Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Chi vota e chi non vota alle prossime elezioni di medio termine

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Quanti americani voteranno alle ormai imminenti elezioni di medio termine per il rinnovo totale della Camera dei rappresentanti (435 seggi) e di un terzo dei senatori (quest’anno 35)? Non è difficile fare una previsione di massima, sulla base del passato. Alle recenti elezioni congressuali di questo tipo (per la Camera) è andato alle urne intorno al 40% dei potenziali aventi diritto al voto, circa 20 punti in meno delle più partecipate tornate presidenziali. Questo è anche l’ordine di grandezza che è lecito aspettarsi il prossimo 6 novembre. Una percentuale troppo bassa? Un ulteriore aspetto della famosa crisi della democrazia americana di cui tanti parlano? Se lo è, si tratta di una crisi di lunghissimo periodo, praticamente eterna, come è evidente dalla grafica qui sotto. E’ da un secolo che i numeri sono così bassi, sotto il 50%, sia in giorni di pioggia che di bel tempo; è dalla metà dell’Ottocento che sono nettamente inferiori a quelli presidenziali. Non siamo di fronte, mi sembra, a una reazione cinica ai perfidi tempi postmoderni, post anni Settanta o post Grande recessione o post secolo americano.

National Trend 1789-PresentQuesta sorta di “normalità” secolare non è socialmente neutra, questo è certo. Le dimensioni del voto e del nonvoto, e le caratteristiche di chi vota e chi invece no, sono strutturali, piuttosto stabili nel tempo, e riguardano tutti i tipi di elezioni. Attraversano tutti i gruppi sociali – ma in maniera ben diversa. A votare di più sono oggi i cittadini bianchi e, fra le minorities, gli afroamericani; e poi i benestanti, le persone di una certa età e di buona istruzione. I poveri, gli ispanici, i giovani, i poco istruiti mancano abbastanza all’appello, e ciò accade con maggiore intensità proprio alle elezioni di medio termine, meno mobilitanti e meno sexy, che a quelle presidenziali. La stratificazione per livelli di istruzione formale è piuttosto eloquente (vedi quest’altra grafica); credo che suggerisca una nitida stratificazione di classe . Chi non ha neanche il diploma di scuola media superiore vota al 30% o meno. Chi ha un’educazione post-laurea vota esattamente il doppio, al 60% o più.

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Per quest’anno si parla di una possibile crescita dell’affluenza alle urne, dopo il leggero calo del 2014 e malgrado i tentativi di alcuni stati di irrigidire le procedure di accesso al voto (in altri stati tuttavia le procedure sono state rese più facili). Ci sono notizie di un aumento delle iscrizioni nelle liste elettorali, ora che stanno scadendo i termini per farlo. C’è stata una straordinaria partecipazione alle elezioni primarie, che è cresciuta del 50% rispetto al 2014, passando da meno di 24 milioni a 37 milioni di elettori. E che ha riguardato più le primarie democratiche che quelle repubblicane, e sia le primarie congressuali che quelle senatoriali e per governatore, dov’è stato il caso (nuova grafica!). Insomma, l’elettorato sembra eccitato e mobilitato. Quanto inciderà davvero sul dato nazionale, si vedrà. Sono da tener d’occhio soprattutto i dati locali e statali, in quei collegi congressuali o senatoriali dove la competizione fra i candidati è sul filo del rasoio, e dove l’aumento o la diminuzione selettiva degli elettori, di certi tipi di elettori, può fare la differenza. E magari decidere quale partito controllerà il prossimo Congresso.

FT_18.09.28_PrimaryTurnout_Update_1Le midterm elections hanno acquisito col tempo una funzione che non avevano agli inizi. Come già ho ricordato, è solo dalla metà dell’Ottocento che la partecipazione alle elezioni di medio termine è inferiore a quella delle elezioni degli anni presidenziali. All’alba della repubblica, per almeno il primo mezzo secolo della sua storia, era vero l’opposto (volendo, rivedi la prima grafica): il cuore della rappresentanza popolare e della vita pubblica era il potere legislativo, e le elezioni della Camera erano le più vivaci e frequentate in ogni loro tornata biennale. Poi il potere esecutivo ha cominciato ad alzare la testa e le scadenze cruciali sono diventate quelle quadriennali presidenziali, lasciando alle altre una minore visibilità e un ruolo un po’ ancillare. E allora le midterm elections sono diventate un giudizio sul presidente in carica a metà del suo mandato, un tentativo del partito di opposizione di fargli pagare il fio delle sue scelte, di organizzare la delusione e lo scontento, di sfilargli il tappeto di sotto i piedi.

L’impresa, in qualche modo, è riuscita quasi sempre. Dal 1842 a oggi il partito del presidente ha perso seggi in Congresso in tutte le elezioni di medio termine – in tutte tranne tre. Le tre eccezioni? F.D. Roosevelt nel 1934 della Grande depressione, George W. Bush nel 2002 post 11 settembre e, nel mezzo, il resilientissimo comeback kid Bill Clinton nel 1998. In parecchi casi, inoltre, il partito del presidente ha proprio perso la maggioranza in una o entrambe le camere, consegnandola al partito di opposizione e costringendo l’esecutivo a una vita grama di incertezze e stenti. E’ capitato per esempio a tutti e tre gli ultimi presidenti, uno in fila all’altro. Al democratico Bill Clinton nel 1994 hanno portato via in un sol colpo Camera e Senato. La stessa sorte è toccata al repubblicano George W. Bush nel 2006. Per Obama si è trattato invece di una lunga agonia: ha ceduto al partito repubblicano più ostruzionista della storia la Camera nel 2010 e il Senato nel 2014. I democratici sperano che ora tocchi a Trump.

 

Categories: Elezioni, partecipazione

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