Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Presidenti che ci ri-pensano: Ronald Reagan 1984, Libano

c14159-28aA volte i presidenti degli Stati Uniti cambiano opinione, si rimangiano le loro parole, da un giorno all’altro – di fronte alla durezza dei fatti e alla pericolosità del mondo. Prendiamo, tanto per andare sul sicuro, Ronald Reagan. Trent’anni fa, il 23 ottobre 1983, a Beirut, due autocarri imbottiti di esplosivo e guidati da attentatori suicidi, colpirono due edifici che ospitavano truppe americane e francesi della Forza Multinazionale in Libano. Uccisero 6 civili e ben 299 soldati, di cui 241 americani, quasi tutti Marines. Gli attacchi furono rivendicati da un gruppo di Jihad Islamica, sospettato di essere espressione di Hezbollah e quindi dell’Iran.

Fu un colpo durissimo per le forze di peacekeeping che, in accordo con l’ONU (c’erano anche gli italiani), erano intervenute nel paese dopo l’invasione israeliana del 1982. E si erano ritrovate in mezzo alla lunga e intricatissima guerra civile libanese. Nell’amministrazione Reagan, anche su input del Congresso, cominciò così un periodo di riflessione e tira-e-molla che durò qualche mese, fino alle drammatiche giornate del febbraio 1984, quando tutto sembrò crollare. Mentre il governo libanese dava le dimissioni, e gli scontri fra le milizie sconvolgevano Beirut – il 7 febbraio Reagan, out of the blue, ordinò il ritiro di tutti i Marines da terra, il loro ritorno sulle motherships della flotta.

Il punto è che, fino a poche ore prima, Reagan aveva sostenuto che la presenza americana in Libano era fondamentale per la stabilità del paese, e che non aveva intenzione di cedere alle pressioni di chicchessia. E l’aveva fatto con la solita verve. In una intervista del 3 febbraio aveva detto: “Se veniamo via, ciò significa la fine del Libano”. Dello speaker democratico della Camera aveva detto: “Lui magari è pronto ad arrendersi, io no”. E il 4 febbraio, nel discorso settimanale alla radio: i pericoli della missione “non sono una ragione per darsela a gambe [cut and run]. Se lo facciamo, mandiano un segnale ai terroristi: che possono trarre vantaggio dall’uccidere gente innocente”.

Tre giorni dopo, il 7 febbraio, ebbene sì – Reagan cut and run. Naturalmente il grande comunicatore diede lo spin giusto alla precipitosa operazione. E con la sua fama di vecchio guerriero poteva permetterselo (Carter, per dire, sarebbe stato crocefisso). Non si trattava di una fuga, disse la sua amministrazione, ma di un modo di concentrare le forze, per renderle più efficaci e togliere l’iniziativa ai terroristi. Non era un cambio di politica, ma un aggiustamento. L’impegno restava lo stesso, disse Reagan, con parole che altri avrebbe potuto benissimo riservare a quello che aveva appena fatto lui: “Cedere alla violenza e al terrorismo può dare un sollievo temporaneo, ma è anche certo che porta a crisi future più pericolose e meno gestibili”.

Nell’autobiografia, An American Life (1990), Reagan definisce l’incidente “il punto più basso” del suo tempo alla Casa bianca. E scrive cose sensibili, e un po’ orientaliste:  “Forse non avevamo valutato appieno la profondità dell’odio e la complessità dei problemi che rendono il Medio Oriente una tale giungla. … Nelle settimane immediatamente successive all’attentato, ero convinto che l’ultima cosa che dovessimo fare era andarcene con la coda fra le gambe [turn tail and leave]. … E tuttavia l’irrazionalità della politica medio-orientale ci costrinse a ripensare la nostra politica. Se si potessero fare dei ripensamenti prima di far morire i nostri uomini, sarebbe meglio per tutti. Se quella politica fosse stata cambiata in tempo, verso una posizione più neutrale, oggi quei 241 Marines sarebbero vivi”.

Categories: Guerra, Politica estera, presidenza

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