Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Lezioni vietnamite per Kiev e lezioni americane per la Russia

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La domanda posta da Daniele Archibugi qui sul Manifesto, “Lezioni vietnamite per Kiev”, è importante. Perché gli ucraini non fanno come fecero i dirigenti nordvietnamiti mezzo secolo fa? Perché non cercano alleati alla loro causa nell’opinione pubblica del paese aggressore (allora gli Stati Uniti, oggi la Russia)? Come altri della mia generazione, quella che aveva vent’anni ai tempi dell’offensiva del Tet e del processo ai Chicago 7, è da settimane che ci penso, che mi faccio questa domanda.

Nel cercare una risposta, mi scontro sempre con la questione centrale, di fondo, quello che Archibugi riassume così: “È purtroppo vero che il governo russo sta usando tutto il proprio armamentario per reprimere spietatamente tutti gli oppositori interni alla guerra”. A cui aggiungerei che è anche vero che (a quel che leggo ma vorrei saperne di più) tanta borghesia professionale e intellettuale, dissenziente o potenzialmente tale, si è sentita così insicura del proprio status sociale e politico da lasciare in fretta il paese per cercare rifugio altrove. Anche molti governanti americani, certo il presidente Tricky Dick Nixon (“Dick Nixon Before He Dicks You”), avrebbero desiderato fare le stesse cose, ottenere gli stessi risultati, e ci provarono con vari mezzi e mezzucci anche illegali: ma “purtroppo” alla fine non poterono. E qui c’è la differenza, di fondo appunto, strutturale, fra gli Stati Uniti e la Russia (di oggi). I nordvietnamiti poterono fare quegli appelli all’opinione pubblica americana perché c’era un’opinione pubblica americana che poteva esprimersi liberamente, dividersi, organizzarsi nelle strade e nei campus universitari e nei circoli intellettuali, manifestare, litigare anche robustamente col proprio governo. C’era conflitto politico e dissenso, che ovviamente non era una “quinta colonna” (come dice Archibugi, perché questo linguaggio da Guerra fredda?) ma democrazia, meglio ancora per essere precisi, democrazia liberale.

[Per me personalmente queste non sono solo osservazioni di tipo storico, da storico. Ho vissuto negli Stati Uniti l’ultimo anno prima del cessate-il-fuoco del 1973. Sono arrivato subito dopo la visita di Jane Fonda a Hanoi, la capitale nemica, dove fu fotografata seduta a una postazione antiaerea, di quelle con cui si tiravano giù i piloti americani alla John McCain. Sono arrivato nel mezzo della campagna elettorale anti-war di George McGovern. Nel mezzo delle ultime ondate di bombardamenti, fino ai massicci Christmas bombings 1972. Ho partecipato a quelle attività, ho fatto quelle manifestazioni. Che, attenzione, non erano manifestazioni “contro la guerra” punto e basta, bensì contro la guerra del governo americano in Vietnam. Chiedevano, come nel poster in copertina, “U.S. out of Southeast Asia now!”, nessuno chiedeva la fine della guerra all’altra parte. E naturalmente si faceva gran confusione, ciurlando nel manico, facendo finta di non sapere, fra il “popolo vietnamita” (qualunque cosa ciò volesse dire, per esempio ignorando chi stava con il governo del Sud) e la guerriglia Vietcong e le truppe del Nord Vietnam che facevano la guerra nel Sud e violavano i confini di Cambogia e Laos. Ho fatto quelle manifestazioni, dicevo, come tanti, da studente straniero in casa d’altri – ma non mi sembrava casa d’altri, continuavo a far lì quello che facevo qui, non c’era nulla di anti-americano. Semmai c’era qualcosa di molto americano. E credo che questo m’abbia segnato per la vita. Amen.]

Fra l’altro, non è neanche del tutto vero che americani e vietnamiti non avessero nulla in comune, come suggerisce Archibugi. Cioè, magari era vero per i “popoli”, qualunque cosa ciò voglia dire, ma non per le elite nordvietnamite e forse anche Vietcong. I dirigenti comunisti vietnamiti avevano confidenza con il funzionamento delle democrazie occidentali, alcuni di loro ne erano il prodotto. Erano occidentalizzati loro stessi. Ho Chi Minh era un nazionalista educato in Francia, era uno dei fondatori del partito comunista francese, era un intellettuale comunista parigino. E tutti erano occidentalizzati nelle due culture più occidentalizzanti della storia dell’imperialismo culturale occidentale del Novecento, e cioè nella cultura del nazionalismo terzo-mondista e in quella marxista. Conoscevano bene teorie, strategie e tattiche di come si lavora nelle società democratiche conflittuali, di come si intercettano con grande cinismo le spinte auto-critiche che le caratterizzano – spinte auto-critiche che nei regimi democratici sono legittime e vitali anche se non lo erano nel regime in cui comandavano loro, nel Vietnam del Nord comunista nazionalista e poi in tutto il Vietnam riunificato con la forza (il dissenso interno vietnamita sì che fu trattato come una quinta colonna). E quindi magari si può anche dire che, certo la Russia è la Russia, non offre abbastanza interlocutori, ma anche Zelensky non è abbastanza occidentalizzato da cercarli davvero, con tutto il cinismo necessario?

Categorie:Americanismo, Guerra

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