Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

What if… Se Trump contesta i risultati elettorali (appunti)

Con grandi volumi di voti per posta da contare e, in molti Stati, da contare per legge dopo il conteggio dei voti in presenza, Election Night può durare giorni, se poi ci fossero contestazioni e ricorsi anche settimane. Naturalmente ciò è non solo legittimo ma proprio scritto nelle procedure, lente, ancora semi-settecentesche. L’idea di avere il nome dell’eletto (dell’Eletto) in fretta, la notte stessa delle elezioni, è in buona sostanza una invenzione mediatica, anche se di vecchia data (non tirate in ballo i social media, per favore). E tuttavia, con questi inusitati chiari di luna americani, se davvero ci fossero giorni e settimane di inusitata attesa, potrebbero esserci inusitati problemi (anche di ordine pubblico, Dio non voglia). E il pasticcio delle elezioni presidenziali del 2000, che tutti ricordate, può diventare un modello da ripetere e moltiplicare e, a confronto, una tranquilla disputa fra gentiluomini (cosa che non fu). 

Il punto è questo. Si sa che i democratici sono più inclini a usare il voto per posta, i repubblicani quello in persona. Che cosa succede se i conteggi dei voti in presenza, la notte delle elezioni, indicano  una prevalenza di Donald Trump nel Collegio Elettorale – mentre i conteggi definitivi dei voti per posta rovesciano il risultato e assegnano l’elezione, magari per un pelo, a Joe Biden? Che cosa succede nell’intervallo fra i due eventi? Niente, basta attendere, dice la legge. Ma se Trump, che è notoriamente una mina vagante autoritaria, dichiarasse subito vittoria e aggiungesse che ogni ulteriore conteggio è truffaldino, un modo dei Democratici di rubare le elezioni? La grande truffa del voto postale è già ora un suo cavallo di battaglia, forse un modo di mettere le mani avanti? Non volete neanche pensare alle manifestazioni e contro-manifestazioni di strada, magari con contorno di gruppi armati? Molti ci pensano, ma d’accordo, non voglio pensarci neanch’io. Né volete pensare a “The Storm” golpista annunciato da QAnon. Ma per il resto?

Per il resto il sistema ha le risorse istituzionali per sciogliere la matassa, con almeno un passaggio davvero delicato. Il sistema può ben ignorare l’inquilino della Casa bianca, che dica e faccia un po’ quello che gli pare. Com’è noto, il Presidente non è eletto con voto popolare nazionale bensì in modo indiretto stato per stato. Nell’elezione dei Grandi Elettori presidenziali ogni stato fa per sé, ha il suo apparato elettorale, le sue forme di controllo. I conteggi e le certificazioni dei risultati elettorali sono gestiti dai governi statali, in particolare da specifiche autorità talvolta partisan e talvolta indipendenti  (in metà degli stati sono i rispetti Secretary of State elettivi). E avvengono dopo che  le operazioni di voto sono state dichiarate chiuse, le schede dei voti per posta smaltite, secondo i modi e i tempi previsti dalle leggi locali. 

Insomma, tutto avviene a livello statale, non federale. Washington non c’entra niente. Il Presidente in carica, in quanto tale, non può imporre o ordinare o chiedere niente a nessuno. Certo pensate che i governatori e gli altri funzionari statali preposti siano persone di partito, e che quelli repubblicani possano decidere di fare dei favori. Ma metà dei governatori (24 per la precisione) sono democratici, e loro farebbero un altro gioco. Qui il vero inciampo è altrove, ed è quello più serio. Trump, cioè, formalmente, gli avvocati del suo comitato per la rielezione, possono cercare di contestare legalmente i risultati, anche le procedure di conteggio, cercare di bloccarle. Possono andare per tribunali, selezionando pochi casi statali magari davvero pasticciati, incerti, controversi, magari in territorio politico amico, magari con qualche mob arrabbiata fuori dal palazzo – pochi casi e tuttavia decisivi nel Collegio Elettorale (nel famoso 2000, in ballo c’era solo la Florida, ma era appunto decisiva).

Qui ci può essere il caos – e il caos può far saltare i tempi previsti? Perché, anche a bocce ferme, il nuovo Presidente (Presidente-eletto è un titolo onorifico inventato e vuoto) non esiste ancora. I grandi elettori devono riunirsi per esprimere il loro voto, e lo fanno più avanti nel calendario, più di un mese dopo Election Day. Le delegazioni statali si convocano tutte nello stesso giorno, il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre (un’altra volta vi dico perché) – quest’anno il 14 dicembre. Nello stesso giorno ma separatamente, ciascuna a casa propria, nella capitale del proprio stato, da sempre in social distancing dall’influenza della capitale federale. E il voto di ciascuna delegazione è inviato, “sigillato” dice la Costituzione, alla sede del governo federale, al suo ramo legislativo. 

Infatti non è ancora finita. E’ solo il 6 gennaio che, di fronte a Camera e Senato in seduta congiunta, il voto del Collegio Elettorale viene ufficialmente reso pubblico e letto e certificato (se del caso). Qui c’è una curiosa disgiuntura. Perché il Congresso che si riunisce il 6 gennaio è quello nuovo, appena eletto in concomitanza con il Presidente e il Vice-presidente. Ma a presiederlo in seduta congiunta è, in quanto Presidente del Senato, il Vice-presidente degli Stati Uniti uscente, quello vecchio ancora in carica fino al 20 gennaio, rieletto o meno che sia (sarà quindi Mike Pence a fare la parte). Com’è facile immaginare, a questo punto i giochi, sporchi o puliti che siano, dovranno essere fatti. Oppure no? Sarà comunque molto importante chi controllerà le due camere, insomma come saranno andate le elezioni legislative generali del 3 novembre: come sempre, ma tanto più con questi inusitati chiari di luna americani.

Categories: campagna elettorale, presidenza

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1 reply

  1. La probabilità di vedere un 2000 parte due purtroppo è molto alta

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