anch’essi furono scavalcati. Ciò suscitò il loro risentimento. Si sentirono offesi nella dignità professionale. Si consideravano dei riformatori sociali, e invece erano trattati come parte dell’establishment, al pari dei party bosses.

In effetti, i social workers erano nati a fine Ottocento come social reformers, attenti agli aspetti e alle cause strutturali della povertà. Poi, per varie ragioni, nei decenni successivi avevano sempre più adottato l’approccio psicologico e frammentato, concentrandosi sui singoli caseworks e sui problemi individuali di adattamento. Agli inizi degli anni sessanta, nei ghetti d’America, si era così insediato una sorta di “colonialismo assistenziale”, in cui il rapporto fra operatore sociale e utente era paragonabile a quello fra “investigatore” e “deviante”. Il paragone fu fatto dal giornalista Charles Silberman nel libro Crisis in Black and White (1964). Era stato anche cantato e ballato nel film West Side Story (1961).

In terzo luogo, e infine, l’Economic Opportunity Act richiedeva, con una formula che sarebbe diventata celebre e oggetto di varie interpretazioni, che i Community Action Programs fossero “sviluppati, condotti e amministrati con la massima partecipazione possibile dei residenti delle aree e dei membri dei gruppi serviti”. Ma che cosa significava partecipazione? Se ne discusse all’interno dell’Office of Economic Opportunity, l’ufficio federale creato per amministrare la legge, quando si trattò di rendere il concetto operativo. C’erano almeno due scuole. La prima diceva che i residenti dovevano lavorare nei programmi, essere assunti in ruoli di secondo livello, fungere da “interpreti” con la comunità.

Ma era la seconda scuola a essere più impegnativa, e legata in qualche modo alla tradizione dell’attivismo radicale di Saul Alinsky: diceva che i residenti dovevano partecipare al processo decisionale, essere presenti negli organi di gestione insieme ai rappresentanti delle istituzioni e di altre associazioni cittadine. Ma quanti di loro dovessero sedere in quegli organi (almeno un terzo dei membri, specificò poi un emendamento alla legge), quali i metodi di reclutamento (elezioni? cooptazione?) e le caratteristiche dei reclutati (leader “naturali” o “esperti” provienti dalla comunità?) – la questione non fu mai chiarita davvero. Per qualche tempo, ogni agenzia si comportò a modo suo, a seconda delle condizioni locali.

Il rischio principale fu indicato proprio da Alinsky (su di lui, un mio precedente post), la cui organizzazione partecipò solo saltuariamente a qualche programma. E il rischio era che i reclutati fossero “esemplari della cultura della povertà scelti con cura dai poteri politici dominanti”. Alinsky era, per usare un eufemismo, molto critico. Definì l’intera operazione “pornografia politica” – un colossale caso di clientelismo avvolto in “stronzaggine arrogante, ipocrita, falsa e moralistica”. A Sargent Shriver, il kennedyano che guidava l’Office of Economic Opportunity, e che si vantò di aver fatto di più per i neri in 25 mesi che Alinsky in 25 anni, rispose: “E’ la verità. Noi non abbiamo mai fatto niente per i neri; noi abbiamo lavorato con loro”.

La storia, tuttavia, si rivelò più complessa e interessante di così. La racconto in un vecchio articolo di tanti anni fa, che si può leggere qui.


Post scriptum. “For the first time in the history of America this can be done.” Questo è lo spot elettorale con cui Lyndon Johnson, in nome della War on Poverty, chiedeva di essere confermato in carica alle elezioni presidenziali del 1964. E quello che segue è il testo, letto dalla voce narrante su una sequenza di fotografie di miseria infantile, in un bianco e nero sgranato da Grande depressione – con una chitarra blues in sottofondo.

“Poverty is not a trait of character. It is created anew in each generation but not by heredity: by circumstances. Today, millions of American families are caught in circumstances beyond their control. Their children will be compelled to live lives of poverty unless the cycle is broken. President Johnson’s war on poverty has this one goal: to provide everyone a chance to grow and make his own way, a chance at education, a chance at training, a chance at a fruitful life. For the first time in the history of America this can be done. Vote for President Johnson on November 3rd. The stakes are too high for you to stay home.”

Categories: partecipazione

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