Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il patto Molotov-Ribbentrop e la crisi dell’anti-fascismo comunista nelle memorie di una dirigente comunista americana

 

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Peggy Dennis (1909-1993) era una militante e dirigente del Communist Party USA. Nata Regina Karasick da immigrati ebrei russi, socialisti, rivoluzionari, prese il cognome del marito e compagno Eugene “Gene” Dennis (1905-1961). Entrambi fecero parte, per decenni, dei circoli della leadership nazionale del partito. Dal 1945 al 1959 Gene ne fu anche segretario generale; nei momenti più duri della guerra fredda finì sotto processo e in carcere. Peggy rimase nel partito fino al 1976, quando si dimise accusandolo di dogmatismo e di insensibilità ai nuovi movimenti radicali.

Qui Peggy ricorda gli eventi del 1939 all’indomani della notizia del Trattato di non-aggressione fra Germania e Urss (patto Molotov-Ribbentrop), firmato a Mosca il 23 agosto alla presenza di uno Stalin che sembra sprizzare gioia. Ricorda probabilmente con il filtro critico del senno di poi, come in tutte le memorie, ma anche rivivendo genuini sentimenti di allora. Le pagine sono tratte da Peggy Dennis, The Autobiography of an American Communist: A Personal View of a Political Life (1977), pp. 135-137.

Le notizie dell’invasione hitleriana della Polonia ci raggiunsero nel primo giorno della conferenza nazionale di 650 attivisti del Partito a Chicago. La dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia arrivò il giorno dopo.

In risposta alla promessa del Presidente [degli Stati uniti] di tenere l’America fuori dalla guerra, l’assemblea del Partito dichiarò in una lettera pubblica il suo sostegno alla posizione di Roosevelt “contro il coinvolgimento nella guerra o nelle rivalità e negli antagonismi che hanno portato gran parte dell’Europa nel caos”. La dichiarazione invitava alla cooperazione “con l’Unione sovietica in difesa di una politica di pace che impedisca nuovi tradimenti come quelli di Monaco”.

Due settimane dopo la leadership del Partito perfezionò la sua caratterizzazione della guerra; era diventata “una guerra imperialista della quale le borghesie di tutte le potenze belligeranti sono egualmente colpevoli”. Il 13 ottobre il Comitato Politico abbandonò la linea politica che aveva plasmato ogni azione del Partito negli ultimi cinque anni. In un importante documento dichiarò:

“La presente guerra fra due gruppi imperialisti … ha in un sol colpo cancellato la precedente divisione del mondo fra i campi contrapposti della democrazia e del fascismo. … Quindi gli slogan dell’anti-fascismo non forniranno più la principale direzione alla lotta della classe operaia e dei suoi alleati, come invece è accaduto nel precedente periodo della lotta per la pace anti-fascista e per il fronte popolare… Non solo le vecchie divisioni di partito fra Repubblicani e Democratici, ma anche quelle fra i campi del New Deal e dell’anti-New Deal perdono di significato”.

Che cosa era successo fra il 23 agosto e il 13 ottobre? Io non lo sapevo. Che cosa era successo alla convinzione di Gene che nulla avrebbe potuto cambiare la nostra opposizione al fascismo? Non ne ero sicura. Eravamo tornati a casa direttamente da Chicago, la nostra vacanza in Wisconsin cancellata, e vedevo Gene poco o niente. Aveva continue riunioni in città. Tornava a casa teso, preoccupato, silenzioso, non aveva voglia di discutere. Sembrava profondamente inquieto. Leggendo le bozze dei documenti che portava a casa e leggendo i giornali che continuavo a ritagliare, cominciai a capire alcune delle ragioni.

Dopo l’annuncio del patto arrivarono delle sorprendenti dichiarazioni del ministro degli esteri sovietico Molotov. Ora sosteneva che il fascismo hitleriano era “solo una ideologia fra le tante”; che “si può accettare o rifiutare l’ideologia dell’hitlerismo come qualunque altro sistema ideologico”; che era diventato “non solo insensato ma criminale fare una guerra camuffata da lotta per la ‘democrazia’”. Rimproverava le “persone poco lungimiranti” che si erano fatte “trascinare da una propaganda anti-fascista ultra-semplificata”. Diceva che l’esistenza stessa del patto sovietico-tedesco attestava che c’era stato un cambiamento nella politica estera tedesca.

I fatti che avevano portato al patto mi avevano rassicurato. Ma ora la difesa di Molotov mi scioccò. Potevo capire il carattere pragmatico, tattico del patto, ma questo capovolgimento dell’analisi del fascismo e il ripudio dell’impegno di anni nella lotta anti-fascista che aveva dominato il nostro movimento internazionale era riprovevole. E se le dichiarazioni di Molotov erano solo un necessario bla bla diplomatico, allora perché il nostro Partito avrebbe dovuto capovolgere analisi e linea politica? Non potevamo capire e spiegare le esigenze di Mosca senza fare un completo dietrofront, deliberatamente tagliando i ponti con i milioni di persone della coalizione anti-fascista che avevamo contribuito a costruire?

Domandavo risposte plausibili, ma Gene non rispondeva. Era diviso nell’animo. Per lui era inconcepibile che ci fosse una spaccatura fra un qualunque partito comunista e l’Unione sovietica. Per Gene dovevano esserci delle buone ragioni per il capovolgimento sovietico, anche se non erano ancora chiaramente visibili. La dichiarazione del 13 ottobre era un atto di fede nella infallibilità della leadership sovietica. Non aveva niente a che vedere con l’accusa semplicistica secondo la quale noi “prendevamo ordini da Mosca”. Era piuttosto la profonda convinzione che le esigenze dell’Unione sovietica erano fondamentali per la lotta di classe, e che i loro dirigenti erano sempre più saggi di noi.

E così fu il patto tedesco-sovietico che distrusse le alleanze anti-fasciste e la nostra presenza in esse, dal settembre 1939 al 22 giugno 1941 [giorno dell’invasione tedesca dell’Urss, e di un nuovo capovolgimento della linea politica del CP-USA]. Fu l’incapacità o la riluttanza della leadership del Partito comunista americano, Gene compreso, ad analizzare la situazione americana in maniera indipendente da Mosca. Fu la radicata abitudine degli iscritti a dire, persino quando avevano dubbi, “i nostri dirigenti la sanno più lunga”.

Categories: Labor movement, Radicalism

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