Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

I poveri e invisibili non votano nemmeno negli Stati Uniti

1416824805678Scomparse le macchine politico-clientelari, i partiti cercano solo il voto della middle-class. E nella società separata americana i poveri smettono di essere rappresentati. Parliamo ancora di povertà a cui è dedicata la copertina di pagina99we in edicola.

La politica dimentica i poveri perché i poveri non votano, e perché i partiti pensano ad altro e finiscono con il dimenticarli: lo dicevano proprio con queste parole, a proposito degli Stati Uniti, alcuni militanti radical all’inizio degli anni sessanta.  

Lo diceva il socialista Michael Harrington nel pamphlet, poi tradotto e ben conosciuto anche in Italia, L’altra America. La povertà negli Stati Uniti (1962). A differenza di altri critici sociali degli anni cinquanta (tipo John Kenneth Galbraith), Harrington non era interessato ai dilemmi della società opulenta, bensì a chi dalla società opulenta era rimasto fuori, gli americani dimenticati, coloro che non erano stati toccati dall’esplosione del benessere, che continuavano a vivere nell’era di Eisenhower come avevano vissuto nell’era di Roosevelt, durante la grande depressione.  

Il problema di questi poveri, diceva Harrington, è che sono diventati invisibili. Invisibili ai nostri occhi, perché vivono fuori mano, in quartieri segregati, isolati: per vederli bisogna andare a cercarli. Invisibili alla politica, perché non hanno strumenti per parlare a loro nome. Non era sempre stato così. Una volta i poveri rappresentavano per i partiti di massa un motivo immediato, anche se spesso cinico, di sollecitudine. I loro quartieri godevano del diritto di voto, e potevano costituire una forza nelle contese elettorali, non fosse che per il peso della loro consistenza numerica. Ora le organizzazioni dei partiti si sono sfaldate e hanno abbandonato il territorio, i residenti non votano più, e nessuno ha più interesse a occuparsi di loro.  

Si sono così formate “due nazioni” distinte, concludeva Harrington: una nazione opulenta da una parte, e dall’altra una “nazione sottosviluppata”, separata e ignorata.

Negli stessi anni cominciava a riflettere su questi stessi problemi una giovane sociologa, Frances Fox Piven, che poi avrebbe continuato a farne il centro delle sue ricerche e della sua militanza politica. Più tardi avrebbe pubblicato, insieme a Richard Cloward, libri importanti e molto discussi come Regulating the Poor: The Function of Public Welfare (1971) e, tradotto anche in italiano, I movimenti dei poveri: i loro successi, i loro fallimenti (1977). Nel 1963 ne scriveva in un rapporto per Mobilization for Youth, un gruppo dedito al community organizing nel Lower East Side di Manhattan.

La forma che i partiti di massa avevano storicamente assunto nei nostri quartieri poveri, diceva Piven, era quella delle machines clientelari che fornivano ai residenti servizi e assistenza personale in cambio del voto. Scomparse le machines, i poveri avevano cessato del tutto di essere rappresentati, e quindi di contare; e quindi non erano entrati neanche nello stato sociale. Il risultato è che ora i loro voti non sono più sollecitati con le politiche clientelari “private” né con le politiche sociali pubbliche. I partiti, ormai prevalentemente middle-class, non ne parlano, i poveri non votano più e non hanno risorse organizzative stabili per influenzare le scelte di governo.

L’unico potere rimasto loro, concludeva Piven, è quello di rendersi visibili con la protesta di massa nelle strade, con la rottura dell’ordine. Escludendo la violenza, diceva Piven. Ma la violenza sarebbe comunque arrivata.

(Pubblicato il 24 novembre 2014 sul sito web di pagina99.)

Categories: Elezioni, partecipazione, partiti

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