Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il difficile sogno americano del “terzo partito” (manuale per l’uso)

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Se vuoi mettere in piedi una seria candidatura indipendente alla presidenza degli Stati Uniti (come quella che potrebbe lanciare Michael Bloomberg), e tanto più se vuoi costruire un “terzo partito” capace di durare oltre la tua candidatura personale, devi partire da un duro dato di fatto. Le elezioni presidenziali non sono una contesa nazionale ma federale, combattuta stato per stato. Lo sono dal punto di vista sia politico che tecnico. Bisogna farsene una ragione, è l’intero sistema di governo degli Stati Uniti a essere federale, la Costituzione l’ha disegnato così perché la Costituzione è stata disegnata così – più di due secoli fa.

Tanto per cominciare, devi far sì che il tuo nome compaia nelle schede elettorali – non in una scheda nazionale, ma in quelle di tutti i cinquanta stati. Devi farlo secondo i tempi e le procedure previste da cinquanta diverse leggi statali. In genere per sostenere la tua domanda di inserimento devi raccogliere, entro una certa data, un certo numero di firme di registered voters dello stato, oppure farti candidare da un partito che ha partecipato alle elezioni precedenti (di piccoli partiti così ce ne sono tanti, devi trovare quello giusto e disponibile). Quindi devi organizzare subito cinquanta macchinette elettorali che sbrighino queste faccende, prima che sia troppo tardi. Devi partire entro l’inizio della primavera.

Questo solo per partire. E’ anche la parte più facile.

Per portare a casa qualcosa di sostanzioso alle elezioni generali, non basta fare una bella campagna nazionale e avere una decente percentuale di voti popolari. Farlo è una soddisfazione, ti procura un quarto d’ora di celebrità, magari una riga o due nei manuali di storia. Ma dal punto di vista costituzionale è una finzione irrilevante. Per vincere davvero qualcosa devi arrivare primo nei singoli stati, per conquistare i “grandi elettori” di cui ciascuno di essi dispone in proporzione, più o meno, alla popolazione (sono in tutto 538 e formano l’Electoral College presidenziale). Guarda ai fallimenti del passato recente: nel 1992 Ross Perot ottenne il 19% dei voti nazionali, un successo strepitoso per un candidato o partito europeo alla prima prova, ma zero grandi elettori. Bravo, complimenti.

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La lezione del 1992 è chiara, prendere voti spalmati su tutto il territorio non serve a niente. Altri fallimenti del passato ti suggeriscono un’altra lezione. George Wallace nel 1968 ottenne il 13% dei voti nazionali, meno di Perot ma, a differenza di lui, buoni per raccogliere 46 grandi elettori. Wallace era un razzista del Sud, aveva attivisti e voti concentrati lì, quindi in alcuni stati arrivò primo e fece bottino. Tu, che non ti identifichi con una causa regionale forte, devi puntare al bersaglio grosso. E di macchine elettorali, questa volta solide macchinone, devi di nuovo organizzarne cinquanta. Eviti le primarie, visto che il partito sei tu (te lo sei pure pagato, se sei Bloomberg). Ma al dunque devi essere pronto ovunque.

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In effetti, anche i due grandi partiti hanno delle basi regionali. E’ la ragione per cui ci sono le mappe con gli stati rossi, dove vincono i repubblicani, e gli stati blu, dove vincono i democratici. E’ l’unico modo per accumulare grandi elettori. E per essere eletto presidente te ne serve la maggioranza assoluta, quindi almeno 270 sul totale dei 538. Se sei serio nelle tue aspirazioni, devi entrare in quel gioco lì. A questo punto, però, capisci bene che per avere una chance di vittoria, dovresti essere nel mezzo di un vero terremoto politico-elettorale. E la storia è contro di te. Non è mai successo, infatti. Neanche con il migliore dei terzi candidati, Teddy Roosevelt nel 1912 (27% dei voti, 88 grandi elettori).

D’altra parte, puoi puntare a un risultato più modesto: vincere in un numero di stati sufficiente a negare a entrambi i candidati dei major parties la maggioranza assoluta dei grandi elettori. Anche questo sarebbe uno shock, non succede dall’inizio dell’Ottocento. Ma la procedura è chiara, prevista dalla Costituzione. A sciogliere il nodo, a scegliere il presidente fra voi tre sarebbe la Camera dei rappresentanti, con ogni delegazione statale tenuta a votare in blocco con un unico voto (sempre per via del federalismo, signora mia). La Camera sarebbe controllata dai partiti a cui hai rotto il giocattolo. Facile che ti ignorino, dunque. Se invece ti scegliessero, ti troveresti con un Congresso tutto in mano loro, maggioranza e opposizione.

Ma mettiamo che, comunque vada, tu sia tutt’altro che modesto. Non ti accontenti di un’impresa individuale, vuoi un vero partito, stabile, duraturo, come gli altri. Qui sì che devi pensare lungo, e non puoi più pensare da solo. I partiti personali non esistono, punto e basta. Devi darti una ragione sociale, collettiva, che ispiri gruppi sociali, movimenti, interessi. E cominciare dal basso, costruire organizzazioni locali e statali, eleggere persone a tutti i livelli, avere deputati e senatori in Congresso. E’ il lavoro di una vita, non solo la tua. Se avessi successo, e non succederebbe subito, altro che terremoto politico-elettorale – ti troveresti nel mezzo di una sorta di regime change e, almeno per un po’, nel caos.

Potresti inaugurare un inedito sistema tripartitico. Tanto inedito da essere associato a qualche riforma costituzionale. Per esempio l’abolizione dell’Electoral College federale e l’elezione popolare diretta e quindi nazionale del presidente (ma non è facile farlo perché, ripetilo con me, questo è un governo federale). Oppure potresti portare al collasso uno dei partiti esistenti, cannibalizzarlo e sostituirlo nel sistema bipartitico. E’ già accaduto, a metà Ottocento con la nascita dell’attuale partito repubblicano. Che, al suo secondo tentativo, elesse nel 1860 Abraham Lincoln. D’accordo, c’era una drammatica crisi in corso e ne seguì una terribile guerra civile; ma non è detto che la storia debba ripetersi così. Una bella crisi a monte e a valle ci sta comunque tutta. E di segni di una crisi a monte, negli ultimi anni, se ne sono accumulati parecchi.

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Storicamente, il sogno della terza candidatura è stato soprattutto di miliardari e politici egomaniaci. Il sogno del terzo partito è stato invece più popolare, di base, coltivato anche nell’ala sinistra della sinistra. Il vecchio Socialist Party di Eugene Debs ne è il modello buono, ma per trovarlo devi risalire a un secolo fa. Un modello più recente non ce l’hai, certo non lo è il Green Party di Ralph Nader del 2000 (2,7%) o di Jill Stein del 2012 (0,4%). Debs è stato un eroe di Bernie Sanders, prima che si buttasse nel mainstream. E questo è ciò che molti a sinistra gli rimproverano, di non aver cercato lui stesso, in un modo o nell’altro, la via della politica indipendente. Bernie ha fatto i suoi conti, un anno fa. E ha deciso che non ne valeva la pena.

E tuttavia è paradossale che proprio la sua azione dentro il partito democratico (insieme a quella degli ultra-conservatori nel partito repubblicano) abbia creato le condizioni perché qualcun altro almeno ci pensasse – a una candidatura indipendente di centro in questo caso. E chissà che non sia questo un effetto non previsto della “rivoluzione politica” che Sanders invoca a ogni pié sospinto.

La possibile candidatura di Bloomberg, dunque? Con quali eventuali prospettive di successo? Be’, ricomincia a leggere da capo.

Categories: Elezioni, partiti

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