Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Ancora due o tre cose su Alexandria Ocasio-Cortez (prosegue la luna di miele)

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Ancora due o tre considerazioni su Alexandria Ocasio-Cortez, ascoltando alcuni indigeni, leggendo i loro post personali, rubacchiando parole qua e là. Parole tutte entusiaste, per una volta, per il momento. E d’accordo, questo è il loro limite.

AOC si rivolge alla “working class New York”, ma non intende la classe operaia maschile bianca di cui tanto si è parlato e si parla, bensì quella multietnica e multirazziale (di donne e uomini) che ormai è quasi maggioritaria. Convinta che, dice, “non c’è una sola questione che abbia radici nella razza che non abbia implicazioni economiche, e non c’è alcuna questione economica che non abbia implicazioni razziali. L’idea che si debbano separare le due questioni e sceglierne una è una truffa”. Gli intellò radical chic delle università la chiamano “intersezionalità”, ma non è una cosa così astrusa da comprendere e da agitare anche in piazza, no?

AOC è una natural politician. Sa trasformare la sua storia personale in un messaggio politico emotivo. Sa stabilire un rapporto immediato, caldo, fisico con le persone che incontra, sa far sentire ciascuna di loro al centro della sua attenzione, a tu-per-tu con gli occhi nella folla. Come se fosse vero, come se fosse un rapporto autentico. Al netto delle tempeste ormonali degli studenti maschi di CUNY di fronte alla bella ventottenne – è esattamente quello che ancora si dice di un Bill Clinton, che si diceva di un LBJ. Vi fa un po’ senso il paragone? Preferite la coolness intellettuale di un Obama, la percepita artificiale messa in posa di Hillary? Un natural politician è una risorsa o no, ci piace o no?

Infine (questa faccenda mi riservo di verificarla ulteriormente, ma messa così mi piace) – infine AOC ha un messaggio positivo e ottimista e persino allegro. Non lavora sulla paura di Trump e dei nazionalisti e dei razzisti e dei suprematisti e della crisi della democrazia e dell’incombente “fascismo”, ma sulle opportunità da usare e costruire e sulla speranza. L’impressione che trasmette, il messaggio che sembra trasmettere è questo: non è lei ad aver paura di Trump, dovrebbe essere Trump ad aver paura di lei e di quelle come lei.

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Lo zio e i cugini al lavoro

Categories: Electoral process

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