Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il Quattro luglio è due cose, non solo una 

Il Quattro Luglio, il Glorioso Quattro, Independence Day, la festa nazionale degli Stati Uniti – proprio come le più significative feste nazionali di molti paesi, quelle che mantengono una qualche vitalità – è almeno due cose, non solo una. 

È in primo luogo la ricorrenza di un evento preciso, l’indipendenza appunto, l’indipendenza repubblicana, decisa il 2 luglio 1776 e comunicata al mondo il 4 luglio. Una volta conquistata con la guerra rivoluzionaria, l’indipendenza diventa un fatto definitivo, indiscusso. Non ci sono nella storia americana movimenti reazionari che vogliono il ritorno dell’antico regime, all’impero britannico, o anche solo alla monarchia. Ci sono invece manifestazioni di patriottismo condiviso; talvolta, in tempi di crisi o di guerre, in forme pesanti, costrittive e illiberali, scioviniste, razziste; più spesso in forme leggere e banali ma sentimentalmente efficaci e pervasive. Ci sono discorsi, parate, fuochi d’artificio e bandiere a stelle e strisce, picnic e grandi bevute. 

Independence Day è dunque un giorno di unità. 

I modi di celebrarlo hanno una loro storia politica e culturale. Cambiano rispecchiando i grandi mutamenti della società. Perdono, non del tutto ma parecchio, il carattere di manifestazioni comunitarie animate dal basso, di tipo carnevalesco, spesso plebee, rumorose, caotiche, pericolose, i colpi di arma da fuoco sparati in aria, i petardi che scoppiano ovunque, anche fra le gambe delle signore. Diventano spettacoli per spettatori, più ordinati e gestiti dall’alto, più middle class e commercializzati. Ora i fireworks si guardano da lontano e in sicurezza, il tasso alcolico diminuisce. Con fatica, con la fatica necessaria in altri aspetti della vita sociale, partecipano cittadini di provenienze etniche e razziali le più diverse, magari ciascun gruppo per conto suo. 

Ma il Quattro luglio è anche un’altra cosa. È la ricorrenza del documento rivoluzionario che giustifica l’indipendenza, la Dichiarazione di indipendenza appunto, resa pubblica il 4 luglio. E la Dichiarazione è tutt’altro che qualcosa di preciso, definitivo e indiscusso. Il suo preambolo contiene grandi principi di libertà repubblicana – i diritti inalienabili, il diritto alla ricerca della felicità, l’eguaglianza di tutti gli uomini, il governo fondato sul consenso dei governati, il diritto alla rivoluzione. E questi principi sono così grandiosi da essere aperti alle interpretazioni più diverse, da parte di gruppi sociali diversi in momenti storici diversi. Sono terreno di conflitto fra i cittadini sulla giustizia, sull’idea di giustizia e sulle ingiustizie presenti nella società.

E dunque il Glorioso Quattro è anche un giorno di divisioni. 

Prendiamo una delle formule più celebri della Dichiarazione, “Tutti gli uomini sono creati uguali”. Sono parole scritte da Thomas Jefferson, un proprietario di schiavi della Virginia. Come si concilia questa terribile contraddizione – eguaglianza e schiavitù? All’inizio sembra chiaro che Jefferson e i Padri fondatori abbiano in mente un “tutti” che include “solo noi”, cioè i coloni di origine europea (solo i bianchi, si direbbe oggi). Ma una volta scritte e consacrate nel documento fondante del paese, queste parole acquistano autonomia, autorità, e una universalità che va al di là delle intenzioni di chi le ha scritte. Da subito, dalla fine del Settecento, diventano il grido di battaglia di chi, in loro nome, vuole abolire proprio la schiavitù. E infine, a grande prezzo, ci riesce.

E poi, nel corso del tempo, queste parole estendono la loro portata e animano le lotte per i diritti di gruppi sociali di ogni tipo. “Tutti gli uomini sono creati uguali”? Tutti chi? Tutti gli esseri umani? Di ogni classe sociale? Uomini – e donne? Bianchi e neri? Europei e popoli nativi? Vecchi e nuovi americani, immigrati di ogni generazione, di ogni fede e di ogni colore della pelle? Persone eterosessuali e anche no? E così via fino ai nostri giorni, cercando risposte spesso difficili da mettere in pratica. In effetti è soprattutto per questo motivo che la gran festa, per quanto antica, forse vecchia, per certi versi polverosa e annoiata di se stessa, mantiene aspetti di fresca vitalità. Tutte le promesse del suo documento fondante non sono state mantenute. Ce ne sono di nuove da rivendicare.

Ancora oggi, tanto più oggi, il Quattro può essere una festa controversa.

I grandi anniversari, i centenari e bicentenari, hanno sempre accentuato nelle loro manifestazioni più visibili i caratteri dell’ufficialità, con il tocco sontuoso e lugubre dei poteri costituiti. Per i 250 anni, nel mezzo della seconda presidenza Trump, nel mezzo di una crisi profonda nella democrazia che qualcuno ritiene essere della democrazia, nel mezzo di un paese diviso, polarizzato, l’accentuazione è ancora più forte. Le festività della Casa bianca diventano una autocelebrazione narcisistica e autoritaria dello stesso Trump che, fra l’altro, in una intervista televisiva, mostra di non avere la minima idea di che cosa davvero si festeggi questo giorno. E ciò avviene con contenuti e stili che vorrebbero essere trionfali e che invece sembrano segnali di un trionfo mancato e forse a questo punto irraggiungibile. 

Contenuti e stili che sono attraenti solo per lui e per i cittadini a lui più affini e fedeli, con una scarsissima capacità di parlare a tutti, una inesistente vocazione egemonica. 

Infatti altri cittadini li trovano repellenti. C’è chi arriva al cinismo, a chiamarsi fuori, a dire, “Non in mio nome, il 4 luglio non è la mia festa”. E c’è chi invece ripete la tradizione della appropriazione popolare e repubblicana del Quattro luglio, rivitalizzata oggi dai movimenti che adottano lo slogan “No Kings”. Costoro dicono che il Quattro è festa “nostra”, festa di “Noi il popolo”, non della Casa bianca o del suo inquilino pro-tempore. E stabiliscono una connessione diretta con l’origine rivoluzionaria del paese, saltando a piè pari due secoli e mezzo di storia, la trasformazione del paese da un piccolo insediamento marginale nel grande oceano Atlantico in una potenza mondiale. Non vogliono un monarca oggi, proprio come allora. 

Riassumo qui varie considerazioni ispirate dalle passate celebrazioni per il Quattro luglio nel 250° anniversario della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Il ragionamento è basato sul mio libro 4 luglio (Il Mulino). Il testo è più o meno quello derivato dall’intervista a Vanity Fair: Chiara Pizzimenti, “Arnaldo Testi: Il 4 luglio? È due cose, non solo una”, Vanity Fair, 4 luglio 2026. 

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