Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

“Il secolo degli Stati Uniti”: nuova edizione 2014

Schermata 2014-10-28 a 12.56.48Va in libreria fra pochi giorni la nuova edizione (Il Mulino 2014). Con un capitolo nuovo di zecca sull’America di Obama, piuttosto lungo (e finito di scrivere qualche mese fa). Qui sotto ne pubblico un paio di pagine, cioè la prima e l’ultima. E metto anche l’indice, visto che ci siamo.

L’America di Obama.    1. Il presidente Barack Hussein Obama, Jr – 2. La Grande recessione – 3. Mantenere le promesse (2009-2010) – 4. Conflitti sullo Stato in una società diseguale – 5. Una società postrazziale? – 6. I limiti del potere (2010-2014) – 7. Il primo presidente del Pacifico? – 8. Un nuovo secolo degli Stati Uniti?

1. Il presidente Barack Hussein Obama, Jr.

Le elezioni del 2008 furono un evento storico, più per le caratteristiche personali del presidente eletto che per i cambiamenti che avvennero nella dislocazione delle forze politico-sociali del paese. Il democratico Barack Hussein Obama, Jr. era il primo presidente di colore degli Stati Uniti. Naturalmente, per arrivare dov’era arrivato, aveva saputo sedurre settori importanti dell’elettorato generale. Giovane e attraente (aveva 47 anni, poco di più dei più giovani presidenti del Novecento, Teddy Roosevelt, John Kennedy e Bill Clinton), educato in prestigiose università, sembrava riassumere il messaggio pubblico del sogno americano nella sua ibrida persona privata. Nato nelle Hawaii, nel cuore dell’oceano Pacifico, da una studentessa bianca giramondo e da uno studente del Kenya, aveva una famiglia estesa che comprendeva membri di origine europea, africana, afroamericana (tramite la moglie Michelle Robinson), nonché indonesiana e cinese, tramite il secondo matrimonio della madre. Aveva dunque una formazione cosmopolita ma con forti radici simboliche nelle vecchie e nuove diversità etnico-razziali del paese, che includevano le più recenti immigrazioni asiatiche.

Il corpo e un certo linguaggio del corpo lo qualificavano senza dubbio come nero; ad occhi esperti, il jazzy walk con cui attraversava con scioltezza le stanze del potere suggeriva un inner-city cool guy. E tuttavia, in quanto figlio di un africano, non era discendente di schiavi americani, non ne esprimeva il risentimento verbale e gestuale che alienava d’istinto molti bianchi. Dotato di una grande abilità oratoria, che mescolava le retoriche profetiche e i ritmi discorsivi della tradizione politico-religiosa afroamericana e di quella patriottica nazionale, si mosse con efficacia e aggressività. Attento alle più diverse suggestioni culturali adottò uno slogan, «Yes We Can», che evocava le lotte sociali degli immigrati ispanici, il «Sì, se puede» dei braccianti della California, ma che si trasformò subito in una icona pop, celebrata in elaborazioni grafiche e musicali. Promise il cambiamento, «Change», e qualcosa di più: «Change You Can Believe In», un cambiamento in cui si può credere, realistico. Malgrado avesse un «nome buffo», come disse lui stesso, e un middle name, Hussein, che ricordava lo spauracchio iracheno di pochi anni prima, riuscì a convincere una maggioranza dei suoi concittadini, e a vincere. Fra l’altro, la novità del sua razza nascose una seconda novità di quella vittoria. Il suo vice, Joseph Biden, era un cattolico. Per la prima volta nella storia, nel ticket presidenziale eletto non c’erano bianchi anglosassoni protestanti, non c’erano Wasp.

8. Un nuovo secolo degli Stati Uniti?

In un discorso all’accademia militare di West Point, nel maggio 2014, Obama affermò che gli Stati Uniti restavano «la nazione indispensabile». «Ciò è stato vero per il secolo passato, e sarà vero per il nuovo secolo». Il mantenimento del primato americano nel ventunesimo secolo era il tema di un dibattito fra politici, strateghi e analisti che, per molti versi, proseguiva quello iniziato con la fine dell’Unione Sovietica. Nel proporre la sua ipoteca sul futuro, Obama esaltò i vantaggi in hard power e soft power dell’America: una superiorità militare e una rete di alleanze senza pari; una economia in ripresa, la più grande e dinamica di tutte, capace di innovazione, sempre più indipendente dal punto di vista energetico; una società attraente per numeri enormi di immigrati; ideali politici attraenti oltre i confini nazionali. Elencò poi le sfide: il terrorismo, i conflitti settari e le emergenze umanitarie in tante aree del globo; il ritorno sulla scena della Russia; la crescita e l’estensione strategica della Cina; la concorrenza e le aspettative di paesi come India e Brasile. In questo contesto, Washington doveva usare la forza con moderazione (non è vero, disse ai cadetti, che «ogni problema ha una soluzione militare») e cercare invece di rafforzare l’ordine internazionale tramite un rafforzamento delle istituzioni collettive.

Le prospettive delineate dal presidente mostravano un certo ottimismo. «Non ci avviciniamo neanche», disse, «ai pericoli che abbiamo affrontato durante la Guerra fredda». Suggerivano, tuttavia, che i pericoli del presente erano di natura diversa, non meno allarmanti se non fossero stati governati con la prudenza di tutti. Essi non derivavano da un confronto ideologico bipolare come, appunto, all’epoca della Guerra fredda, bensì da tensioni tipiche della più tradizionale great power politics in un’epoca di rivalità multipolari fra potenze in declino e potenze in ascesa; e gli Stati Uniti erano una potenza in declino relativo rispetto ad altre in ambiziosa ascesa. Nella prima metà Novecento, rivalità e ambizioni di questo tipo avevano sconvolto i vecchi equilibri (scatenando due guerre catastrofiche). Proprio da quello sconvolgimento era nato l’American century, sulle ceneri dell’ottocentesco «secolo europeo». Ora gli equilibri mondiali erano di nuovo in movimento, e ciò comportava nuovi rischi di conflitto. Si parlava dell’emergere di un Asian-American century, rassicurante per gli Stati Uniti perché vi si autoincludevano; ma anche di un Asian century che li escludeva, di un Chinese century, di un Russian century, persino di unIndia’s century o di un New European century. L’ipoteca sul futuro non era solo americana. Se il ventunesimo secolo fosse destinato a essere un secondo secolo degli Stati Uniti, e a quali condizioni, era una questione aperta.

 

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