Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Populismi americani

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“Swallowed!” Political cartoon showing a python snake with the head of William Jennings Bryan, as the Populist Party, swallowing the Democratic Party donkey, 1900

Pubblicato su L’Espresso del 21 ottobre 2018

“Bene, suppongo che ciò faccia di me un populista”. Così scandiva il presidente Obama un paio d’anni fa mentre incontrava a Ottawa il presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, e il primo ministro canadese Trudeau. Peña Nieto aveva appena affermato in conferenza stampa che è difficile risolvere i problemi quando ci sono agitatori che usano il populismo e la demagogia per offrire false soluzioni, per distruggere e destabilizzare. Obama risponde di getto, quasi irritato, con una lunga tirata. Bisogna stare attenti a come si usa la parola populismo, dice, non la si può appiccicare a chiunque faccia l’arruffapopolo in momenti di stress economico. Perché ci sono i populisti veri, come lo stesso Obama, o come Bernie Sanders, che sono riformisti che hanno a cuore gli interessi dei cittadini e dei lavoratori. E ci sono altri che sono tutt’altro: giocano al “noi contro loro”, sono nativisti, xenofobi, o peggio. Pensa ai populisti latinoamericani evocati da Peña Nieto? Pensa a Trump che ha appena scalato le primarie repubblicane? In ogni caso, rivendica il populismo come cosa sua e cosa progressista.

Obama ha ragione e torto allo stesso tempo. In effetti nel contesto della cultura politica degli Stati Uniti populismo può avere significati contrastanti, e comunque diversi da quelli comunemente accettati in altri paesi. Nel lessico nazionale la parola compare più di un secolo fa in connessione con un preciso partito politico, il People’s Party o Populist Party, attivo fra fine Ottocento e inizio Novecento (prende un milione di voti, l’8,5%, alle elezioni presidenziali del 1892; nel 1896 si allea con i democratici di William Jennings Bryan, che viene sconfitto). Da allora è sempre presente ma con una crescente ambiguità semantica. Talvolta evoca le eredità storiche del vecchio partito populista, che come si vedrà sono almeno due. Talaltra fa riferimento a un dibattito politico e politologico internazionale che si muove secondo altri paradigmi, in parte estranei a quelli americani. Per sbrogliare un poco la matassa, conviene entrare nei dettagli,e fare i viaggiatori nel tempo su e giù per il secolo americano.

Dal punto di vista retorico, o se si preferisce della visione del mondo, nelle parole dei vecchi populisti, quelli storici, c’erano parecchi elementi che sono confluiti nel discorso populista contemporaneo. Sia pure in forme blande, talvolta appena accennate, che tuttavia con il senno di poi è facile (forse troppo facile) individuare come le fonti di atteggiamenti successivi più sistematici. C’è l’idea di popolo come moltitudine, i molti da cui i pochi ricchi e potenti hanno fatto secessione. C’è la contrapposizione fra il popolo sovrano e le élites usurpatrici che hanno corrotto il sistema di governo dei padri, a cui bisogna ritornare. Fra i ricchi e potenti ci sono il big business, i banchieri e i finanzieri, anche internazionali, anzi si immagina una qualche cospirazione finanziaria internazionale (europea) che spieghi le pene della grande depressione degli anni Novanta. Qualche volta si cita la finanza ebraica, ma non più di tanto.

Ci sono segni di nativismo, xenofobia e razzismo? Sì, in modo non lineare. C’è l’impegno a limitare l’immigrazione “non desiderabile”, che mette a rischio i salari americani. E quando il movimento è in declino, alla vigilia della Grande guerra, emerge il razzismo antinero. Ma nel suo momento più alto, il People’s Party è piuttosto (a differenza di tutta la società americana) attivamente antirazzista e antisegregazionista: nel Sud ci sono i Black Populists poi sconfitti. C’è anti-intellettualismo? Non c’è un discorso contro gli intellettuali o il dibattito delle idee o gli esperti in nome della “genuina” esperienza popolare, questo verrà solo più tardi con l’estrema destra degli anni venti. C’è piuttosto un’altra cosa molto americana: un’idea di democrazia repubblicana non pedagogica secondo la quale il cittadino sa quello che deve sapere, certo non dipende dagli intellettuali che gli portino la luce.

Comunque, questo è il lato del populismo famosamente messo in evidenza (anche troppo) da Richard Hofstadter a metà del Novecento: lo “stile paranoico” del pensare politico, lo sguardo nostalgico e irrazionale a una passata età dell’oro mai esistita, il risentimento sociale antielitario in nome di un popolo tradito, la contrapposizione fra “noi e loro”. Tutti fenomeni che Hofstadter e gli intellettuali liberal suoi contemporanei conoscono in forma molto più radicale durante la loro vita: le mobilitazioni dal basso di fascisti e nazisti in Europa e, a casa loro negli Stati Uniti, movimenti come America First, il maccartismo, la Radical Right. Questo lato, il lato oscuro per molti versi, si ritrova oggi nella retorica del Tea Party Movement o della destra più estrema. Di recente si è affacciato anche alla Casa bianca. E’ un aspetto del populismo – ma in prevalenza di quello di destra, del right-wing populism.

Dal punto di vista programmatico, delle politiche proposte, la faccenda è un po’ diversa. Il lamento sullo stato delle cose è un ovvio carattere di tutti i movimenti di protesta. E i vecchi populisti, che erano un movimento popolare di agricoltori e lavoratori urbani, avevano di ché lamentarsi e protestare, mica se li inventavano i problemi. Come dice il saggio, persino i paranoici hanno veri nemici. La secessione delle élites, la crescita delle diseguaglianze, era allora come oggi reale, lampante e scandalosa per il pensiero democratico. E tuttavia oltre le lamentele avevano anche progetti di riforma che agli occhi di molti erano socialisti. E che includono l’imposta progressiva sul reddito, leggi sociali e sul lavoro e i diritti sindacali, lavori pubblici per creare jobs in tempi di crisi, la regolamentazione delle banche e dei trust, la nazionalizzazione di ferrovie e telegrafi. Il protezionismo no, questo era un grido di battaglia del loro nemico giurato, il partito repubblicano.

I vecchi populisti sono uno dei ricorrenti momenti nella storia americana in cui gruppi di americani discutono animatamente su che cosa sia la democrazia americana. Nel contesto di allora, dopo il laissez faire e il socialdarwinismo di fine Ottocento, rimettevano in gioco il ruolo positivo (attivo) dello stato, del governo federale, nell’economia e nella distribuzione della ricchezza. Appaiono dunque come gli antesignani del riformismo liberal rooseveltiano o di certi movimenti popolari del Novecento. E’ per questo che l’etichetta di populista può essere associata oggi a leader democratici come Obama (o Al Gore nel passato recente), a socialisti democratici come Sanders, a esperienze militanti di base come Occupy Wall Street. Il fatto che i soggetti interessati litighino su chi sia davvero populista e chi invece no, segnala che questo è territorio culturale della sinistra. E’ insomma left-wing populism.

E infine c’è quello che i vecchi populisti non erano e che anche i populisti americani di oggi non sono, rispetto ad altri populismi di altri paesi. Si tratta di questioni centrali per la storia e per gli sviluppi attuali della politica nazionale. Dal punto di vista dell’atteggiamento nei confronti del sistema istituzionale liberale e democratico, della democrazia rappresentativa e della separazione dei poteri, non c’è nulla nella tradizione americana che assomigli alle critiche anche illiberali ed eversive di certo populismo internazionale contemporaneo. L’assalto alle élites non si accompagnava a un assalto alle istituzioni, non c’era identificazione fra istituzioni ed élites. Le istituzioni vanno bene, sono solo gestite dalle persone sbagliate e quindi bisogna darsi da fare per sostituirle con le persone giuste: fondare partiti, vincere elezioni, conquistare maggioranze legislative, eleggere governatori e presidenti, nominare giudici, lavorare con o dentro altri partiti se conviene ed è il male minore.

Dunque anche i partiti vanno bene, peccato che quelli esistenti fossero i partiti sbagliati. Il People’s Party era un partito organizzato e di massa, radicato nei suoi territori, e voleva prendere il posto di uno dei due partiti principali, sostituendolo o contaminandolo. La democrazia dei partiti e il sistema bipartitico non sono in discussione. Non c’è voglia di leadership carismatiche, di partiti personali, di poteri esecutivi forti. Non c’è il culto del capo, del leader. C’è semmai l’idea di limitare a un solo mandato la carica del presidente. C’è un po’ di democrazia diretta, questo sì, la proposta di introdurre varie forme di referendum. Che poi sono davvero adottate nelle città e negli stati, mai a livello nazionale, con l’aiuto e l’interesse determinante delle odiate élite (un apparente paradosso che spiegherò un’altra volta). Insomma, il populismo dei vecchi populisti non implica alcuna ideologia o pratica antipartito o anti-democrazia rappresentativa, o plebiscitaria o carismatica.

Questa sorta di neutralità istituzionale e di tradizionalismo politico (i partiti!) permane nei fenomeni politici a cui oggi si attribuisce l’etichetta di populista sulla base della loro retorica o dei loro programmi. Va da sé che ciò sia vero per populisti soi-disant come Obama. Ma lo è anche per altri fenomeni, di destra o di sinistra che siano. Quando si parla di populismo a proposito del Tea Party Movement, per esempio, o di Occupy Wall Street, si parla di movimenti decentrati e senza capi carismatici che per diventare influenti si sono comportati come tutte le insorgenze grassroots del passato: hanno agito sotto e dentro uno dei due grandi partiti, e hanno cercato di eleggere i loro militanti nelle assemblee legislative e a cariche esecutive. Il Tea Party l’ha fatto per programma, e fin dalla nascita, con i repubblicani. I reduci di Occupy Wall Street l’hanno fatto più tardi, confluendo nella campagna di Sanders fra i democratici. In entrambi i casi lo scopo è stato cambiare le politiche pubbliche, non modificare il sistema di governo.

Il quale sistema di governo non mostra segni importanti di deviazioni dal suo percorso storico. Una proposta di cambiamento nel senso di dare più “potere al popolo” è quella di abolire o rendere inefficace il collegio presidenziale dei grandi elettori per arrivare infine all’elezione popolare diretta del presidente. Ma è senza speranze. E proviene non da teste calde populiste bensì da esponenti dell’establishment democratico, seccati di aver dovuto cedere ai repubblicani due elezioni cruciali, nel 2000 e nel 2016. Il sistema sembra reggere anche a Trump, il presidente dai comportamenti e dalle parole incendiarie che ricalcano, per calcolo e d’istinto, tanti topoi del right-wing populism. Ma The Donald saprà davvero cos’è? Secondo il bestseller di Bob Woodward, Paura: Trump alla Casa bianca, qualche anno fa Steve Bannon cercò di convincerlo che populista era il nome giusto per lui, e The Donald ripeté più volte con entusiasmo, “Mi piace, questo è ciò che sono, un popularista”. Ecco, un popularista, qualunque cosa il neologismo voglia dire.

Categories: Cultura politica

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