Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il discorso del Piano Marshall (5 giugno 1947)

47.06.05-George-C.-Marshall-at-Harvard

Questa è una traduzione “didattica” di qualche anno fa, spero abbastanza accurata, del discorso con cui il Segretario di Stato George C. Marshall annunciò le linee generali di un piano di aiuti del governo degli Stati Uniti ai paesi europei piegati dalla guerra. Il piano sarebbe diventato lo European Recovery Program (ERP) ovviamente meglio noto come Piano Marshall, entrato il vigore il 3 aprile 1948.

I discorso fu pronunciato alla Harvard University il 5 giugno 1947, nel primo pomeriggio, di fronte a 15.000 persone. Il dattiloscritto originale è consultabile qui, sul sito della George C. Marshall Foundation.

Non ho bisogno di ricordare a voi signori che la situazione del mondo è molto seria. Ciò dev’essere evidente a tutte le persone intelligenti. Penso che una delle difficoltà sia che il problema è di una tale enorme complessità che la stessa massa di fatti presentata al pubblico dalla stampa e dalla radio rendono estremamente difficile per l’uomo della strada farsi una chiara idea della situazione. Inoltre i cittadini di questo nostro paese vivono lontani dalle aree instabili e turbolente della terra ed è difficile per loro comprendere i guai e le reazioni di popoli che soffrono da troppo tempo, e gli effetti che queste reazioni hanno sui loro governi in rapporto ai nostri sforzi di promuovere la pace nel mondo.

Nel considerare i requisiti necessari alla ricostruzione dell’Europa sono state stimate correttamente le perdite di vite umane, la distruzione visibile di città, fabbriche, miniere e ferrovie, ma nei mesi recenti è diventato ovvio che questa distruzione visibile è stata probabilmente meno grave dello sconvolgimento dell’intero tessuto dell’economia europea. Nei dieci anni passati le condizioni sono state assai anormali. La febbrile preparazione della guerra e l’ancora più febbrile mantenimento dello sforzo bellico hanno travolto tutti gli aspetti delle economie nazionali. I macchinari si sono deteriorati o sono del tutto obsoleti. Sotto l’arbitrario e distruttivo dominio nazista, praticamente ogni impresa è stata finalizzata alla macchina bellica tedesca. Legami commerciali di antica data, istituzioni private, banche, compagnie di assicurazioni e società di navigazione sono scomparse, per perdita del capitale, o perché nazionalizzate o semplicemente distrutte. In molti paesi la fiducia nella moneta locale è stata gravemente scossa. Il crollo della struttura economica europea durante la guerra è stato completo. La ripresa è stata seriamente ritardata dal fatto che, a due anni dalla fine delle ostilità, non è stato ancora concluso un accordo di pace con la Germania e con l’Austria. Ma anche se questi difficili problemi avessero avuto una soluzione più rapida, è del tutto evidente che la ricostruzione della struttura economica europea richiederà un tempo molto più lungo e uno sforzo molto maggiore di quanto previsto in un primo tempo.

Vi è un aspetto della questione che è sia interessante che serio. Gli agricoltori hanno sempre prodotto le derrate alimentari per scambiarle con altri generi di prima necessità prodotti dagli abitanti delle città. Questa divisione del lavoro è alla base della civiltà moderna. Attualmente essa è minacciata dal collasso. Le industrie urbane non producono merci in quantità adeguata per scambiarle con i prodotti alimentari degli agricoltori. Materie prime e combustibili scarseggiano. I macchinari  sono insufficienti o usurati. Gli agricoltori e i contadini non trovano in vendita le merci che desiderano acquistare. Quindi la vendita di prodotti agricoli per denaro che non possono spendere sembra loro una transazione non rettitizia. E così hanno rinunciato a coltivare parte dei campi lasciandoli a pascolo. Preferiscono foraggiare il bestiame e ritrovarsi con un’ampia disponibilità di cibo, anche se mancano di vestiti e di altri prodotti comuni della vita civilizzata. Nel frattempo gli abitanti delle città mancano di generi alimentari e combustibili. I governi sono pertanto costretti ad impiegare divise estere e crediti per procurarseli all’estero. E ciò esaurisce fondi di cui ci sarebbe urgente bisogno per la ricostruzione. Si sta rapidamente sviluppando una situazione che non fa presagire nulla di buono per il mondo. Il moderno sistema di divisione del lavoro su cui si fonda lo scambio dei prodotti è a rischio di collasso.

La verità è che, per i prossimi tre o quattro anni, i bisogni dell’Europa in materia di derrate alimentari e altri prodotti essenziali provenienti dall’estero – soprattutto dall’America – sono così superiori alla sua attuale capacità di pagamento che dovrà avere ulteriori e sostanziali aiuti, pena l’aggravamento della sua situazione economica, sociale e politica.

Il rimedio consiste nel rompere il circolo vizioso e nel ripristinare la fiducia degli europei nel futuro economico dei loro paesi e dell’Europa tutta. Gli industriali e gli agricoltori debbono avere la possibilità e il desiderio di scambiare i loro prodotti con valuta il cui valore duraturo non sia in discussione.

A parte l’effetto demoralizzante sul mondo intero e i disordini che possano derivare  dalla disperazione delle popolazioni interessate, le conseguenze di tutto ciò sull’economia degli Stati Uniti dovrebbero essere evidenti a tutti. È logico che gli Stati Uniti debbano fare quanto è in loro potere per favorire il ritorno di normali condizioni economiche nel mondo, senza le quali non può esserci né stabilità politica né pace sicura. La nostra politica non è diretta contro alcun paese o alcuna dottrina, bensì contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Il suo fine dovrebbe essere la rinascita nel mondo di una economia funzionante che permetta l’affermarsi di condizioni politiche e sociali in cui possano esistere libere istituzioni. Questo aiuto, ne sono convinto, non può essere di natura frammentaria inseguendo lo sviluppo delle varie crisi. Qualsiasi assistenza questo governo possa rendere in futuro dovrebbe fornire una cura piuttosto che un semplice palliativo. Ogni governo che voglia contribuire all’opera di ricostruzione avrà la piena collaborazione, ne sono certo, del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi governo che manovri per ostacolare la ricostruzione di altri paesi non potrà attendersi aiuti da noi. Inoltre i governi, i partiti o i gruppi politici che cerchino di perpetuare la miseria umana per trarne profitto, politicamente o in altro modo, incontreranno l’opposizione degli Stati Uniti.

È evidente che, prima che il governo degli Stati Uniti possa procedere nell’impegno di alleviare la situazione e di aiutare la ricostruzione dell’Europa, debba esservi un accordo fra i paesi europei in merito alle esigenze della situazione e alla parte che quegli stessi paesi si assumeranno per rendere efficace l’azione che il nostro governo possa intraprendere. Non sarebbe né opportuno né utile che questo governo si impegnasse a redigere unilateralmente un programma per rimettere economicamente in piedi l’Europa. Questo compete agli europei. L’iniziativa, penso, deve venire dall’Europa. Il compito di questo paese dovrebbe consistere nell’aiuto amichevole nella elaborazione di un programma europeo e nel successivo appoggio dello stesso programma nei limiti in cui sarà per noi possibile darlo. Questo programma dovrebbe essere un programma comune, sul quale concordino, se non tutte, diverse nazioni europee.

Un aspetto essenziale di qualsiasi azione efficace da parte degli Stati Uniti è che il popolo americano capisca la natura del problema e dei rimedi da applicare. La passione e il pregiudizio politico non dovrebbero avervi alcuna parte. Con lungimiranza, e con la disponibilità del nostro popolo ad affrontare le vaste responsabilità che la storia ha chiaramente assegnato al nostro paese, le difficoltà che ho delineato possono essere e saranno superate.

Categories: Americanismo, Politica internazionale

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