Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Ma quanti sono gli americani che votano alle primarie?

1050x591Alle primarie del 2008 votarono 57 milioni di americani, il 30% dell’elettorato generale, un record. Si ripeterà quest’anno il miracolo?

Alle quasi 1700 mini-assemblee congressuali di ciascun partito che in Iowa si chiamano caucuses, la settimana scorsa hanno partecipato in tutto 353.000 elettori. Sono i primi dati che indicano alcune cose interessanti se messi a confronto con quelli del 2008, l’ultima tornata comparabile di primarie presidenziali in cui entrambi i partiti dovevano scegliere il candidato (nel 2012 Barack Obama non fu sfidato da nessuno e le primarie democratiche andarono deserte).

Il primo luogo, dal 2008 a oggi i numeri degli elettori hanno avuto una lieve flessione; allora erano 358.000, oggi, come ho già detto, sono 353.000. In secondo luogo, e con particolare evidenza, le loro dinamiche hanno avuto uno spostamento di campo. A contrarsi drasticamente sono stati infatti i democratici, da 239.000 a 171.000. Mentre i repubblicani sono balzati da 119.000 a 182.000.

L’entusiasmo delle piazze di Bernie Sanders e la robusta risposta di Hillary Clinton, alla fine, non sono riusciti a mobilitare più di tanto la base del partito. E’ stata la robusta rivalità fra i candidati repubblicani, fra Donald Trump e Ted Cruz e Marco Rubio, a portare più persone alle urne, più del 2008 e questa volta, a differenza di allora, addirittura più dei democratici.

La sfida fra Obama e Hillary del 2008 era dunque più appassionante di quella fra Hillary e Bernie oggi? E’ troppo presto per dirlo per questa stagione politica che è appena iniziata, ma certo sembra vero per l’Iowa. Di cui per il 2008 abbiamo anche la percentuale dei votanti sul totale dei potenziali aventi diritto al voto (eligible voters): 11% per i democratici, 5% per i repubblicani, 16% in generale. E quel 16% è un record nell’intera storia dello stato e anche nella storia dei caucuses presidenziali che sono, per loro natura, molto meno partecipati delle elezioni primarie vere e proprie.

Nel complesso, in verità, tutte le primarie del 2008 segnarono un record storico, e quindi sono anche un benchmark un po’ sleale su cui valutare quelle di quest’anno (ma che diamine, Sanders promette niente di meno di una “rivoluzione politica”, e quindi bisogna essere esigenti). Votarono allora 57 milioni di americani, il 30% degli eligible voters. Un salto considerevole rispetto ai 31 milioni e al 19% dell’anno 2000 di George W. Bush e Al Gore. E appena meno del 31% del 1972 – che è la percentuale massima raggiunta in questo genere di eventi.

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Sul lungo periodo, e con l’eccezione del 2008, anche la partecipazione alle primarie è diminuita in parallelo con la diminuzione dell’affluenza alle urne alle elezioni generali. La tabella qui sopra, tratta da un rapporto di Thomas Patterson della Harvard Kennedy School, mostra il suo andamento dopo le grandi riforme post-1968 che introdussero le primarie presidenziali in un numero crescente di stati e le resero decisive per le nominations dei candidati (prima di allora erano poche e poco importanti). Dopo l’entusiasmo iniziale, la discesa è indiscutibile.

L’eccezione del 2008 è dovuta a un paio di fattori che riguardano soprattutto le novità nel partito democratico. Il primo serio contendente nero alla presidenza mobilitò in maniera straordinaria i giovani e gli afro-americani; la prima seria contendente donna mobilitò l’elettorato femminile. E poi ci fu la durata della battaglia fra i due, un’intensa maratona che si risolse solo a fine stagione. L’incentivo a partecipare al voto, quindi, rimase alto anche negli stati che tengono le primarie molto avanti nel calendario (quando, in circostanze normali, i giochi sono già fatti e l’interesse è svanito).

Categories: campagna elettorale, partecipazione

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