Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Come parlare di immigrati nelle Americhe, dove gli immigrati sono anche i colonizzatori?

Schermata 2015-09-30 a 18.53.59Il presidente Obama (figlio di un bird of passage kenyota e di una donna di origini anglo-tedesche, marito di una discendente di schiavi africani), se vuol parlare della questione dell’immigrazione, non può usare la formula semplice di John F. Kennedy, “una nazione di immigrati” e basta. Deve fare una premessa e trovare parole sottili: “Ammenoché tu non sia un Native American, la tua famiglia è venuta da qualche altro posto”. E’ venuta – e ci si intende: di sua spontanea volontà se sei un immigrato, deportata se sei un afro-americano.

Nel suo primo giorno di visita negli Stati Uniti, anche l’americano argentino papa Francesco (figlio di comunità immigrate che hanno massacrato la loro parte di nativi americani, e maltrattato i deportati africani fino a cancellarli dalla storia nazionale) deve inventarsi una formula faticosa nel suo saluto alla Casa bianca: “Quale figlio di una famiglia di immigrati, sono lieto di essere ospite in questo paese, che in gran parte è stato edificato da famiglie simili”. In gran parte [largely] – mica tutto, mica solo da loro.

Di fronte al Congresso, il papa si ripete in maniera ancora più faticosa. Dice: “Noi, gente di questo continente [We, the people of this continent], non abbiamo paura degli stranieri, perché la maggior parte di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati”. La maggior parte di noi [most of us], tanti di voi – mica tutti, appunto.

Dopodiché riconosce le tragedie dei nativi americani che, uno immagina, un po’ di paura degli stranieri dovevano averla. Ma lo fa appellandosi anche a una certa dose di relativismo storico. Dice: “Tragicamente, i diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati sempre rispettati. Per quei popoli e le loro nazioni … desidero riaffermare la mia più profonda stima e considerazione. Quei primi contatti sono stati spesso turbolenti e violenti, ma è difficile giudicare il passato con i criteri del presente”.

E’ tanto relativista, papa Francesco, che a Washington fa santo il frate francescano Junípero Serra, missionario spagnolo fra gli indiani della California nel Settecento. Nella sua omelia lo presenta come protettore dei nativi. Un missionario “che ha saputo testimoniare in queste terre la gioia del Vangelo, [che] ha saputo andare incontro a tanti imparando a rispettare le loro usanze e le loro caratteristiche.”

Relativismo per relativismo: molti discendenti di quegli indiani hanno ricordi diversi. Ricordano piuttosto missioni in cui i loro antenati entravano magari liberamente, ma poi non potevano più uscire, vestiti in divisa, costretti al lavoro forzato, riportati dentro con violenza se si allontavano, frustati, convertiti in un modo o nell’altro alla nuova fede e, ebbene sì, alle nuove usanze. E ricordano tutto ciò con animo lacerato, perché sono anch’essi cattolici.

Ma qui, chiaramente, è il discorso dell’orgoglio di una comunità immigrata a prevalere sul tema della colonizzazione. Nel caso specifico, l’orgoglio di una comunità doppiamente immigrata, arrivata da migrante interna continentale negli Stati Uniti, per ultima e non benvoluta da tutti (c’è anche la gerarchia fra gli immigrati, e questa è una ulteriore complicazione). E’ insomma la storia del primo papa ispanico che viene fra gli yankee a fare il primo santo ispanico del paese.

Al diavolo le first nations californiane.

Quanto è difficile trovare il linguaggio per parlare del “noi”, di “we the people”, in questi paesi delle Americhe che sono stati popolati da milioni di immigrati fuggiti in miseria da altri continenti. Dove quegli stessi immigrati hanno importato milioni di schiavi in catene, profittando direttamente o indirettamente dei loro corpi. E dove, insieme agli schiavi poi ex-schiavi, si sono insediati nelle terre dei nativi, privandoli della terra, della cultura e spesso della vita, ovvero profittando da innocenti late comers del lavoro sporco fatto da chi era arrivato prima di loro.

Naturalmente in tutto il mondo ci sono storie come queste, è andata così nei secoli dei secoli. Ma nelle Americhe tutto è più recente, presente nella memoria, una ferita aperta, per certi versi continua ad accadere.

‘Fray-Junípero-Serra-civilizador-del-estado’

Categories: Immigrazione

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