Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Appunti. Le controversie penali americane si concludono quasi tutte con un patteggiamento (efficiente ma sleale)

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I processi che si vedono al cinema, in cui l’accusa e la difesa si confrontano pubblicamente in un’aula di tribunale, di fronte a un giudice-arbitro e una giuria imparziale, con le armi delle prove e della retorica persuasiva, sono un’eccezione. Nel sistema penale americano, il 95% delle controversie non raggiunge mai il dibattimento, si conclude piuttosto con un patteggiamento (plea bargaining) che avviene in segreto, a porte chiuse, fra l’accusa e la difesa. Questo vale per la giustizia federale, e probabilmente per gran parte di quelle statali.

Il patteggiamento è un metodo efficiente, perché alleggerisce il carico di lavoro dell’apparato giudiziario, che altrimenti crollerebbe sotto il suo stesso peso. Di fronte a un’accusa con prove che sembrano convincenti e con pene gravose, la difesa e l’accusato contrattano di accettare una dichiarazione di colpevolezza per un reato minore con una condanna più leggera. Entrambe le parti evitano così le lunghezze di un dibattimento in aula. E il sistema se la sbriga alla svelta rendendosi disponibile, per i pochi che ci arrivano, allo “speedy and public trial” garantito dal Bill of Rights costituzionale.

Storicamente, non è sempre stato così. Il patteggiamento si è diffuso solo dopo la Guerra civile – quando c’è stato un aumento considerevole dei reati penali a causa del disordine sociale prodotto dalla Guerra stessa e poi dalle grandi ondate migratorie. Ed è stato accettato come legittimo, all’inizio con qualche scettica riluttanza, sia dalla Corte suprema che dalla dottrina: come un patto contrattuale volontario fra due parti, l’accusa e la difesa, su un piano di relativa eguaglianza.

Come pratica “normale”, si è installato nel cuore del sistema più di recente, negli anni 1970s e 1980s. Di nuovo in concomitanza con un aumento dei reati, in particolare legati allo spaccio e all’uso della droga, e con nuove leggi federali e statali che imponevano pene molto dure e soprattutto con minimi di pena obbligatori per il giudice. Di fronte a queste durezze, è diventato conveniente per l’accusato non andare in aula e chiudere prima in qualche modo. Il risultato è che dei 2,2 milioni di americani ora in carcere, più di due milioni ci sono per aver patteggiato la pena.

C’è un problema in questo questo? C’è sempre un problema. Il patteggiamento – sarà anche efficiente, ma è sleale. E’ tutt’altro che un accordo fra eguali. Esalta il ruolo della pubblica accusa, che rappresenta il governo e che ha il potere della discrezionalità dell’azione penale: se procedere o meno con l’imputazione, e con quale tipo di imputazione. Mette la difesa e l’imputato, che hanno meno risorse, alla sua mercé. Ed emargina il ruolo “terzo” del giudice che, quasi sempre, si limita a sanzionare l’accordo avvenuto altrove.

E’ l’accusa, in genere, a proporre l’accordo alle sue condizioni. Ha in mano tutte le carte: ha i risultati delle indagini di polizia, conosce bene il caso e la natura delle prove, ha già una lista di testimoni. La difesa ha poche informazioni e poco tempo per procurarsele, per organizzarsi, per consultarsi con l’accusato (se è già in carcere). Ciò è tanto più vero per imputati che non siano ricchi, e quindi per avvocati che non possano condurre indagini indipendenti, che non abbiano tempo da perdere. L’offerta di un soluzione rapida e al ribasso è spesso una proposta che non si può rifiutare.

Così almeno la racconta il giudice Jed Rakoff – che avanza anche un sospetto, il più grave: che la pressione (la prospettiva di un processo presentata e vista come una minaccia) possa essere tale da spingere addirittura degli innocenti a dichiararsi colpevoli di qualcosa, per timore delle pene più severe.

Grazie a Jed S. Rakoff, “Why Innocent People Plead Guilty”, The New York Review of Books, 20 novembre 2014, 8 gennaio 2015 (con un paywall, temo).

Categories: Appunti, sistema giudiziario

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