Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La frontiera rovesciata

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La borderland fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Uniti Messicani (Estados Unidos Mexicanos) è terra di confine non solo fra due stati nazionali. Lo è anche fra il Nord e il Sud delle Americhe. E’ in effetti un pezzo del confine globale fra il Nord e il Sud del mondo, un po’ come lo è il Mediterraneo: un pezzo del metaconfine fra the West and the rest. Come ha ricordato la scrittrice chicana Gloria Anzaldúa, è “una herida abierta where the Third World grates against the first and bleeds”, “una ferita aperta dove il Terzo mondo si scontra con il primo e sanguina”. Questo scontro dà un carattere specifico a un’ampia area regionale che, sul versante statunitense, comprende gran parte del cosiddetto Southwest, gli stati di Texas, New Mexico, Arizona, California e anche Nevada e Colorado. Gli stati che sono adiacenti alla linea di confine più attraversata del mondo, con quasi un miliardo di passaggi legali ogni anno.

E’ questa un’area fittamente popolata in generale, per esempio nelle grandi città del Texas e della California. In particolare è fittamente popolata di residenti di discendenza messicana (dai messicani che vi risiedevano al momento delle annessioni del 1845 e 1848), di immigrazione messicana, di immigrazione latino-americana. Gli Hispanics, gli “ispanici” insomma. Persone che hanno radici e relazioni sociali famigliari a cavallo del confine, per le quali il confine è un artificio materialmente reale ma mentalmente irrilevante. Le percentuali parlano da sole. Gli ispanici sono quasi la metà degli abitanti in New Mexico, un terzo in Texas e California. Se poi si guarda alle contee, come nella mappa qui sopra, il messaggio è ancora più esplicito. Nelle contee a ridosso del confine gli ispanici possono essere più di due terzi degli abitanti, dove il rosso è più denso e scuro, oppure circa la metà, dove il rosso è più vivo.

L’idea di borderland è, in questa lunga fascia rossa, evidentissima. E il rosso ne può simbolizzare la dimensione drammatica, di ferita aperta e sanguinante, appunto. Ma anche la dimensione positiva, di luogo di opportunità, di possibilità, di speranze. In entrambi i casi si tratta di caratteri sociali, politici e culturali in genere associati alla storia della vecchia frontiera americana, la Frontier classica ottocentesca, la mobile frontiera western. Qui in versione Southwestern, e decisamente più affollata.

La borderland è frontiera nel senso più dark della storia della frontiera stessa. E’ un luogo di violenza fra individui e gruppi, di sanguinosi conflitti sociali, attraversato da una “linea del colore” densa di implicazioni gerarchiche razziali e razziste. E’ di nuovo il “meridiano di sangue” raccontato da Cormac McCarthy nel suo romanzo sulla metà dell’Ottocento. Dacché esiste quel confine le cose stanno così. Questo è un editoriale del New York Times del 1922, dopo troppi incidenti (e relative proteste del governo messicano): “L’assassinio di messicani senza provocazione è così comune da passare inosservato”. Lì ci sono traffici di esseri umani e altre attività criminali. C’è uso e abuso della manodopera migrante. Per molti nuovi arrivati ci sono separazioni famigliari e respingimenti e deportazioni, vita precaria ai margini o fuori delle legalità.

Ma la borderland è frontiera anche nell’altro senso classico, quello più luminoso. Per molti che vivono a sud del confine è un luogo di fuga dalla povertà e dal degrado politico, un luogo del desiderio, un luogo di rinascita. E tutte le indagini, le inchieste, i sondaggi dicono che i nuovi arrivati, compresi quelli undocumented, sono fra i residenti d’America i più ottimisti, spesso gli unici ottimisti nei momenti peggiori, convinti comunque che i loro figli avranno una vita migliore della loro. “Immigrant optimism”, lo chiamano i sociologi. Lì si costruiscono relazioni sociali e affettive, famiglie e comunità, contatti e contaminazioni culturali, identità ibride, meticce. Lì funziona una sorta di americanizzazione tramite i soliti strumenti, i consumi e la vita pubblica. Lì ci sono rivendicazioni di diritti civili, di organizzazione sociale, di partecipazione e influenza politica.

La borderland è dunque uno spazio di frontiera – che come la frontiera ottocentesca è importante per lo sviluppo di tutto il paese, visto che contribuisce in maniera decisiva al drammatico cambiamento demografico che in un paio di decenni potrebbe fare degli Stati Uniti un paese a maggioranza non euro-bianca. Ma è una frontiera strana, se ci si pensa bene. Perché qui la spinta propulsiva è rovesciata rispetto a quella di una volta. Qui non c’è il movimento migratorio degli abitanti degli Stati Uniti, chiamiamoli yankee per comodità, che spingono il confine verso l’esterno, attraverso il continente verso il West, bensì l’inverso. Qui c’è il movimento di migranti da sud che spinge verso l’interno, dentro il territorio yankee. E’ una frontiera che gli yankee subiscono, che mette parecchi di loro sulla difensiva, che li fa sentire vittime: vittime di un’invasione proprio come le loro vecchie vittime, le popolazioni native. E’ l’ironia della storia, la vendetta della storia.

C’è qualcosa di ironico, di paradossale anche negli oppositori più militanti e organizzati della presunta invasione. Molti di loro pensano che, in fondo, gli invasori non abbiano tutti i torti. I leader dei vigilantes volontari che pattugliano il confine sono convinti che i migranti messicani abbiano un progetto: riprendersi i territori persi dal Messico tanto tempo fa, tentare la Reconquista. Dice uno di loro: “Sai, la gente di là dal confine è probabilmente lì accampata intorno al fuoco e sta parlando di come hanno perso la guerra con noi… E hanno ragione, questa terra noi l’abbiamo conquistata. E loro pensano di riprendersi ciò che gli appartiene”. Come? Il progetto sarebbe questo: popolare il Southwest, diventare cittadini elettori, mettersi in politica, vincere elezioni, fare la secessione, riunificarsi con la vecchia madrepatria. Si tratta di una fantasia xenofoba, ma è una fantasia che ha un impatto, una funzione reale.

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C’è una illustrazione del New Yorker (qui sopra) che accompagna un articolo, in effetti la recensione di un libro sul muro con il Messico come simbolo della (ennesima) fine del mito della frontiera. Un pioniere di quelli di una volta, con il suo carro Conestoga, abituato ad avanzare, incontra infine la barriera del confine e si ferma perplesso. E’ finita la sua avventura? Il border wall, ben piantato in terra, blocca la Frontier mobile? In realtà l’illustrazione mostra come la barriera sia concepita come un limite non solo al frontiersman yankee ma anche a chi si muova in senso contrario al suo, dall’esterno verso l’interno. E infatti non mostra una cosa fondamentale: in realtà oltre la rete non c’è il nulla, il deserto di cactus, ma c’è un altro pioniere che qui non si vede, un altro frontiersman che spinge per entrare, e che parla spagnolo. E forse il mito della frontiera non è morto, ha solo altri protagonisti. D’altra parte, non è sempre stato un mito di migranti?

Qualche testo di riferimento

Gloria Anzaldúa , Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, Aunt Lute, San Francisco, 1987, ed. it. a cura di Paola Zaccaria, Terre di confine / La frontera, Palomar, Bari, 2000.

Cormac McCarthy, Blood Meridian, Random House, New York, 1985, trad. it. di Raul Montanari, Meridiano di sangue, Einaudi, Torino, 1997.

Illustrazione di Max Guther per Francisco Cantù, When the Frontier Becomes the Wall, The New Yorker (March 11, 2019).

Greg Grandin, The End of a Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America, Henry Holt, New York, 2019.

Todd Miller, Border Patrol Nation: Dispatches from the Front Lines of Homeland Security, City Lights Books, San Francisco, 2014.

Todd Miller, Empire of Borders: The Expansion of the U.S. Border Around the World, Verso, London – New York, 2019.

Claudia Bernardi, Una storia di confine. Frontiere e lavoratori migranti tra Messico e Stati Uniti, 1836-1964, Carocci, Roma, 2018.

Categories: Americanismo, Immigrazione

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