Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Secoli americani

MM105AmericanCenturyMa insomma, il Ventunesimo secolo sarà ancora americano? Come diceva Yogi Berra, gran giocatore di baseball e grande saggio, è difficile fare previsioni – soprattutto quando riguardano il futuro. E comunque rispondere a questo tipo di domande può essere imbarazzante. Con il senno di poi, in questo clima di centenari e bi-centenari, conviene riflettere su quanto fosse futile scommettere sui caratteri dell’Ottocento europeo e mondiale all’inizio del 1814. O sui caratteri del Novecento nei primi mesi del 1914.

Le previsioni sono scommesse e dichiarazioni d’intenti. Quando il termine “secolo americano” entrò in circolazione si era in piena Seconda guerra mondiale, ma gli Stati Uniti non vi erano ancora entrati. L’invenzione linguistica, American century, fu dell’editore Henry Luce, che scrisse un articolo con questo titolo per il suo settimanale Life, nel febbraio 1941. Molti mesi prima di Pearl Harbor – quando il mondo sembrava essere, in effetti, sull’orlo del secolo tedesco o fascista o giapponese.

Ma Luce diceva: il futuro appartiene agli Stati Uniti, benché ancora non lo sappiano. Per la loro forza intrinseca, perché hanno, diremmo noi oggi, l’hard power e il soft power per esercitare la leadership mondiale. Hanno la forza economica di un sistema produttivo enorme, innovativo, efficiente. E hanno la capacità di proiettare all’esterno un modello desiderabile di società fondata su democrazia, libertà individuale, iniziativa privata, abbondanza, consumi di massa – e una pop culture attraente.

Era una scommessa e una dichiarazione di intenti, appunto. Fondata su basi materiali indiscutibili, ma audace e e un po’ arrogante nel momento in cui fu formulata. Con il senno di poi, è chiaro che solo dopo anni di guerre sanguinose su molti fronti, in molti continenti e molti oceani, e la loro conclusione vittoriosa per gli Alleati – avrebbe acquistato consistenza. Anche perché, nel frattempo, gli Stati Uniti ebbero modo di accumulare l’altro hard power decisivo, quello militare, tutt’ora ineguagliato.

E tuttavia l’avvento del secolo americano post-bellico non si fondò solo sulla straordinaria forza degli Stati Uniti. Ci volle anche dell’altro, parecchio altro. E cioè l’auto-distruzione dell’Europa e dei suoi grandi imperi coloniali in trent’anni di guerra civile. E’ da queste rovine che trasse vantaggio il nuovo gigante d’oltreatlantico – che non a caso trovò il suo limite di influenza, e per molti versi la sua giustificazione, nell’altra potenza vincitrice, l’Unione Sovietica. (Il secolo americano non è mai stato globale e incontrastato.)

Bene, a me sembra che la situazione internazionale che si delinea all’inizio del Ventunesimo secolo non sia paragonabile a quella del secondo dopo-guerra. Per quanto si possa sostenere, con molte ragioni, che gli Stati Uniti continuino ad avere le risorse complessive (economiche e tecnologiche, militari e politiche, sociali e culturali) per conservare la loro egemonia, non sono più the new kid in the block – che mette ordine in un quartiere vecchio e disastrato. Sono invece il leader established contro cui si concentrano le sfide di nuovi arrivati, ambiziosi e in ascesa, che producono scintille.

Un paragone più utile, e inquietante, potrebbe essere quello con i primi anni del Novecento. Quando potenze emergenti come la Germania, il Giappone, gli stessi Stati Uniti, si affacciarono sulla scena mondiale sconquassando gli equilibri euro-centrici del secolo precedente. Ora come allora, è in gioco una vasta transizione di potere, piena di incognite e pericoli. Governare questa transizione non dipende solo dalla vecchia superpower statunitense, e l’esito di un rinnovato secolo americano è, ancora una volta, una scommessa nient’affatto scontata. Con il senno di poi, è noto l’esito di allora – il 1914 e tutto il resto.

 

Il 4 marzo scorso, presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, è stato presentato il libro di Maurizio Molinari, L’aquila e la farfalla. Perché il XXI secolo sarà ancora americano (Rizzoli 2013). Con la partecipazione di Marinella Neri Gualdesi, che ha organizzato l’evento, di Marco Cini e del sottoscritto. E’ intervenuto l’autore, a lungo corrispondente de La Stampa dagli Stati Uniti e ora corrispondente dal Medio oriente.

Categories: Politica estera

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