Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il futuro come presente di altri; le sofferenze private e lo sviluppo dell’industria pesante. Due pagine di Claudio Pavone

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L’altro giorno gli storici del mio (ormai ex) dipartimento pisano hanno ricordato con un bel seminario internazionale Claudio Pavone, amico e collega scomparso giusto un anno fa all’età di 96 anni. A margine del seminario, mi sono riletto due passi tratti dalle sue opere di cui ho fatto appunti di memento per il mio lavoro, e un po’ anche per la vita.

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Il primo passo è tratto da una delle pagine finali del suo libro più noto, e del suo capolavoro storiografico, Una guerra civile (Bollati Boringhieri, 1991, p. 576).

“Gli antifascisti avevano di fronte, almeno in prima istanza, un nemico dai tratti chiari e ben delineiati. La tensione che l’antifascismo introduceva nella vita morale occultava le ambiguità della cultura della crisi, e trasformava in titoli di nobiltà certi tratti arcaici propri dell’antifascismo stesso. Ponendo tutti, o quasi, i disastri provocati dalla società contemporanea sul conto del fascismo, gli antifascisti e i resistenti da una parte furono frenati nell’analisi della società da cui scaturiva la crisi, dall’altra consegnarono all’Italia postfascista una fiducia forse un po’ ingenua, ma sicuramente solida, nel futuro della democrazia. E’ stato un processo favorito dal fatto che portarsi finalmente al livello dei paesi avanzati, la cui immagine veniva ottimisticamente semplificata, fu considerato un obiettivo  degno di un lungo, duro e assorbente impegno di tutto un popolo. Il futuro come presente di altri frenò, come spesso accade nei late comers, la progettazione del futuro come radicale innovazione.”

In una nota a pié di pagina Pavone chiarisce l’origine dell’espressione che amo molto, pensare “il futuro come presente di altri”. E l’origine è nel saggio Futuro dello scrittore  Giacomo Noventa (1898-1960) in cui si legge che il futuro come “presente di un altro: di un altro individuo, di un altro gruppo, di un’altra civiltà: è il primo ed esatto significato della parola ‘futuro’, ed è quasi sempre l’ultimo al quale  pensiamo”.

E’ un’origine che conoscevo da prima che uscisse il libro, perché della frase di Noventa e delle suggestioni che suscita avevamo discusso in alcune conservazioni. Che riguardavano l’analisi comparata degli sviluppi nazionali dei vari paesi, e la tentazione per chi esce da una crisi, da una rottura storica, di immaginare il nuovo inizio e la ricostruzione prendendo a modello altri paesi che sembrano più avanzati ma che mai sono adatti perché frutto di altre storie. La tentazione di voler fare come in America o come in Russia, oppure, nell’Ottocento, di volersi portare alla pari con l’Inghilterra – o con la Francia. La tentazione di chi si sente late comer, appunto, di chi ha il complesso del ritardo storico.

Il secondo passo è di natura diversa. E’ tratto dal suo libro di più recente pubblicazione, Aria di Russia (Laterza 2016, alle pp. 169-170), che è in realtà l’edizione delle sue note di diario di un viaggio in Urss nell’autunno 1963, un viaggio durato un mese, fatto con grande curiosità, genuino interesse, e cordiale distacco. Quello che mi piace molto in queste righe è che vi sento il ritmo del Claudio narratore orale, attento, umanamente coinvolto, sobriamente ironico. E che vi ritrovo la sua sensibilità (anche di storico) alle dimensioni drammatiche, o tragiche, delle singole esperienze di vita e al rischio di calpestarle nell’esaltazione, fino al grottesco, di astratti processi storici.

Pavone è in visita da Galina Aleksandrovna Oborina, una economista sovietica che vorrebbe venire in Italia, è amica di Paolo Sylos Labini, se capisco bene è sposata con un italiano. Il padre di Galina, un vecchio bolscevico della prima ora, si è fatto sette anni di galera sotto Stalin e Berija (e gli è andata anche bene), e la figlia non è tenera con il regime e con chi, per ottusità ideologica o semplice ottusità umana, sembra non capirne la natura.

“Mentre parliamo, la radio trasmette un discorso di Chruščëv che sta facendo un viaggio in Ucraina e in Crimea: ha una voce squillante, e pronuncia spessissimo le parole «comunismo», «marxismo-leninismo», «popolo». A sentire le prime due parole, Galina fa volentieri gesti di insofferenza. Il suo atteggiamento è infatti di scetticismo nei riguardi un po’ di tutto e di tutti. Dice che ne hanno viste troppe. Ce l’ha con Vito Laterza, che, quando lei gli raccontava quello che aveva sofferto, rispondeva ricordando lo sviluppo dell’industria pesante. Accusa di cinismo gli stranieri che non comprendono la loro situazione psicologica e che fanno discorsi tipo quelli di Laterza, del quale dice che probabilmente è troppo giovane per comprendere chi ha vissuto Stalin e la guerra. Accusa i capi comunisti italiani di venire qui a villeggiare o a farsi curare a spese dello Stato sovietico, di parlare male in privato e poi di tornare in Italia a dire che va tutto bene. Ricorda con stizza la figlia di un dirigente italiano che, venuta a farle visita nella sua stanza di coabitazione, trovò che era tanto graziosa e messa su con gusto, abilità, e tanto calore umano.”

(PS. Googlando Galina Aleksandrovna Oborina scopro che il suo nome compare nel controverso Dossier Mitrokhin (googlatevelo se volete sapere cos’è e perché è controverso), dove è indicata come un’agente del KGB. Brivido dell’avventura? Vatti a fidare – di Galina o di Mitrokhin.)

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Categories: storiografia

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