Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La frattura fra globalizzati e no, che spiega (un po’) le elezioni presidenziali del 2016

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Si sta svolgendo (24-27 giugno) a Gattatico, Reggio Emilia, nella bella ed emozionante sede dell’Istituto Alcide Cervi, la scuola estiva del Cispea, Centro interuniversitario di storia e politica euro-americana. Il tema di quest’anno è “1968-2018: Dalla crisi dell’ordine newdealista all’America di Trump”. Qui sotto c’è un pezzetto della mia lezione sulla trasformazione dei partiti politici.

In un classico testo di mezzo secolo fa (Citizens, Elections, Parties, 1970), Stein Rokkan aveva identificato quattro fratture storiche che spiegano il dislocamento elettorale delle forze sociali nel mondo occidentale contemporaneo: le fratture Stato-Chiesa, centro-periferia (a livello nazionale), borghesia-proletariato, città-campagna. E’ possibile che una nuova frattura si sostituisca o più probabilmente si sovrapponga a queste? Qualcuno la chiama la frattura fra i premiati e gli sconfitti dalla globalizzazione – però direi qualcosa di più: la frattura fra i ceti sociali creati o plasmati dalla globalizzazione e quelli che invece ne sono lasciati da parte, abbandonati, spiaggiati.

Da una parte di questo cleavage si sono i ceti benestanti, altamente istruiti, ottimisti, che sono connessi all’economia, alla comunicazione e alla cultura internazionale, che vivono nelle aree metropolitane cosmopolite. Ma non solo loro. Ci sono anche i nuovi immigrati che vivono in quelle stesse aree, la nuova classe operaia multietnica e multirazziale, formata da minorities connesse ai movimenti transnazionali di popolazione, anch’esse a loro modo cosmopolite, in crescita, e forward-looking.

Dall’altra parte del cleavage ci sono ceti più tradizionali e provinciali, ceti operai impoveriti o emarginati o che si sentono tali, ceti medi professionali, imprenditoriali, commerciali che vivono in aree small-town o rurali, meno dinamiche e produttive, o che erano dinamiche e ora non lo sono più – ceti che temono la competizione internazionale e le immigrazioni e le trasformazioni sociali e culturali che ne derivano nella vita quotidiana. E che sono in prevalenza formati da bianchi di origine europea.

Bene, la mappa del voto presidenziale del 2016 disaggregato per contea (vedi in alto), cioè per unità più piccole degli stati e quindi probabilmente più significative da un punto di vista economico-sociale, sembra offrire una immagine fotografica di questa lettura, di questo cleavage che è anche territoriale e chiaramente politico-partitico – fra le contee (in rosso) in cui prevale il voto repubblicano per Donald Trump e le contee (in blu) in cui prevale il voto democratico per Hillary Clinton.

Le poche contee blu vinte da Hillary Clinton, solo 472, sono concentrate nelle zone di insediamento delle vecchie e nuove minorities, nella fascia del sud degli afro-americani, nel molto più complesso sud-ovest anche ispanico, e soprattutto nelle zone metropolitane lungo le due coste, geograficamente piccole ma assai popolose – e naturalmente anch’esse abitate non solo dalle elite cosmopolite ma anche, di nuovo, da lavoratori immigrati, minoranze, people of color. In effetti, le contee blu contengono l’80% dei residenti foreign born, nati all’estero. Il resto del vasto territorio continentale, formato dalle 2584 contee rosse, è tutto in maniera abbacinante territorio di Donald Trump.

Ragioniamo un attimo su questa mappa. (Ricordando naturalmente che, in termini di voto popolare diretto, Hillary Clinton ha preso 3 milioni di voti in più, due punti percentuali in più di Donald Trump.)

Per prima cosa: le contee metropolitane votano democratico anche negli stati della rust belt dove Hillary perde voti e di fatto perde l’elezione alla Casa bianca. Sono le isole blu che galleggiano nel mare rosso repubblicano della Pennsylvania (le contee dove si trovano Pittsburgh e Filadelfia), dell’Ohio (con le città di Cleveland, Columbus, Cincinnati, Toledo, Youngstown, Akron), del Michigan (Detroit, Flint), del Wisconsin (Milwaukee), dell’Iowa (Davenport, Des Moines). Sono tutte città che hanno fatto la storia industriale del paese, che si stanno riconvertendo, che tutt’ora ospitano pezzi importanti di classe operaia. E che non votano Trump.

Seconda cosa. Le poche contee blu democratiche contengono la maggioranza assoluta degli americani, il 55% della popolazione nazionale, 31 milioni di persone in più delle tantissime (cinque volte tante) contee rosse repubblicane, 177 milioni contro 146 milioni, secondo le stime della Brookings Institution basate sulle stime del U.S. Census per l’anno 2016. La population cartogram degli Stati Uniti (vedi in calce), in cui la mappa del paese è distorta per rendere conto della popolazione, evidenzia bene questo fenomeno. Trump è il primo presidente dacché ho visto i calcoli, cioè dal 1992, a rappresentare un territorio che contiene una minoranza della popolazione.

Terza e ultima cosa. Le quasi 500 contee blu di Hillary producono il 64% del prodotto interno lordo del paese, lasciandone appena il 36% alle quasi 2600 contee rosse di Trump. Anche in questo caso il calcolo è della Brookings Institution su stime di Moody’s Analytics. Il partito repubblicano controlla i grandi spazi del continente, molti stati, e quindi il collegio elettorale presidenziale. Ma i democratici ne vincono i cuori produttivi, economicamente e socialmente dinamici. Ed è senza precedenti che l’eletto alla Casa bianca rappresenti una quota così minoritaria dell’economia nazionale. Nel 2000 la quota di George W. Bush era minoritaria anch’essa, ma del 46%, quasi la metà.

Anche in questa mappa, naturalmente, si vede un aspetto della polarizzazione politica del paese fra repubblicani e democratici. Una polarizzazione che ben si riflette, per molti versi, nella retorica del populismo di destra, del Tea Party, di Fox News, dello stesso Trump: la contrapposizione fra heartland (buona) e bi-coastal élites (cattive), fra ordinary people e intellettuali radical chic, fra county fairs e Hollywood, fra “veri americani” (una minoranza, come si vede) e chissà che cosa (la maggioranza, con tutta evidenza!). Una polarizzazione che è anche, sotto sotto, non detta nella retorica conservatrice, ma chiara nel suo appeal politico, etnica e razziale: i repubblicani come partito di bianchi, i democratici come partito di minorities e people of color.

D’altra parte, se tutto questo è vero, se i democratici sono maggioranza elettorale nel paese, almeno a livello presidenziale; se sono ben insediati nelle aree più popolose, più dinamiche e più produttive; se rappresentano le nuove minorities non euro-bianche e, al loro interno, i lavoratori non euro-bianchi destinati (se non muta il trend demografico) a essere maggioritari nella classe operaia nel giro di una quindicina d’anni. Be’, se le cose stanno così, presentare il partito democratico come il partito dei quartieri alti e del ghetto, dove per ghetto si intende i poveri-di-colore-che-avanzano-pretese, è una caricatura. E la notizia della sua demise sembra essere prematura.

Population cartogram, Presidential elections 2016, by county

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Mark Newman/University of Michigan

Categories: Electoral process, partiti

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