Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Midterm elections 2026, giudizio di metà mandato o annuncio di un più profondo cambiamento politico?

Le elezioni di medio termine hanno acquisito col tempo una funzione che non avevano agli inizi. All’alba della repubblica, per almeno il primo mezzo secolo della sua storia, il cuore della rappresentanza popolare e della vita pubblica nazionale era il ramo più democratico del potere legislativo, la Camera dei rappresentanti. Le sue elezioni erano le più vivaci in ogni loro tornata biennale. E l’affluenza alle urne vi era eguale o superiore a quella delle elezioni presidenziali.

(Il Senato, agli inizi, non era eletto direttamente dal popolo, e comunque ogni due anni si rinnova solo per un terzo.)

Dalla metà dell’Ottocento il mondo si è capovolto. Il potere esecutivo federale ha cominciato ad alzare la testa e le scadenze cruciali sono diventate quelle quadriennali per il presidente. Le elezioni presidenziali hanno quindi acquisito maggiore visibilità e goduto di una partecipazione elettorale decisamente superiore, lasciando a quelle intermedie un ruolo un po’ ancillare.

Le midterm elections sono diventate un giudizio sul presidente in carica a metà del suo mandato. Ogni volta il partito di opposizione ha cercato di far pagare all’inquilino della Casa bianca il fio delle sue scelte. Organizzando la delusione e lo scontento, tentando di sfilargli il tappeto di sotto i piedi, di portargli via la Camera e qualche volta il Senato (del tutto elettivo dal 1914).

L’impresa è riuscita quasi sempre. Dal 1842 a oggi il partito del presidente ha perso seggi in Congresso in quasi tutte le elezioni di medio termine. In parecchi casi, inoltre, ha proprio perso la maggioranza in una o in entrambe le camere, consegnandola al partito di opposizione. E costringendo l’esecutivo a una vita grama di compromessi, incertezze e stenti.

È capitato a tutti gli ultimi presidenti, uno in fila all’altro. Al democratico Bill Clinton nel 1994 hanno portato via in un sol colpo Camera e Senato. La stessa sorte è toccata al repubblicano George W. Bush nel 2006. Barack Obama ha vissuto una lunga agonia, ha ceduto al partito repubblicano più ostruzionista della storia la Camera nel 2010 e il Senato nel 2014. Donald J. Trump 01 ha perso la Camera nel 2018 e Joe Biden l’ha persa nel 2022, quattro anni fa.

Ci sono state solo tre eccezioni storiche a questa regola. Due di esse sono relativamente recenti, e sono il prodotto di eventi drammatici ma occasionali. C’è stato il caso di George W. Bush nel 2002, a ridosso del terribile shock dell’11 settembre. E c’è stato il caso nel 1998 di Bill Clinton, resilientissimo comeback kid dopo alcuni (meno terribili per lui e per tutti) scandali personali.

Ma è il terzo caso quello più significativo. Nel 1934, a due anni dalla sua vittoria elettorale, il partito democratico del presidente Franklin D. Roosevelt riuscì a difendere e a migliorare la propria maggioranza sia alla Camera che al Senato. Era il segnale che le novità inaugurate nel 1932, con il New Deal e tutto il resto, erano destinate a consolidarsi e a restare. Era il segnale che era in atto un cambiamento sistemico, la nascita di un nuovo regime politico, sociale, di partito.

I democratici contano che le elezioni di medio termine del 3 novembre vadano come vanno di solito, magari con l’aiuto del generale aumento dell’affluenza alle urne degli ultimissimi anni. E puniscano il presidente in carica, Donald J. Trump 02 redivivo. Credo che sperino qualcosa di più, e cioè che esse annuncino come nel 1934 un vero cambiamento, in questo caso la fine, l’inizio della fine del regime politico da lui rappresentato.

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