Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il posto della presidenza Trump, e della presidenza Biden, nel grande disegno delle cose

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Dice il polemista: siamo troppo fissati sulla personalità e sulla psicologia dei singoli presidenti, come se la carica non avesse una storia, nascesse ex novo dopo ogni elezione. Tendiamo a ignorare i fattori strutturali che plasmano una presidenza, la combinazione di convinzioni politiche e coalizioni sociali che stanno dietro una vittoria presidenziale, ovvero il sistema egemonico (cioè, fra virgolette, il “regime”) di interessi e passioni, ideologie, all’interno del quale il presidente vittorioso si trova a operare. Questi due fattori, l’affiliazione politica del presidente e la vitalità del regime, la sua salute, il suo stadio di sviluppo, influenzano la politica che i presidenti fanno.

The Politics Presidents Make è il titolo di un importante studio sulla parabola storica più che bi-secolare delle politiche dei presidenti americani. Uno studio pubblicato la prima volta nel 1993 dal politologo di Yale, Stephen Skowronek, e diventato un piccolo classico. Ed è partendo da qui che si può tentare qualche considerazione sulla presidenza di Donald Trump e azzardare qualche ipotesi sulle presidenze che (toccando ferro) in un modo o nell’altro la seguiranno. Intanto, per chiarire di cosa sto parlando, ovvero quali siano i termini del ragionamento di Skowronek, è opportuno fare e contestualizzare qualche esempio storico.

Franklin D. Roosevelt fu eletto contro il regime ormai sclerotizzato della Gilded Age: grazie alla forza della sua coalizione e alla debolezza del regime infine prostrato dalla Grande depressione riuscì a lanciare, con il New Deal, una radicale trasformazione della politica americana. Ecco, presidenti come FDR, come Thomas Jefferson, Andrew Jackson e Abraham Lincoln prima di lui, come Ronald Reagan, sono i grandi presidenti: presidenti trasformativi o ricostruttivi che fondano nuovi regimi politico-sociali che durano decenni, mezzo secolo. I regimi che si sono susseguiti nella storia americana non sono più di cinque o sei, nel Novecento ci sono stati quello repubblicano durato fino al 1932, quello democratico del New Deal dal 1932 al 1980, quello reaganiano dal 1980 fino al – ancora non sappiamo.

Dentro i tempi di questi regimi ci sono i presidenti che articolano ed espandono, da “figli fedeli”, il regime esistente, come Truman e Lyndon Johnson hanno fatto con il New Deal e i Bush padre e figlio con il reaganismo. E poi ci sono i presidenti che si oppongono in anticipo al regime dominante, troppo in anticipo: lo criticano ma non hanno la forza di rovesciarlo, perché il regime è ancora forte, quindi si adattano a politiche di compromesso e si trovano in situazioni di debolezza. Talvolta viene messa in discussione la loro stessa legittimità. Così è stato per Richard Nixon nel regime newdealista, così è stato per Bill Clinton e Barack Obama in quello reaganiano.

Il ciclo di un regime storico ha qualcosa di ripetitivo e sistematico, almeno nella fantasia teorica dell’analista. Ogni regime procede per le fasi che abbiamo visto – reconstruction, articulation, preemption – fino all’ultima fase, disjuction. I presidenti disgiuntivi sono prodotti anomali del vecchio regime traballante, ne percepiscono le debolezze, magari cercano di salvarlo ma non ci sono le risorse per farlo, si muovono confusamente in varie direzioni, presiedono al suo sfacelo. Suscitano irritazione nel loro stesso partito, restringono il loro consenso al solo zoccolo duro, e durano un unico mandato: aprono la strada a cambiamenti di regime che avvengono contro di loro. Nel Novecento sono stati tali Herbert Hoover, travolto da FDR e dal New Deal, e Jimmy Carter travolto da Reagan.

Entra Trump. C’è stato, all’inizio, chi ha pensato che potesse essere un presidente ricostruttivo, il fondatore di un nuovo regime di destra, il successore di quello reaganiano. Ma il modello Skowronek non perdona: prima del presidente ricostruttivo c’è il presidente disgiuntivo, quello single-term che apre la strada al suo opposto. Trump non è un nuovo Reagan. E’ piuttosto un nuovo – be’, diciamo un nuovo Hoover per non offendere troppo il buon Carter, che è ancora fra noi. E’ l’ultima figura di un regime che ha esaurito la sua forza propulsiva. Con in più dei tratti personali di arroganza autoritaria, mendace e inetta, che ne fanno una mina vagante, un caso unico, grottesco e minaccioso, nella storia. (Naturalmente, guardando da vicino, ogni presidente è un caso unico, ma qui siamo alla pulp fiction.)

Strutturalmente parlando, è dopo Trump, dopo questo mandato di Trump, che dovrebbe esserci il presidente ricostruttivo. Ha la candidatura Biden le caratteristiche per essere una cosa così? Le risorse sembrano esserci. C’è la coalizione alternativa, c’è la demografia giusta, ci sono i sentimenti e gli indirizzi politici alternativi perché i democratici diventino il partito dominante di un regime basato su politiche pubbliche redistributive, più giustizia razziale e di genere, riforme dell’immigrazione e della giustizia penale. Il suo elettorato è maggioranza nel paese, in voti popolari ha vinto 6 delle ultime sette competizioni presidenziali, controlla la Camera più rappresentativa. Deve riuscire ad aprire lo scrigno del sistema elettorale più ostile alla majority rule, l’Electoral College e il Senato.

Ho parlato di “candidatura Biden” per sottolineare la dimensione sistemica della sfida, che va al di là della persona. L’uomo politico Joe Biden, con la sua lunga carriera da insider del regime presente, con l’inevitabile bagaglio di compromessi, con la sua evidente nostalgia per il passato, sembra improbabile come vigoroso fondatore di novità che guardino al futuro. Anche se il senno del poi della storia ci fa dimenticare quanto improbabili apparissero all’inizio delle loro avventure presidenziali figure come Reagan o FDR o, per dire, Lincoln. La sua età avanzata lascia comunque intendere che rapidamente il compito passerà ad altri, ad altre. Sembra che il personale adatto a esercitare la leadership non manchi, in un partito diviso ma vitale.

Naturalmente il modello Skowronek non è predittivo, ci mancherebbe, suggerisce solo delle possibilità. Le cose possono andare in maniera ben diversa. Un secondo mandato trumpiano renderebbe tutto più imprevedibile e, ahimé, teoricamente disordinato, poco elegante. Ancora più imprevedibile sarebbero le conseguenze dell’opzione nucleare: se il vecchio regime al tramonto rifiutasse di essere quello che è, cioè minoranza nel paese, se rifiutasse di diventare minoranza politica nella politica nazionale, se puntasse i piedi, forzasse o rompesse il patto costituzionale. E’ un’ipotesi che può attraversare la fantasia dell’attuale presidente, anche se assai improbabile nei fatti. Be’, in ogni caso, è anche così che cambiano i regimi. E’ ciò che accadde con la crisi che produsse il regime fondato dalla presidenza Lincoln.

Ma come diceva la mia nonna più cara, “Non oggi, oggi speriamo di no”.

Categories: Cultura politica, Elezioni, presidenza

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