Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

L’astensionista tranquillo

astensione

Per parecchi astensionisti che si conoscono, il non voto è diventato una tranquilla abitudine. Non è sempre stato così. All’inizio, soprattutto per quelli che si dicevano di sinistra, che si consideravano avanguardia di qualcosa, decidere di non votare o, per i più timidi, di votare scheda bianca, era un’impresa intensa e passionale, da vita strenua, l’ultima attività militante (lo è ancora, per i neofiti della causa).

Votare è, dopo tutto, abbastanza semplice ed economico. È un atto elementare, richiede pochi minuti. Si decide, sulla base di qualche parametro di senso comune, senza troppe pretese, che “questi qui” sono un po’ meglio o meno peggio di “quelli là”, lo si scrive sulla scheda, la si depone nell’urna, e via. Prima e dopo si ha tutto il tempo che si vuole per fare altre cose, magari per fare, ciascuno nel suo piccolo, quel qualcosa che si rimprovera alla politica istituzionale di non fare (e per questo, si dice, ci si astiene dal votarla).

Chi dice che vota tutto l’anno facendo altre mirabolanti cose dice una verità, ma non si capisce perché ciò sia un ostacolo a fare una capatina al seggio, una domenica ogni tanto.

Era non votare che richiedeva, all’inizio, un sacco di tempo. C’erano riflessioni politiche, macerazioni etiche, complesse analisi storiche, telefonate, le prime chat, lettere ai giornali, discussioni a cena o dopo il cinema o, quando arrivavano i primi segni dell’estate (stagione elettorale), in campagna o al mare. Non votare esauriva spesso tutta l’energia fisica e intellettuale di cui uno disponeva. Restava il tempo e la voglia di fare altro? Difficilmente. Il tempo è quello che è, e certi astensionisti sono persone piuttosto delicate, nei gusti certamente ma anche nel fisico.

Parecchi astensionisti quindi, oltre a non votare deplorando, avevano anche smesso di fare qualunque altra cosa, non facevano assolutamente niente. Certo, il mondo non andava come doveva andare; ma poi, insomma, la vita continuava e in fin dei conti si sopravviveva anche sotto un governo di “quelli là”. Anzi, se “quelli là” erano particolarmente bastardi, ci poteva essere una certa soddisfazione: nuove succulente discussioni serali, grida di orrore, accuse emotivamente gratificanti a questo e a quello. E magari una manifestazione di protesta, una ogni tanto.

Neanche avevano comprato il biglietto della lotteria, ma erano scatenati nell’insultare chi aveva vinto, e anche chi aveva perso, come se loro non c’entrassero niente.

Al giorno d’oggi gli astensionisti che si conoscono se ne stanno a casa, il giorno delle elezioni, senza pensarci più. O vanno in vacanza, soprattutto se c’è un ponte lungo (da noi il voto è o dovrebbe essere un’attività festiva, non un evento da giorno di lavoro come, per dire, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti). Se interrogati in proposito, ma succede sempre più di rado, citano lo stato pietoso dell’offerta politica e la giusta disaffezione generale alle urne, divenuta comune nel nostro paese come in altri, per giustificare la loro disaffezione.

Citano la disaffezione generale e magari la lamentano pure, dicono che sì, certo, è un problema: colpa del sistema, cioè degli altri. Di quel problema, se lo considerano davvero tale, sono diventati una parte pacificata, una rotellina ben oleata. E magari, presso i conoscenti, nel loro piccolo o grande giro di conoscenze, del non voto sono diventati anche distratti e passivi legittimatori. Se non votano più loro, che erano tanto appassionatamente politici, perché dovrebbero farlo altri? Se menti una volta raffinate dicono che tanto son tutti uguali, che tanto è tutto uno schifo, come dargli torto?

Loro malgrado, anche nel non far niente, fanno abbastanza. Possono persino ritrovarsi a essere avanguardia.

Categories: Elezioni, Uncategorized

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