Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Rinviare Election Day? Missione improbabile

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Donald Trump non può rinviare le elezioni presidenziali. Potrebbe farlo in qualche modo il Congresso, e se lo facesse, superando le incertezze e le complicatezze del caso, ciò potrebbe avere effetti piuttosto paradossali, tipo – una provvisoria presidenza Pelosi?

“Crazy Nancy”? “That bad woman”?

Ma è fantapolitica, almeno finché non diventa politica reale.

La data delle elezioni non è faccenda che riguardi il presidente degli Stati Uniti. Essendo scritta non nella pietra della Costituzione ma in una legge federale, può essere sì modificata, ma solo dal potere legislativo che l’ha creata. In che modo, con quale linguaggio il legislatore possa intervenire, non è chiaro. Non è chiaro a me, che so quello che so e quello che non so, ma ho il sospetto che proprio non sia chiaro in generale. Con norme eccezionali e temporanee? Rinviando l’evento specifico di poche settimane, per non far saltare le successive scadenze di gennaio? Ma un rinvio di poche settimane avrebbe senso dal punto di vista della sanità pubblica, tanto rumore per quasi nulla? Rinviando di qualche mese o un anno? Ma uno spostamento importante di date avrebbe implicazioni per la durata dei mandati degli eletti, un ostacolo costituzionale, potenzialmente fatale? Con una riforma permanente che regoli lo stato d’eccezione? Nessuno ne parla, mi pare.

Comunque, un’operazione del genere non è mai stata tentata, neanche durante le guerre, neanche quando la guerra era dentro il paese, ai tempi della Guerra civile. E ora dovrebbe essere fatta da un Congresso diviso e polarizzato come mai dai tempi della Guerra civile?

Missione improbabile.

La legge federale che crea e regola Election Day è antica. Risale al 1845 e dice in poche righe che i grandi elettori che formano l’Electoral College presidenziale, quello che elegge il Presidente e il Vicepresidente degli Stati Uniti, devono essere scelti lo stesso giorno in tutti gli stati dell’Unione. E che questo giorno è il primo martedì di novembre successivo al primo lunedì di novembre. Quindi non può essere il primo del mese, ma un giorno fra il 2 e l’otto. L’8 novembre, come nel 2016, è la data più tarda possibile. Quest’anno sarà il 3 novembre. La bizzarra clausola per il calcolo del giorno preciso ha ragioni tecniche, conseguenza di leggi precedenti (e lasciamo perdere i dettagli).

La scelta di inizio novembre è invece legata a fattori istituzionali e culturali un po’ da antico regime. Era questo il periodo dell’anno in cui le assemblee legislative degli stati erano riunite in sessione; e naturalmente bisogna ricordare che all’inizio di questa storia i grandi elettori erano designati dalle assemblee statali, non eletti dal popolo. Questo era anche un momento di pausa nel ciclo economico stagionale di una società in gran parte agricola: il raccolto autunnale si era concluso, i rigori dell’inverno non si erano ancora dispiegati, i politici (deputati e senatori statali, grandi elettori) potevano ancora spostarsi, viaggiare, con qualche conforto.

La scelta del martedì era solo un poco più moderna. Dagli anni 1840s i grandi elettori erano ormai eletti a suffragio universale maschile da milioni di cittadini. Ora erano gli elettori che spesso dovevano spesso fare viaggi importanti per raggiungere i seggi aperti nei villaggi, magari nella cittadina capitale di contea. Non potevano certo andare la domenica, che è il giorno del Signore. E neanche il mercoledì, che era il giorno di mercato. Martedì era perfetto, consentiva anche a chi veniva da lontano di muoversi il giorno prima, lunedì. L’America era quasi tutta rurale, e l’elettore idealizzato (anche se sempre meno quello reale) era un farmer maschio isolato nella sua farm.

La scelta di un unico giorno era infine compiutamente moderna. Fino ad allora c’erano variazioni di calendario da stato a stato. Ma ora, con l’avvento del telegrafo, cioè della comunicazione istantanea, in uno stato in cui si dovesse ancora votare era possibile conoscere in tempo reale i risultati delle elezioni in altri stati, e quindi esserne influenzati. Il voto doveva avvenire in maniera simultanea ovunque (il villaggio globale? È quasi due secoli che esiste, Internet fatti da parte). La cosa acquistò anche un forte significato simbolico. Election Day divenne il momento in cui il popolo sovrano si riunisce in assemblea virtuale nazionale per scegliere il governo nazionale in una nazione cresciuta a dimensioni continentali. Divenne, come scrisse più tardi Walt Whitman,  America’s choosing day:

“Il giorno in cui l’America fa la sua scelta / il senso profondo non nell’eletto – l’atto in se stesso ciò che più conta, la scelta quadriennale.”

La scelta quadriennale? Questo è un punto importante non solo per il poeta ma anche per l’ordine costituzionale. Che il mandato presidenziale sia di quattro anni e non di più, questo sì che è scritto in Costituzione, nell’articolo II dedicato al potere esecutivo. E ripetuto in termini netti nell’Emendamento XX ratificato nel 1933, quello che anticipa dal tradizionale (fino ad allora) 4 marzo al 20 gennaio il passaggio dall’amministrazione uscente a quella entrante. E che dice: “Il mandato del presidente e del vicepresidente avrà termine a mezzogiorno del ventesimo giorno di gennaio […] degli anni in cui tali mandati avrebbero avuto termine se questo emendamento non fosse stato ratificato; e i mandati dei loro successori avranno inizio in quel momento”.

E’ quindi evidente che allo scoccare del mezzodì del 20 gennaio 2021 Donald Trump e Mike Pence non saranno più in carica, succeda quel che succeda. Ma se non ci sono (ancora) dei successori regolarmente eletti, che cosa si fa? Allo stato attuale delle cose, è sempre l’Emendamento XX a dare una risposta: “Se non sarà stato scelto un presidente prima del momento fissato per l’inizio del mandato” – e le ipotesi implicite sembrano essere che i risultati elettorali siano contestati, che la Camera non riesca a sbrogliare la matassa, che gli eletti presidenziali non abbiano le qualifiche abilitanti, non certo che l’elezione presidenziale non ci sia stata o non sia stata fatta in tempo – bene, in questo caso provvederà il Congresso a indicare, con una legge ordinaria, chi agirà temporaneamente da presidente.

Il Congresso ha provveduto con varie leggi, l’ultima del 1947. La linea di successione alla presidenza è ben definita. Una volta che anche il vicepresidente non ci sia o sia inutilizzabile, per le stesse ragioni del presidente, la carica passa allo Speaker della Camera dei rappresentanti (che si dimette dalla Camera, per il principio della separazione dei poteri), e poi a seguire, se anche lo Speaker viene a mancare, al Presidente pro tempore del Senato (che da settant’anni è il senatore con più anzianità di servizio del partito di maggioranza), e poi ancora a seguire a vari membri del gabinetto, a cominciare dal Segretario di stato. Potrebbe dunque essere Madame Speaker, Nancy Pelosi, a insediarsi per un po’ alla Casa bianca?

Ma allo stato attuale delle cose, le cose sono più complicate. C’è una trappola, una sorta di Comma 22 paralizzante. Se le elezioni presidenziali saranno rinviate, accadrà lo stesso per le altre elezioni nazionali, quelle congressuali e, laddove previste, quelle senatoriali?  Altrimenti perché mai rinviare per pericoli di contagio? Non so se qualcuno ne discuta: in questo caso rischieranno di venire a scadenza anche i mandati di tutti i membri della Camera e di un terzo dei senatori, senza che ci siano i loro successori eletti. E questa scadenza, secondo il solito Emendamento XX citato sopra, avviene ora il 3 gennaio e dunque precede la fine del mandato presidenziale. In altri termini, senza regolari elezioni a novembre, al più tardi alla fine di novembre, il 20 gennaio 2021 non ci sarà alcuna Camera insediata, nessun Speaker, solo un Senato con due terzi dei suoi membri?

Insomma, rinviare le elezioni generali è un bel pasticio. Il Congresso avrebbe davvero un bel daffare, compresa forse la necessità di toccare la carta costituzionale. In tempi rapidissimi.

Missione improbabile.

Oppure – oppure il presidente Trump potrebbe trumpianamente (nelle sue fantasie erotiche) tagliare il nodo gordiano. Dichiarare la legge marziale? E al fine di combattere la pandemia, posporre d’autorità le elezioni e prolungare il suo mandato? Ma neanche a pensarci, non è possibile. Una celebre sentenza della Corte suprema del 1866 (Ex parte Milligan) dice che neanche la legge marziale può mai sospendere la Costituzione. Neanche in tempo di guerra vera (quella civile). Mi dicono che si applicherebbe anche a questo caso.

Categorie:costituzione, Elezioni, presidenza

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