Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il partito democratico americano è un’altra cosa

1414336775828Se vuoi fare il Democrat americano, dimentica subito la faccenda del “partito della nazione”. Forgetaboutit, direbbero a New York o in New Jersey. Suona male, suona totalitario, suona illiberale. O peggio ancora, suona pretenzioso. Un partito è una parte è una parte è una parte: non c’è bisogno di scomodare James Madison, padre fondatore degli Stati Uniti e del Democratic party, per ripetere questo mantra autoevidente. Catch-all party, cioè partito “pigliatutti” (non “pigliatutto”) andrebbe già meglio, lo consigliano i politologi e sottolinea un dato elementare di buon senso: se vuoi essere un partito grande che vince elezioni non puoi rappresentare solo una classe, un gruppo sociale, un grappolo di interessi. Hai bisogno di una maggioranza. Devi rivolgerti a più elettori possibili. Ma devi farlo partendo dalla tua base – e in nome di un “Party Credo” – si chiama proprio così, quello contenuto nello statuto dei democratici americani – che è tuo specifico, di parte, non di tutti.

Se vuoi fare il Democrat americano, fai pure il partito del leader ma ricorda che non è affatto un partito personale. Organizza dunque il partito non intorno a un singolo e insostituibile leader, bensì in modo che produca leaders, per oggi e per domani. C’è differenza, il partito democratico americano è il partito di Obama dacché Obama ha vinto le primarie e soprattutto le elezioni generali. Se le avesse perse nessuno se ne ricorderebbe più. Lo resta finché Obama resta presidente. Cioè per un massimo di otto anni, che passano in un soffio. I partiti personali, negli Stati Uniti, ci sono stati, ma erano piccoli; hanno vissuto lo spazio di un ciclo elettorale e non hanno mai vinto niente. Il partito democratico non è uno di questi,: ha più di due secoli di storia, di leader (e anche di fallimenti – c’est la vie) ne ha prodotti a bizzeffe. E si sta preparando a produrre il prossimo, a babbo ancora vivo.

Se vuoi fare il Democrat americano, valorizza i tuoi iscritti. Perché i Democrats americani hanno iscritti, non solo elettori. In alcuni stati più che in altri, essendo un partito federale che rispecchia le culture politiche locali. Nello stato di New York, per esempio, è possibile che il partito sia meglio organizzato che altrove. Ha centinaia di clubs, territoriali, etnici, giovanili, e con focus particolari: a Manhattan, per dire, c’è un Muslim Democratic Club e uno Stonewall Democratic Club (LGBT). E ai clubs ci si iscrive e si paga la quota annuale, dai 20 ai 30 dollari, con sconti per giovani e anziani. Sono accettati cittadini che sono registered Democrats – che a New York, per partecipare alle primarie del partito bisogna registrarsi come democratici all’ufficio elettorale – ma anche non-cittadini, immigrati che “sottoscrivono gli ideali del partito Democratico”. 

Se vuoi fare il Democrat americano, rispetta – che dico, blandisci i sindacati. Tutti i democratici americani che si candidano a qualcosa, al consiglio di quartiere come alla Casa Bianca, lo fanno. Vanno ai congressi sindacali a fare promesse e a cercare appoggi. Poi magari, dopo, fanno come gli pare. Ma ci vanno. Le unions raccolgono milioni di iscritti-elettori, e finanziano le campagne elettorali: se non le si prende troppo di punta. L’omaggio ai sindacati ha anche uno scopo, diciamo, più nobile. Se il “Party Credo” dei democratici parla di una “società giusta” e considera i diritti operai all’organizzazione e alla contrattazione collettiva come intangibili, è anche per ricordare la loro ri-fondazione negli anni del New Deal, quando erano diventati il “party of labor”. Ora i tempi sono cambiati, i sindacati non sono potenti come una volta, ma un po’ di memoria storica aiuta – soprattutto sotto elezioni.  

Se vuoi fare il Democrat americano, non essere inutilmente petulante in fatto di disciplina di partito. Un partito grande include per forza di cose varie anime e anche stravaganze personali. In Congresso, persino ora che i due partiti contrapposti sono molto polarizzati, ci sono sempre voti indipendenti che attraversano la party line. Per dire, il senatore John Kerry, prima di diventare segretario di Stato, non ha votato con il suo partito il 20% delle volte; il repubblicano John McCain, più o meno lo stesso. La disciplina di partito la si induce gentilmente. Si premiano i fedeli con cariche e incarichi parlamentari (ci sono così tanti comitati e sotto-comitati!), con occhi di riguardo a una qualche loro leggina preferita, con risorse elettorali. Si puniscono gli infedeli, se sono peones, negandogli quanto sopra. Ma non si espelle nessuno, né dal partito né dal gruppo parlamentare. (Certo, i senatori e deputati americani rispondono direttamente ai loro elettori, e questo cambia molte cose…) 

(Pubblicato il 27 ottobre 2014 sul sito web di pagina99.)

Il “Party Credo” del partito democratico americano, dal suo statuto

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Categories: partiti, Sistema politico

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