Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Appunti. Il secolo americano non è finito

0745690068Alla domanda se sia finito il secolo americano, Joseph Nye risponde di no. L’autorevole professore di relazioni internazionali a Harvard, nonché intellettuale vicino all’establishment Democratico, lo ha fatto in libri e saggi precedenti e ora lo ripete in questo agile e sintetico libretto (Joseph S. Nye, Jr., Is the American Century Over?, Polity Press, 2015) – che qui riassumo in modo ancora più agile e sintetico.

Non siamo ancora entrati in un mondo post-americano, dice Nye a coloro che proclamano il ventunesimo secolo il “secolo cinese”, contrapponendolo all’American century annunciato da Henry Luce nel suo articolo del 1941. Lo straordinario periodo in cui gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo preponderante nel plasmare gli equilibri mondiali, grazie alla loro superiorità economica e militare (hard power) e alla loro influenza politico-culturale (soft power, una invenzione linguistica dello stesso Nye), non si è concluso. Se il paese adopera le ingenti risorse che ha a disposizione in modo accorto (smart power) può continuare nel prevedibile futuro. Come direbbe Mark Twain, “le notizie sulla mia morte sono state grandemente esagerate”.

La sua continuazione avviene tuttavia in condizioni diverse, che non assomigliano a quelle del ventesimo secolo. Non si tratta del declino di cui parlano i profeti di declinismo americano. La potenza militare del paese resta ineguagliata. La sua quota di economia mondiale è minore di quella che era a metà del Novecento, un momento storico eccezionale dovuto alle distruzioni della guerra; ma l’economia americana resta centrale, la più dinamica e innovativa. La differenza sta nella crescita economica e politica di altri paesi e nel moltiplicarsi di attori non-statali e transnazionali – che rende più difficile per tutti esercitare leadership e organizzare azioni efficaci. Ma non è mai stato facile farlo, per nessuno, neanche prima, neanche nel roseo passato.

Gli Stati Uniti, ricorda Nye, non hanno mai avuto un predominio incontrastato, non hanno mai avuto completo controllo sugli affari del mondo, neanche del loro mezzo mondo, non-comunista. Persino in situazioni in cui avevano mezzi enormemente superiori, non sono riusciti a ottenere quello che volevano, si sono cacciati nei guai, tipo in Vietnam. Coloro che contrappongono il caos ingovernabile di oggi a un presunto ordine del passato, dovrebbero pensare al 1956, alla repressione in Ungheria, alla sconfitta francese in Indocina, all’invasione di Suez da parte di Inghilterra, Francia, Israele. E all’impossibilità americana di contrastare tutto questo. L’egemonia non è più quella di una volta? In realtà, non c’è mai stata così.

La leadership non è, e non è mai stata, dominio. Ora che sono un po’ meno preponderanti, gli Stati Uniti devono a maggior ragione fare quello che in qualche misura hanno sempre fatto. E cioè ascoltare gli altri soggetti di un mondo multipartner, coinvolgerli in reti di cooperazione binazionale e collettiva, contare sulla loro capacità di coalizione. Sanno farlo. In fin dei conti hanno molti più amici e alleati della Cina, e la stessa Cina ha interesse a partecipare all’impresa. “Se il secolo americano è destinato a continuare, non è sufficiente pensare in termini di potere americano sugli altri. Bisogna pensare in termini di potere di realizzare degli obiettivi comuni, che implica il potere con gli altri”. E’ questo che Nye chiama smart power.

Nye struttura il suo discorso intorno al confronto con la Cina, e lascia sullo sfondo il Medio oriente, il mondo arabo-mussulmano, la sfida terrorista. Il terrorismo è visto come uno dei tanti attori non-statali del gioco, pericoloso solo se Washington dovesse overreact. Israele è nominato una volta (vedi sopra). Degli sconvolgimenti dell’area si dice che “potrebbero durare per un’altra generazione”. Gli Stati Uniti possono considerare qualche intervento limitato, tipo contro l’ISIS, ma soprattutto devono evitare di invadere e occupare. Cacciarsi negli affari interni di quelle popolazioni nazionaliste, dice Nye, è un modo per accorciare il secolo americano. Alla larga, dunque, i giochi veri sono altri e altrove.

Il soft power è cruciale per Nye, e annoto un paio di sue osservazioni. Fra i fattori di appeal degli Stati Uniti c’è l’immigrazione, la mobilità sociale dei nuovi arrivati, i legami che mantengono con i paesi di origine. L’America continua a essere un magnete, un oggetto di desiderio. E ciò è rilevante anche per la crescita interna, aumenta e ringiovanisce la popolazione, procura nuove capacità. Il 25% delle high-tech start-ups sono fondate da immigrati, il 40% delle 500 corporations più grosse sono state fondate da immigrati o da loro figli. La Cina, dice Nye, almeno per ora recluta i suoi talenti in un pool nazionale di più di un miliardo di persone, ben più grande del nostro. Ma noi li reclutiamo in un pool di 7 miliardi, il mondo intero.

Anche per la Cina è diventato importante sviluppare il soft power, per avere un ruolo significativo negli affari mondiali. Spende un sacco di soldi nella promozione culturale all’estero, negli Istituti Confucio, nelle trasmissioni televisive internazionali in inglese e altre lingue. Ma queste iniziative hanno un difetto, sono opera dello Stato. Il soft power americano, invece, è in gran parte radicato nel pluralismo della società civile e del mercato, nella cultura popolare, nelle università. La Cina, dice Nye, “fa l’errore di pensare che il governo sia il principale strumento di soft power. Nel mondo di oggi, l’informazione non è scarsa ma l’attenzione lo è, e l’attenzione dipende dalla credibilità. La propaganda di Stato è raramente credibile”.

Categories: Appunti, Politica estera

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