Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Non fidarti di nessuno che si ricordi degli anni sessanta

BS-048Se nello splendore della tuoi vent’anni ti è capitato di dire o di condividere una frase memorabile come “Don’t trust anyone over 30”, “Non fidarti di nessuno che abbia più di 30 anni”, e questa frase è diventata iconica di un intero decennio, gli anni sessanta o meglio The Sixties, e di un intero movimento o meglio The Movement con le maiuscole, è diventata lo slogan di una intera generazione di baby boomers, di una stagione che sembrava promettere l’eterna giovinezza, e tutti se ne sono impadroniti e la ripetono – bene, in questo caso, come ti comporti quando hai superato i trent’anni e devi in qualche modo giustificare la tua inutile esistenza di fronte a te stesso e agli altri?

Ci sono varie strategie di difesa.

La prima ti è familiare se sei un intellettuale: ricostruisci, contestualizzi, minimizzi. L’ha adottata l’autore stesso della frase, Jack Weinberg (1940, le date di nascita sono qui inevitabili), con un comunicato stampa, niente di meno, in occasione del suo sessantesimo compleanno. Era un dirigente del Free Speech Movement a Berkeley nel 1965, racconta, e un reporter insisteva a chiedergli chi ci fosse dietro gli studenti, insinuando che ci fossero i comunisti o chissà chi. “Gli dissi che avevamo un detto nel movimento, che non ci fidiamo di nessuno che abbia più di 30 anni. Era un modo di dire a quel tizio di piantarla, che nessuno ci stava manovrando”. Da lì le parole sono rimbalzare sui giornali, il resto è storia.

La seconda strategia è più netta, se sei diventato uno yuppie anni ottanta: rinneghi tutto con la stessa arroganza di allora, passi all’attacco. Che cosa dice l’uomo d’affari Jerry Rubin (1938-1994, ahimé, per qualcuno le date sono due), ex celebrità piantagrane hippie e yippie, al party per i suoi cinquant’anni, nella sua casa dell’Upper East Side a Manhattan, con invitati che sono radicali e ex radicali, investment bankers e rock-and-rollers, avvocati e il suo nutrizionista di fiducia? E che ha superato la paura di morire con uno stretto regime di niente carne, niente droghe e molto esercizio fisico? “Ero solito dire non fidarti di nessuno che abbia più di 30 anni. Ora dico non fidarti di nessuno che ne abbia meno di 50”.

La terza strategia va bene se sei un militante duro e puro, ma devi rifiutare il gioco da subito, devi immediatamente negare e rivendicare. Be’ sì, soprattutto se sei già oltre la linea d’ombra dell’età sbagliata. Così ha fatto Eldridge Cleaver (1935-1998), ex-carcerato convertito al radicalismo afro-americano, scrittore, leader delle Pantere Nere. Intervistato da Playboy nel 1968, dopo la pubblicazione del suo libro Soul on Ice, dice: “Non escludo tutta la generazione più vecchia. C’è un sacco di bianchi e neri più vecchi che continuano a lavorare per il cambiamento. C’è gente sopra i 30 anni di cui mi fido. Ho più di 30 anni, e mi fido di me”. “I’m over 30, and I trust me” – non male.

La quarta strategia, infine, è la tua se sei un rocker di mezza età: ciurli nel manico. Peter Townshend (1945), il chitarrista del gruppo The Who, l’aveva messa giù ben più dura di Weinberg nella sua canzone-inno del 1965, My Generation: “I hope I die before I get old” – “Spero di morire prima di diventare vecchio”. Nel 1989 è ancora vivo, e in un’intervista televisiva a Good Morning America gliene chiedono conto. Ma no, dice, back then non ne faceva una questione d’età, ce l’aveva con quelli che sono arrivati e che, dall’alto, prendono a calci quelli che da sotto cercano di salire. Con “vecchio”, capisci, intendeva “ricco”. Va detto che Townshend è ospite a un talk-show del mattino, e lui e gli altri membri della band, forse a causa dell’ora indecente, sembrano molto più malmessi della loro età.

Sulla faccenda del morire devi difenderti bene, perché c’è chi te la tira, chi, in nome delle tue stesse incaute chiacchiere, ti avverte che sei passé. Il 1977 è stato l’annus horribilis anche se hai voluto far finta di niente. Muore Elvis, ma non è questa la tragedia. La tragedia è che il ventenne Johnny Rotten (1956) dei Sex Pistols commenta, “Avrebbe dovuto toccare a Mick Jagger”. E qui la campana suona anche per te. Il povero Mick (1943), che ha appena 34 anni. Tirato in ballo anche più tardi, quando Bill Clinton è eletto alla Casa Bianca: “Per la prima volta un presidente è più giovane di Mick Jagger”. Il tempo corre veloce e allora, forse, la strategia migliore la puoi derivare dalla battuta attribuita a Robin Williams, l’attore, o a Grace Slick di Jefferson Airplane, o a Dennis Hopper: “Se ti ricordi qualcosa dei Sixties, vuol dire che non c’eri”.

Ecco come te la puoi cavare, con un’amnesia un po’ stoned. E non fidarti di nessuno che dica di ricordarsi degli anni sessanta.

“C’è una vita dopo la giovinezza?”. Sembra di sì per il guru psichedelico Timothy Leary (1920-1996), che nei Sixties aveva già un’età per cui nessuno avrebbe dovuto fidarsi di lui.

Schermata 2014-06-11 a 11.33.19

Categories: cultura di massa, Cultura politica

Tags: , , , , , , , , , , ,

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s