Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il monumento, non la persona?

Emancipation_Memorial

Emancipation Memorial, or Freedman’s Memorial, or Lincoln Memorial, 1876, bronze, by Thomas Ball, Lincoln Park, Washington, D.C.

Come la metterei a proposito dei monumenti a Churchill e a Lincoln, e di certi altri monumenti a personaggi storici abbastanza contemporanei (negli Stati Uniti per ciò che mi riguarda e di cui so qualcosa) che in questi giorni sono parimenti maltrattati o minacciati di maltrattamento.

Forse è inutile discutere, nel contesto del monumento a Winston Churchill a Parliament Square, di fronte a Westminster, se e in che misura e quando Churchill fosse razzista, come qualche contestatore ha scritto sul suo piedistallo. La statua lo raffigura da primo ministro nella posa di una drammatica fotografia: la sua visita alla Camera dei Comuni (a Westmister appunto) bombardata dai blitz hitleriani nel maggio 1941. Gli han fatto un monumento, dedicato nel 1973, perché ha guidato il paese in quel frangente lì, contro quei nemici lì, in difesa di quella causa lì, ed è quella causa e la memoria di quella causa che si vogliono celebrare.

Su questo, ieri come oggi, da che parte si sta? Poi, magari, si discute sul resto.

Cioè, penso che il significato di un monumento sia il monumento stesso, abbia poco a che fare con la persona rappresentata, quando rappresenta una persona. Nessun essere umano è talmente limpido e innocente da superare il vetting per una candidatura vice-presidenziale, figurarsi per meritare un monumento nella pubblica piazza. Ma il monumento è limpido perché è (non diventa, è fin dall’inizio) simbolo di una causa astratta presentata come causa limpida, tendenzialmente santa. Ed è su quella causa che ci si misura pubblicamente parlando del monumento, non sulla persona e le sue virtù e i suoi inevitabili vizi.

Per dire: mi sembra un po’ inutile vedere se e in che misura il generale Robert E. Lee fosse un gentile gentiluomo, e quale fosse la sua specifica opinione o il suo personale atteggiamento sulla schiavitù. Non è per questo che qualcun altro gli ha fatto un monumento. Gli han fatto dei monumenti in varie città del Sud, a cominciare dalla fine dell’Ottocento, perché ha combattuto una guerra dalla parte che sappiamo, in difesa di quella causa lì. Ed è quella causa e la memoria di quella causa e le implicazioni contemporanee di quella causa che, attraverso la sua figura quasi mite benché in divisa e a cavallo, si vogliono celebrare.

E’ di questo che si parla, non d’altro.

Per dire: mi sembra inutile ricordare la complessa storia personale di Tom Watson, un leader populista meridionale bianco che negli anni 1890s promosse l’alleanza interrazziale fra poveri bianchi e neri, e che dieci anni dopo si fece invece portavoce della white supremacy e della white man’s civilization, di odio anti-semita e per buona misura di odio anti-cattolico. E’ per questa seconda e finale parte della sua vita, davvero, non per la prima, che fu onorato con una statua sulla scalinata del campidoglio di Atlanta, in Georgia, nel 1932. E quelle idee, quella causa rappresentava la statua quando è stata rimossa e trasferita altrove nel 2013.

È anche inutile, credo, chiedersi se e quanto e quando Abraham Lincoln fosse razzista (intendiamoci, gli storici lo fanno da sempre). La statua contestata a Boston, copia di un importante memoriale inaugurato a Washington nel 1876, fu ovviamente fatta da altri. E certo raffigura il presidente-martire in una postura paternalistica: è il Grande Emancipatore bianco che dona la libertà a un maschio nero inginocchiato e riconoscente. E tuttavia è chiaro  quale sia il primo significato del monumento. Che oggi come allora celebra la causa della libertà, della fine della schiavitù, una causa che ha molti genitori, compresi i neri tutt’altro che inginocchiati, ma di cui Lincoln fu comunque uno di quelli decisivi.

Il paternalismo condiscendente della statua (benché l’originale del 1876 fosse finanziato da donazioni di ex schiavi, fu dedicato da Frederick Douglass con un discorso complesso e tutt’altro che compiacente) non fu di buon auspicio per l’eguaglianza razziale nella nazione post-bellica. E non stupisce che offenda, che sia discusso e impugnato.

Ma questo monumento non è l’equivalente morale o politico di quello a Lee.

Mi sembra infine inutile, e qui voglio andare su un terreno minato, minatissimo, dire che il Marcus Garvey a cui, dal 1973, è intitolato un parco a Harlem, era un nazionalista razzista, cultore della purezza del sangue africano. O che W.E.B. DuBois, la cui statua adorna un campus a Nashville, in Tennessee, era stato nella sua lunghissima vita anche un lodatore di Stalin e un simpatizzante dell’imperialismo giapponese (in quanto risveglio di una razza “di colore”). I due nomi, di uomini che peraltro ebbero fra loro litigi sanguinosi, stanno lì a commemorare le storiche battaglie per i diritti e la cultura degli afro-americani. Questo commemorano, non altro.

Poi, in altra sede, si discuterà dei peccati di tutti noi, della nostra mancanza di santità (persino di Abramo Lincoln).

Categorie:Diritti civili, schiavitù

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  1. Di statue, monumenti e tradizioni - L'Eclettico

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