Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Negli Stati Uniti gli elettori indipendenti sono i più estremisti

independent-voters3Pubblicato su Mente politica di sabato 16 aprile 2016

Gli elettori che si considerano “indipendenti” rispetto ai partiti sono molto aumentati, nell’ultimo decennio. La loro quota era intorno al 30% dieci anni fa, oggi si avvicina o supera il 40%, a seconda della marca di sondaggi che prendete in considerazione – e qui sotto trovate due tabelle autorevoli, un po’ diverse ma convergenti, quella di Gallup e quella del Pew Research Center. Parallelamente, com’è ovvio, si è ridotta la quota degli elettori strettamente partisan, sia democratici (che comunque ballano intorno al 30%) che soprattutto repubblicani (scesi intorno o sotto il 25%).

gallupparties

IndieVoters _Pew_Schermata

Com’è possibile che gli indipendenti siano così cresciuti in un elettorato che, lo diciamo tutti, nello stesso periodo si è polarizzato (vedi un post precedente), spaccato in due, irrigidito secondo linee ideologiche e di partito? Non dovrebbero essere gli indipendenti un elemento di moderazione nel sistema bipartitico, un’area di elettori non impegnati e incerti fra i due partiti che aspettano di essere convinti dall’uno o dall’altro, a seconda delle circostanze, dei programmi, delle personalità in gioco? Non dovrebbero essere dei swing voters centristi che spingono i due partiti principali a convergere al centro per conquistarli e vincere in gloria le elezioni?

No, non è così. O almeno non è più così, secondo alcune convincenti analisi. Alcuni dati li trovate qui.

In realtà gli indipendenti partecipano e contribuiscono alla polarizzazione, anzi la esasperano perché sono più radicali, più ideologicamente estremi degli altri. Solo un quarto di loro corrisponde allo stereotipo dei moderati up for grab al centro (un altro quarto è di persone confuse, come accade in tutti i gruppi umani). Ma ben la metà è fatta di “partigiani nascosti” – che votano sempre per lo stesso partito pur facendo a meno dell’etichetta (il 15%) oppure che sono troppo di sinistra o di destra, troppo liberal o troppo conservatori per il partito di riferimento e lo votano come male minore, con poca o nessuna passione (e sono il 37%, quasi i due quinti).

Sono gli indipendenti di quest’ultima categoria, la più numerosa in termini relativi, ad aver contribuito alla polarizzazione – e a giocare un ruolo importante nelle primarie in corso, in cui hanno trovato dei campioni per cui appassionarsi. Nelle primarie repubblicane e in quelle democratiche che si sono tenute finora, laddove si sia trattato di primarie aperte, gli indipendenti sono stati fra un quarto e un terzo degli elettori. Quelli repubblicani si sono divisi equamente fra Donald Trump e Ted Cruz, spingendo a destra la scena politica ma annullando il loro potere di scelta della persona. Non così quelli democratici che hanno votano alla grande per Bernie Sanders.

E’ agli indipendenti che Sanders deve il suo successo. Come mostra la tabella qui sotto, i loro suffragi costituiscono una parte solida del suo bottino elettorale. In otto stati sono almeno il 40% o più dei suoi voti, in tre stati ne sono quasi la metà. Secondo calcoli più complicati, in almeno tre stati (New Hampshire, Oklahoma, Michigan) sono decisivi per la sua vittoria contro Hillary Clinton. Nelle primarie del Wisconsin vinte da Bernie il 5 aprile scorso, troppo recenti per essere comprese nella tabella, gli indipendenti hanno votato per lui al 72% – una percentuale per molti versi tipica, ricorrente.

imrs

Gli elettori indipendenti di questo tipo sono dunque una benedizione per Sanders, così come lo sono per Trump e Cruz. Che lo siano anche per i rispettivi partiti è una scommessa, perché non è affatto detto che alle elezioni generali votino tutti per i loro candidati, se non saranno quelli desiderati. Per ciò che riguarda i democratici, secondo un recente sondaggio un quarto dei sostenitori di Bernie non voterebbe Hillary, qualora fosse lei la nominee (viceversa, il 14% dei sostenitori di Clinton non voterebbe Sanders). I Berniecrats, come si fanno chiamare quelli che dicono #bernieorbust, Bernie o niente, promettono di boicottare il partito che d’altra parte amano poco o affatto. Ma è presto per dire.

Nel frattempo, nell’immediato futuro, gli indipendenti pro-Bernie hanno ancora il problema opposto, il problema di crash the party, di entrare nel partito, nelle primarie che restano. In particolare in quelle da cui in teoria sarebbero esclusi perché sono primarie chiuse. Per parteciparvi dovete essere registrati come democratici, c’è poco da fare. E dovevate pensarci in tempo. Per esempio nelle decisive primarie di New York della settimana prossima, la procedura di registrazione si è conclusa nell’ottobre scorso – un secolo fa. Ora non resta che protestare, chiedere a gran voce primarie aperte, chiedere di cambiare le regole del gioco a pochi giorni dal voto.

screen-shot-2016-04-08-at-3-13-20-pm

 

Categories: campagna elettorale, Electoral process, Elezioni

Tags: , , , ,

1 reply

Trackbacks

  1. Le primarie piacciono aperte, o chiuse, a seconda delle convenienze | Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s