Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Classroom: alcune poesie di Langston Hughes (1902–1967)

tumblr_mhjz6cDJtc1qgtqgzo1_400Alcune poesie, con tentativi di traduzione italiana, dello scrittore e attivista afro-americano Langston Hughes (1902–1967) – qui in una fotografia del 1932 di Carl Van Vechten.

La traduzione della prima e più lunga composizione, “Let America Be America Again”, non avendo trovato altro – è la mia. Per le altre mi sono invece servito di Langston Hughes, Poesie, a cura di Stefania Piccinato (Lerici, 1968) – per “My People”, “The Negro Speaks of Rivers”, “Afro-American Fragment” e “Harlem”. E di Langston Hughes, Blues e poesie, a cura di Barbara Lanati (Newton Compton, 1979) – per “American Heartbreak”.

Dell’ultima poesia, “The Weary Blues”, non metto alcuna traduzione ma se ne ascolti la lettura qui – con un montaggio musicale. Anche di “Let America Be America Again” c’è la lettura in musica e canto qui – con qualche interferenza contemporanea. Volendo, la lettura c’è anche di tutte le altre poesie – basta cercare su Youtube.

Let America Be America Again (1936)

Let America be America again.
Let it be the dream it used to be.
Let it be the pioneer on the plain
Seeking a home where he himself is free.

(America never was America to me.)

Let America be the dream the dreamers dreamed –
Let it be that great strong land of love
Where never kings connive nor tyrants scheme
That any man be crushed by one above.

(It never was America to me.)

O, let my land be a land where Liberty
Is crowned with no false patriotic wreath,
But opportunity is real, and life is free,
Equality is in the air we breathe.

(There’s never been equality for me,
Nor freedom in this “homeland of the free.”)

Say, who are you that mumbles in the dark?
And who are you that draws your veil across the stars?

I am the poor white, fooled and pushed apart,
I am the Negro bearing slavery’s scars.
I am the red man driven from the land,
I am the immigrant clutching the hope I seek –
And finding only the same old stupid plan
Of dog eat dog, of mighty crush the weak.

I am the young man, full of strength and hope,
Tangled in that ancient endless chain
Of profit, power, gain, of grab the land!
Of grab the gold! Of grab the ways of satisfying need!
Of work the men! Of take the pay!
Of owning everything for one’s own greed!

I am the farmer, bondsman to the soil.
I am the worker sold to the machine.
I am the Negro, servant to you all.
I am the people, humble, hungry, mean –
Hungry yet today despite the dream.
Beaten yet today – O, Pioneers!
I am the man who never got ahead,
The poorest worker bartered through the years.

Yet I’m the one who dreamt our basic dream
In the Old World while still a serf of kings,
Who dreamt a dream so strong, so brave, so true,
That even yet its mighty daring sings
In every brick and stone, in every furrow turned
That’s made America the land it has become.
O, I’m the man who sailed those early seas
In search of what I meant to be my home –
For I’m the one who left dark Ireland’s shore,
And Poland’s plain, and England’s grassy lea,
And torn from Black Africa’s strand I came
To build a “homeland of the free.”

The free?

Who said the free? Not me?
Surely not me? The millions on relief today?
The millions shot down when we strike?
The millions who have nothing for our pay?
For all the dreams we’ve dreamed
And all the songs we’ve sung
And all the hopes we’ve held
And all the flags we’ve hung,
The millions who have nothing for our pay –
Except the dream that’s almost dead today.

O, let America be America again –
The land that never has been yet –
And yet must be–the land where every man is free.
The land that’s mine–the poor man’s, Indian’s, Negro’s, ME –
Who made America,
Whose sweat and blood, whose faith and pain,
Whose hand at the foundry, whose plow in the rain,
Must bring back our mighty dream again.

Sure, call me any ugly name you choose –
The steel of freedom does not stain.
From those who live like leeches on the people’s lives,
We must take back our land again,
America!

O, yes,
I say it plain,
America never was America to me,
And yet I swear this oath –
America will be!

Out of the rack and ruin of our gangster death,
The rape and rot of graft, and stealth, and lies,
We, the people, must redeem
The land, the mines, the plants, the rivers.
The mountains and the endless plain—
All, all the stretch of these great green states—
And make America again!

Che l’America sia di nuovo America (1936)

Che l’America sia di nuovo America.
Che torni a essere il sogno che era.
Che sia il pioniere nella prateria
Che cerca una casa dove essere libero.

(L’America non è mai stata America per me.)

Che l’America sia il sogno che i sognatori hanno sognato –
Che sia quella grande forte terra d’amore
Dove mai re o tiranni complottino
E nessun uomo sia schiacchiato da chi lo sovrasta.

(Non è mai stata America per me.)

Che la mia terra sia una terra dove la Libertà
Non è incoronata da una ghirlanda di falso patriottismo
Ma dove l’opportunità è reale, e la vita è libera,
E l’eguaglianza è nell’aria che si respira.

(Non c’è mai stata eguaglianza per me,
Né libertà in questa “patria dei liberi”)

Dimmi, chi sei tu che si lamenta nel buio?
E chi sei tu che stende un velo sulle stelle?

Io sono il bianco povero, ingannato e messo da parte,
Sono il Negro che porta le cicatrici della schiavitù.
Sono l’uomo rosso cacciato dalla sua terra,
Sono l’emigrante aggrappato alla speranza –
Che trova solo lo stesso vecchio stupido gioco
Di cane mangia cane, del potente che schiacchia il debole.

Io sono il giovanotto, pieno di forza e speranza,
Imbrigliato nell’antica infinita catena
del profitto, del potere, del guadagno, di – ruba la terra!
Prendi l’oro! Afferra i mezzi per soddisfare il bisogno!
Sfrutta gli uomini! Prendi la paga!
Impadronisciti di tutto solo per avidità!

Io sono l’agricoltore, il custode della terra.
Sono l’operaio venduto alla macchina.
Sono il Negro, servo di tutti voi.
Sono il popolo, umile, affamato, miserabile –
Affamato ancora oggi malgrado il sogno.
Sconfitto ancora oggi – O, Pionieri!
Sono l’uomo che non ce l’ha mai fatta,
Il lavoratore più povero da sempre barattato come merce.

Eppure io sono quello che ha sognato il sogno
Mentre era servo di re nel Vecchio Mondo,
Che ha sognato un sogno così forte, coraggioso, vero,
Che la sua potente audacia continua a cantare
In ogni pietra e mattone, in ogni solco tracciato
Che ha fatto dell’America la terra che è.
O, sono l’uomo che ha attraversato per primo i mari
In cerca di quella che volevo fosse la mia casa –
Perché sono quello che ha lasciato le coste della cupa Irlanda,
Le pianure della Polonia, i prati erbosi dell’Inghilterra,
E strappato dalle spiagge dell’Africa Nera sono venuto
A costruire una “patria dei liberi”.

I liberi?

Chi ha detto liberi? Non io?
Certo con io? E i milioni di poveri oggi?
I milioni aggrediti quando scioperiamo?
I milioni che per salario non abbiamo niente?
Per tutti i sogni che abbiamo sognato
E tutte le canzoni che abbiamo cantato
E tutte le speranze che abbiamo coltivato
E tutte le bandiere che abbiamo sventolato,
I milioni che per salario non abbiamo niente –
Eccetto il sogno che oggi è quasi morto.

O, che l’America sia di nuovo America –
La terra che ancora non è mai stata –
E che pure deve essere – la terra dove ogni uomo è libero.
La terra che è mia – dei poveri, gli Indiani, i Negri, me –
Di noi che abbiamo fatto l’America,
Il cui sudore e sangue, la cui fede e pena,
La cui mano alla fucina, il cui aratro sotto la pioggia,
Devono riportare in vita il nostro sogno così grande.

Va bene, chiamateni ogni nome insultante che volete –
L’acciaio della libertà non si macchia facilmente.
Da coloro che vivono come sanguisughe della vita del popolo,
Dobbiamo riprenderci indietro la nostra terra,
America!

O, sì,
Lo dico chiaro,
L’America non è mai stata America per me,
E tuttavia giuro questo giuramento –
L’America lo sarà!

Dal completo disastro della nostra morte per mano criminale,
Dallo stupro e il marcio della corruzione, e l’inganno, e le menzogne,
Noi, il popolo, dobbiamo riscattare
La terra, le miniere, le fabbriche, i fiumi.
Le montagne e le pianure sconfinate –
Tutto, tutta la distesa di questi splendidi verdi stati –
E fare l’America di nuovo!

My People (1923)

The night is beautiful,
So the faces of my people.

The stars are beautiful,
So the eyes of my people

Beautiful, also, is the sun.
Beautiful, also, are the souls of my people.

La mia gente (1923)

Bella è la notte,
E il volto della mia gente.

Belle le stelle,
E gli occhi della mia gente.

Bello, anche, il sole.
Bella, anche, l’anima della mia gente.

The Negro Speaks of Rivers (1920)
To W.E.B. DuBois

I’ve known rivers:
I’ve known rivers ancient as the world and older than the flow of human blood in human veins.

My soul has grown deep like the rivers.

I bathed in the Euphrates when dawns were young.
I built my hut near the Congo and it lulled me to sleep.
I looked upon the Nile and raised the pyramids above it.
I heard the singing of the Mississippi when Abe Lincoln went down to New Orleans, and   I’ve seen its muddy bosom turn all golden in the sunset.

I’ve known rivers:
Ancient, dusky rivers.

My soul has grown deep like the rivers.

Il Negro parla di fiumi (1920)
Per W.E.B. DuBois

Ho conosciuto fiumi:
Ho conosciuto fiumi antichi come il mondo e più vecchi del flusso di sangue umano nelle vene dell’uomo.

L’anima mia è diventata profonda come i fiumi.

Mi sono immerso nell’Eufrate quando l’alba era giovane.
Ho costruito la mia capanna vicino al Congo che al sonno mi cullava.
Ho guardato il Nilo e sopra vi ho innalzato le piramidi.
Ho udito il canto del Mississippi quando Abe Lincoln scese a New Orleans, e ho visto il suo letto di mota farsi tutto d’oro al tramonto.

Ho conosciuto fiumi:
Fiumi antichi, cupi.

L’anima mia è diventata profonda come i fiumi.

Afro-American Fragment (1930)

So long,
So far away
Is Africa.
Not even memories alive
Save those that history books create,
Save those that songs
Beat back into the blood –
Beat out of blood with words sad-sung
In strange un-Negro tongue –
So long,
So far away
Is Africa.

Subdued and time-lost
Are the drums – and yet
Through some vast mist of race
There comes this song
I do not understand,
This song of atavistic land,
Of bitter yearning lost
Without a place –
So long,
So far away
Is Africa’s
Dark face.

Frammento Afro-americano (1930)

Così remota,
Così lontana
l’Africa.
Non un ricordo più in vita
Oltre quelli nati dai manuali di storia,
Oltre quelli che i canti
Tornano a farti pulsare nel sangue –
Pulsanti dal sangue come tristi parole cantate
In una strana lingua non negra –
Così remota,
Così lontana
L’Africa.

Soggiogati e senza tempo
I tamburi – eppure
Da un’immensa nebbia di razza
Questo canto
Che non comprendo,
Questo canto di una terra atavica,
Di struggenti brame perdute
Senza luogo –
Così remoto,
Così lontano
Il volto scuro dell’Africa.

American Heartbreak (1950s)

I am the American heartbreak –
Rock on which Freedom
Stumps its toe –
The great mistake
That Jamestown
Made long ago.

La spina del cuore dell’America (1950s)

Io sono la spina nel cuore dell’America –
Sono la pietra su cui la Libertà
Inciampa –
L’errore imperdonabile
Che Jamestown
Ha commesso tanto tempo fa.

Harlem (1951)

What happens to a dream deferred?

Does it dry up
Like a raising in the sun?
Or fester like a sore –
And then run?
Does it stink like rotten meat?
Or crust and sugar over –
Like a syrupy sweet?

May be it just sags
Like a heavy load.

Or does it explode?

Harlem (1951)

Che accade di un sogno differito?

Si prosciuga
Come uva al sole?
O suppura come una piaga –
E poi spurga?
Puzza come la carne guasta?
O s’incrosta di zucchero –
Come un dolce allo sciroppo?

Forse cede soltanto
Come un grosso peso.

Oppure esplode?

¶ 

The Weary Blues (1923)

Droning a drowsy syncopated tune,
Rocking back and forth to a mellow croon,
I heard a Negro play.
Down on Lenox Avenue the other night
By the pale dull pallor of an old gas light
He did a lazy sway . . .
He did a lazy sway . . .
To the tune o’ those Weary Blues.
With his ebony hands on each ivory key
He made that poor piano moan with melody.
O Blues!
Swaying to and fro on his rickety stool
He played that sad raggy tune like a musical fool.
Sweet Blues!
Coming from a black man’s soul.
O Blues!
In a deep song voice with a melancholy tone
I heard that Negro sing, that old piano moan—
“Ain’t got nobody in all this world,
Ain’t got nobody but ma self.
I’s gwine to quit ma frownin’
And put ma troubles on the shelf.”
Thump, thump, thump, went his foot on the floor.
He played a few chords then he sang some more—
“I got the Weary Blues
And I can’t be satisfied.
Got the Weary Blues
And can’t be satisfied—
I ain’t happy no mo’
And I wish that I had died.”
And far into the night he crooned that tune.
The stars went out and so did the moon.
The singer stopped playing and went to bed
While the Weary Blues echoed through his head.
He slept like a rock or a man that’s dead.

Categories: Classroom, Radicalism

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