Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Appunti. Anche i democratici avranno il loro Tea Party (di sinistra)?

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C’è una battaglia in corso per l’anima del partito democratico americano, una battaglia fra progressisti e moderati che si combatte a livello sub-presidenziale. In un lungo articolo pubblicato sul magazine del New York Times di oggi domenica 17 maggio 2015, Robert Draper ne racconta alcuni aspetti, partendo da un caso che riguarda lo Stato del Maryland. Uno Stato che, con la sua città principale Baltimora, è, come ognun sa, sotto osservazione da parte dell’opinione pubblica nazionale.

In Maryland la U.S. Senator democratica di molte legislature, Barbara Mikulski, ha deciso di ritirarsi, di non ripresentarsi nel 2016. Quindi il suo seggio è aperto, e le primarie saranno decisive nell’indicare il nome del successore. Già ci sono almeno due candidati in campo. Entrambi sono deputati al Congresso a Washington, ed entrambi sono figli prediletti del capogruppo democratico alla Camera, Nancy Pelosi. Che cerca di mettere pace predicando il Vangelo: “amatevi l’un l’altro”.

Ma certo, ora sono in competizione, come fanno ad amarsi davvero. Il favorito, Chris Van Hollen, è un progressista moderato che gli avversari presentano come un New Democrat clintoniano, un Wall Street Democrat, uno che ha fatto troppi accordi compromissori con i repubblicani. La sfidante, Donna Edwards, è un’afro-americana intransigente che usa la retorica populista e anti-Wall Street di Elisabeth Warren, “senza se e senza ma” (giuro, ha detto così) – e che gli avversari considerano troppo radicale.

Il Maryland è uno stato a forte insediamento democratico, si da per scontato che chi vince le primarie vincerà anche le elezioni generali, sarà il prossimo senatore. Non ci sono da fare troppi calcoli elettoralistici su chi dei due saprà attirare più voti, se dal centro (Van Hollen) o dall’ala sinistra scontenta e magari astensionista (Edwards). Lo scontro, in questo caso, è dunque tutto politico. Ed è uno scontro che è in corso da alcuni anni, in tutto il paese, e che è diventato urgente dopo le sconfitte congressuali del 2012.

Il tema è: chi è un vero democratico?

Il partito democratico, al di sotto del livello presidenziale, ha seri problemi. Ha appena perso la maggioranza in Senato. Alla Camera è in minoranza dal 2010 e ha poche prospettive di rimonta nell’immediato futuro. Negli Stati ha solo 18 dei 50 governatori, e solo in 11 controlla entrambe le camere locali. Le vittorie di Barack Obama non hanno trainato nessuno. Anzi, hanno proiettato l’immagine di un partito urbano e cosmopolita, di minoranze etniche e razziali – un partito che ha alienato molti elettori bianchi della classe media e operaia della grande provincia.

Che fare? Del tutto prevedibilmente, ci sono due scuole. I moderati fanno i pragmatici: per vincere le elezioni bisogna rioccupare il “centro vitale” della politica, riconquistare i voti bianchi perduti, fare i necessari compromessi programmatici – al diavolo la purezza ideologica. I progressisti dicono invece: è proprio l’ossessione centrista che ha perduto il partito, diluito il suo programma e il suo messaggio, confuso gli elettori che non sanno più da parte stia. Bisogna mettere in agenda, con forza, le diseguaglianze economiche e sociali, l’espansione del welfare, il cambiamento climatico.

Sinistra contro centro, dunque. Gruppi e organizzazioni nazionali che rappresentano le varie correnti democratiche stanno intervenendo nella contesa in Maryland, e in molte altre situazioni locali. Mandano finanziamenti, militanti e volontari ai candidati prediletti. Sembra, in particolare, che si stia delineando un assalto dei democratici left-liberal al loro partito che ricorda quello condotto, da destra, dal Tea Party alle primarie repubblicane del 2010 e del 2012. E le similitudini sono esplicite.

C’è un tentativo di “teapartizzare il partito democratico”, cioè di farne un partito estremista, dicono con preoccupazione i centristi. I liberal-progressisti di Democracy for America ribattono confermando il tentativo: “Noi consideriamo primarie come queste una battaglia per il futuro del partito”. C’è una nuova energia in campo, dicono gli attivisti di Daily Kos: “Nostro compito ora è finire di liberarci dei dinosauri in modo tale che il partito possa muoversi in avanti con un messaggio coerente, positivo e popolare”.

Rottamare, dunque? Per andare dove? Con quali probabilità di successo?

Categories: Appunti, partiti

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2 replies

  1. There are lots of points to discover below such as the Richmond Power plant and
    the Burnley Theater.

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  1. Corri, Bernie, corri – fino a dove? | Short Cuts America

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