Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Corri, Bernie, corri – fino a dove?

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Nella sua improbabile rincorsa a Hillary Clinton per la candidatura democratica alla presidenza, il “socialista” Bernie Sanders sembra essere partito piuttosto bene.

Gli opinion polls nazionali lo danno molto indietro, naturalmente. Secondo la media degli ultimi sondaggi calcolata dal sito realclearpolitics.com, nella terza settimana di luglio il suo voto virtuale fra gli elettori democratici è al 16.3% rispetto al 56.8% di Clinton. Tuttavia quel voto è in ascesa, è il doppio di due mesi fa, ne fa il secondo in classifica, gli ha conquistato il posto di sfidante. I numeri sono ancora più interessanti nei due Stati in cui si aprirà la stagione delle primarie nel 2016, assai importanti anche a livello simbolico. In Iowa, la media dei sondaggi è 55.2% per Clinton e 21% per Sanders, ma il singolo sondaggio più recente dice 52% a 33%. Nel New Hampshire, la media è 46% contro 30.5%, ma il più recente dice 43% contro 35%. Otto punti di distacco, quasi niente.

Qui, insomma, la sfida sta diventando realistica. E siamo solo all’inizio.

Poi c’è la grande partecipazione ai suoi eventi elettorali. Che nelle ultime settimane ha battuto tutti i record di questa incipiente campagna. Migliaia di persone, spesso più di 10.000, sono andate a sentirlo, nel New England da cui proviene ma anche nel Sudovest di Texas e Arizona, e poi in Colorado e Minnesota. A Madison, Wisconsin, ha fatto il pieno facile in una città notoriamente molto progressista. Ma anche in Alabama, giocando fuori casa, i suoi organizzatori speravano in 30 persone e ne sono arrivate 300. Sanders vuole costruire, con tutte le difficoltà del caso, una campagna nazionale che copra l’intero paese. Dice: “Andremo in Alabama, andremo in Mississippi, andremo negli Stati conservatori”.

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Sanders mostra un interesse particolare per l’organizzazione grassroots. Dice che non si tratta solo di un temporaneo marchingegno elettorale, ma di qualcosa di permanente. Rimprovera a Obama di aver smobilitato la sua organizzazione subito dopo la vittoria del 2008, contribuendo così alla sua debolezza politica. Dice: non puoi pensare di fare tutto dentro i palazzi della capitale. “Vuoi avere l’accesso gratuito all’università? Porta un milione di amici a marciare su Washington!”. E anche: “Gli interessi del denaro – Wall Street, l’America delle grandi corporations – hanno così tanto potere che nessun presidente può sconfiggerli se non c’è un movimento organizzato di base che faccia loro un’offerta che non possono rifiutare”.

Per questo ci vogliono seguaci entusiasti, che sembrano esserci. E denaro, che comincia a esserci. La sua raccolta di fondi non va affatto male, alla scandenza del 30 giugno ha messo insieme 15 milioni di dollari, in gran parte tramite il meccanismo virtuoso delle piccole donazioni (all’80% inferiori ai 200 dollari). Nella classifica dei contributi diretti ai candidati Sanders è secondo in assoluto, dopo Hillary (che ne ha tirato su il triplo, 47 milioni) e prima del primo dei repubblicani, Ted Cruz (14 milioni). Il che suona piuttosto strano, se non si considera che i finanziamenti elettorali prendono molti altri canali. Se si guarda ai soldi dei super-PAC cosiddetti “indipendenti”, infatti, il più ricco della compagnia è il repubblicano Jeb Bush, con più di 100 milioni di dollari.

E Sanders è il più povero, nessun super-PAC, zero dollari.

Insomma, la corsa è diventata interessante, il dramma politico anche. Un socialista come serio contendente? Per molti versi la presenza di un candidato di sinistra è quasi una tradizione, alla partenza delle primarie democratiche. Ma su molte cose Bernie è più a sinistra di coloro che l’hanno preceduto. Il suo uso dell’etichetta “socialista” rinvia ai modelli di welfare state di stile scandinavo: sicurezza sociale dalla culla alla tomba, sistema sanitario nazionale, università statali gratuite, lotta alle diseguaglianze economiche, tassazione progressiva, investimenti pubblici in infrastrutture, jobs programs, salario minimo decente, anti-trust contro le grandi banche, sostegno ai sindacati anche contro i trattati internazionali di libero commercio.

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Su alcuni temi le sue posizioni non sono così amate a sinistra. In politica estera, per esempio, ha sostenuto molte delle iniziative militari della Casa bianca. Ha votato contro la guerra in Iraq ma a favore di quella in Afghanistan. Ha approvato parecchi programmi della War on Terror. Ha difeso la politica di Israele nella guerra a Gaza dell’anno scorso. Sulle questioni culturali ha posizioni controverse o distratte. E’ diventato pro-gun nel suo Stato del Vermont dove i ceti popolari sono da sempre pro-gun. Non parla volentieri, se non pressato dal pubblico, di immigrazione, razzismo, gay rights, aborto, che considera issues che dividono invece di unire. A unire, dice, è la questione economica e di classe, e su questa bisogna puntare.

C’è qualcosa di antico, in Bernie Sanders, qualcosa che ricorda il vecchio partito democratico newdealista, quello di una volta. Ed è una sensazione curiosa perchè egli, a 73 anni, appartiene alla generazione degli anni Sessanta, quella nella cui formazione i temi economici e culturali radical si intrecciavano in maniera nuova, spesso con la prevalenza dei secondi. E’ curioso anche un altro fatto: è questa degli anni Sessanta la stessa generazione di Hillary e della candidata che non c’è, per quanto molto desiderata dai left-liberal, cioè la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren. Una generazione che sembrava aver concluso il suo ciclo politico con l’elezione del più giovane Obama e che invece ritorna alla ribalta.

Per il suo ultimo hurrà, uno si immagina. Comunque vada.

sandersnewChe Sanders possa davvero vincere le primarie, nessuno ci scommette. L’entusiasmo che sta generando riguarda una certa base democratica molto liberal, bianca, benestante e istruita, che è capace di affollare i meeting, forse di prevalere in alcune primarie statali, ma non di essere maggioranza nel partito. Le aree che gli sfuggono sono i democratici più poveri e meno istruiti, più religiosi e più anziani, più socialmente conservatori; i benestanti più moderati e indipendenti; e infine le minoranze non-bianche. In queste aree Hillary è forte, Bernie (ancora?) debolissimo. Sono alcune delle aree che nel 2008 Obama riuscì a strappare a Clinton e quindi a vincere. E ciò può fare tutta la differenza fra Obama 2008 e Sanders 2016, malgrado alcune superficiali somiglianze.

Le minoranze etniche e razziali sono una faccenda seria e decisiva. Sono territorio straniero per Sanders, e viceversa. Solo il 2% dei democratici afro-americani lo sostiene, e solo il 9% dei non-bianchi. L’estraneità sembra strutturale, non occasionale, difficile da recuperare. Bernie viene da uno Stato, il Vermont, che è al 95% bianco. Non ha confidenza con la questione razziale, sembra a disagio persino a parlarne, in alcune occasioni ha mostrato di non averne il linguaggio, di non capirne le parole. Ed è stato contestato per questo. Ripete che il suo programma politico-economico di lotta alle diseguaglianze mira anche ad affrontare le ingiustizie sulla linea del colore. Ma certo una narrazione del genere ha un appeal molto scarso, è un bel difetto d’origine per un leader nazionale.

E se non vince, dunque? Se le cose vanno avanti così, Sanders potrà forse dire di aver spostato a sinistra l’asse del dibattito nel partito, di avere spinto gli altri candidati su posizioni più progressiste (ma la tendenza c’è già, autonoma, a livello locale e nazionale). Se ciò sarà un bene o un male per le fortune elettorali del partito a novembre del 2016, lo diranno gli elettori. Nelle sue intenzioni, c’è il progetto di riaccendere la passione politica, di risvegliare l’entusiasmo dei progressisti delusi che si sono rifugiati nel non-voto. Per far bene, dice, i democratici devono riportare questi delusi alle urne – “penso che la mia candidatura possa farlo”. Naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia: il prevedibile fallimento della sua candidatura può generare rabbia, frustrazione, nuove delusioni.

Almeno fra i suoi fans più motivati e militanti: come reagiranno quando chiederà loro di turarsi il naso e votare comunque per qualcun altro?

Ix4v4iz

Categories: campagna elettorale

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2 replies

  1. Bernie è un po’ troppo a sinistra per l’America e dà la netta impressione di essere un’operazione creata appositamente per garantire un “avversario” alla Clinton nelle primarie, dall’esito già troppo scontato.

    P.S. : Adoro questo blog sulla politica americana.

  2. Adoro l’adoro.
    P.S. Però, dai, “un’operazione creata appositamente” – da chi? Orsù, non pensiamo complotti!

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