Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Gli immigrati danno nuova vita al movimento sindacale americano

fastfoodstrike_zachroberts2_otu_imgI nuovi immigrati negli Stati Uniti, compresi i milioni di irregolari senza documenti, soprattutto ispanici (messicani e altri), stanno rivitalizzando il movimento sindacale. Offrono ai sindacati la possibilità di ricominciare a crescere, dopo decenni di declino. E offrono qualche opportunità di crescita anche al partito Democratico. Alcune delle azioni da loro iniziate hanno acquistato una dimensione globale, come lo sciopero internazionale dei lavoratori dei fast food del mese scorso (maggio 2014).

Di questa novità si è accorta qualche anno fa anche la AFL-CIO, favorevole da sempre a politiche restrizioniste: contro l’importazione, come si diceva una volta, di cheap labor che fa concorrenza agli americani e abbassa i loro salari. Nel 2000 ha rovesciato le sue posizioni, un rovesciamento storico. Ha preso atto che il fenomeno migratorio è inarrestabile e che quindi va governato in positivo. Riconoscere i diritti degli immigrati, toglierli dalla clandestinità, farne lavoratori regolari, organizzarli nei sindacati – è il modo migliore per impedire che deprimano il job market. Se poi ciò aiuta anche ad aumentare il numero degli iscritti, tanto meglio.

Se ne sono accorti soprattutto i sindacati impegnati nei settori in cui gli immigrati, con o senza documenti, o con documenti falsi, sono più numerosi e i salari più bassi: nell’edilizia, nei servizi sanitari e di pulizia, nell’alberghiero e nella ristorazione, nel commercio al dettaglio, nell’industria tessile e dell’abbigliamento. Hanno assunto un atteggiamento più militante. Nel 2005 si sono staccati dalla AFL-CIO, comunque lenta e restìa a muoversi sul campo, e hanno formato una nuova e più dinamica confederazione, la Change to Win Federation. E hanno avviato azioni di mobilitazione, manifestazioni di protesta, scioperi.

La Service Employees International Union (SEIU) è stata particolarmente attiva. Soprattutto nel Sud-Ovest del paese, dalla California al Texas, e in Florida, dove ci sono molti ispanici, ha avuto un notevole successo. Los Angeles, una città storicamente non-union, ne è diventata il centro irradiatore. Gli immigrati stessi, spesso donne, vi hanno assunto ruoli di leadership. Il sindacato è passato nel giro di trent’anni da mezzo milione a più di 2 milioni di iscritti. Fra le sue campagne più recenti vi è quella nota come Fast Food Forward: il lancio nel 2013 delle agitazioni dei lavoratori dei fast food – tutt’ora in corso e che, come accennavo all’inizio, si è estesa fuori dai confini nazionali.

Questi movimenti hanno rilevanti implicazioni politiche. Il frame in cui sono concepiti non è solo quello della lotta operaia ma anche della lotta per i diritti civili. Chiedono diritti di cittadinanza (i sindacati iscrivono tutti senza indagare sul loro status legale). Le unions della Change to Win Federation, in questo ormai d’accordo con l’AFL-CIO e con la National Education Federation, la più importante organizzazione degli insegnanti, premono sul governo federale perché riformi le leggi sull’immigrazione, apra ai nuovi venuti delle vie alla legalità. E innalzi il salario minimo.

Compito improbo, con i conservatori Repubblicani che, a Washington, controllano la Camera dei rappresentanti. Inevitabilmente, quindi, i sindacati hanno intensificato l’impegno nella politica di partito. Il loro appoggio elettorale e finanziario ai Democratici è secolare, ma ha assunto alcune nuove forme. La SEIU, per esempio, cerca di orientare a loro favore i lavoratori immigrati che organizza. E anche quando non sono cittadini, e magari sono pure undocumented, li invia a fare door-to-door nei loro quartieri etnici – per convincere a votare nel modo “giusto” i loro vicini che cittadini lo sono. Un po’ come, in effetti, si faceva già nell’Ottocento.

Categories: Immigrazione, Labor movement, Movimento operaio

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