Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

“Guerra no, guerriglia sì”: un ricordo del 1967

Viet_Cong002A proposito di Franco Fortini, di cui si parla molto in questi giorni. La sua poesia che mi colpì di più, in anni molto giovanili, è questa – poesia pubblica, action poetry. Ero alla manifestazione di Firenze, il 23 aprile 1967, in cui Fortini la lesse. Una manifestazione indetta dagli studenti universitari di sinistra contro la guerra americana in Vietnam e anche, d’improvviso, contro il colpo di stato militare in Grecia avvenuto due giorni prima. In cui divenne evidente la rottura fra la vecchia sinistra (c’erano Tristano Codignola, Giorgio La Pira, Lelio Basso) e la nuova sinistra. L’intervento di Fortini fu un segnale radicale di questa rottura, e sollevò uno spicinìo di polemiche nel PCI e dintorni.

Quello che manca dal testo qui riportato (tratto dalla rivista “Che Fare”, primavera 1971, pp. 149-157) è la conclusione, e cioè la ripetizione dello slogan citato in precedenza nella poesia, “Guerra no, guerriglia sì”. Una ripetizione finale che Fortini urlò con quanto fiato gli era rimasto in gola, questo almeno è il mio ricordo. “Guerra no, guerriglia sì”: un invito all’azione. Mi colpì e mi lasciò perplesso, allora che sapevo poco del mondo. Ma ebbe anche effetti positivi, almeno per me. Mi mise in testa un tarlo che ha lavorato negli anni successivi: riconoscere e guardare sempre con sospetto le forme, ebbene sì, di “estremismo verbale e irresponsabile”, di “avventurismo piccolo-borghese” (vedi Fortini qui sotto) di cui ero circondato, di cui ero parte.

Rileggendo il testo oggi, senza il gran finale, il verso che mi sembra più immaginifico è “Per questo i Vietnamiti sono oggi il popolo più libero della terra”.

*

Intervento alla manifestazione per la libertà del Vietnam, tenuta in piazza Strozzi a Firenze il 23 aprile 1967

1.

Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando.

E credo che ragione del nostro discorso

non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri

per la guerra del Vietnam

ma sia: l’uso della violenza.

 

 

2.

Oggi molti la violenza costringe a non parlare. 

A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando.
E a pochi minuti da qui
– ben distribuita fra storiche architetture e autostrade –
un’altra violenza
troppi più altri obbliga
con le armi dei bisogni falsi e veri,
troppi più altri obbliga
spaventati o distratti
a parlar d’altro
o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando.
Ma noi non vogliamo dire la penultima parola,
la consolante penultima parola
che ci fa sentire abbastanza onesti.
La penultima parola che è
la peggiore nemica dell’ultima.

 

 

3.

Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione
equivale a dire che oggi la situazione è rigida.
Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti
non è un episodio di polizia internazionale
non è soltanto un episodio di neocolonialismo
né soltanto una guerra d’aggressione.
Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori
che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza.
Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello
del conflitto radicale fra due classi di uomini.
Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini.

 

 

Non che il pensiero rivoluzionario non lo avesse anticipato:
ma nei nostri anni
– fosse stata la guerra di Spagna
o la grande guerra patriottica sovietica
o la rivolta d’Algeria –
sempre vi si era accompagnata una mediazione necessaria
che nella guerra del Vietnam oggi sembra non più necessaria.
Per questo
dico che la situazione è straordinariamente rigida.
E i Vietnamiti lo sanno o almeno lo sa chi li guida.
Sanno di non combattere solo per la nazione o la libertà,
di non combattere solo per l’Asia o per i partiti comunisti
ma di stringere in sé secoli di contraddizioni,
di rappresentare la responsabilità suprema di un modo di esistenza
sì che – vinti o vincitori, salvi o uccisi –
essi sono fin d’ora non l’immaginazione di intellettuali di buon cuore
ma concrete creature libere e vere, più progredite, più
– diciamo la parola assurda –
più felici di noi.

 

 

4.

C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare.
È quello che dice Yankees go home, Americani a casa.
E’ giusto dirlo? Era giusto e lo è
dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola.
Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America
La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo?
I marines possono anche andarsene.
Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria
e coloro che per una lunga via gerarchica
puntellano il sistema di potere e profitto,
l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto,
l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema.
Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi.
I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani
Non hanno bisogno della NATO .
Senza troppe lacrime lasciano la Francia.
State attenti che, seguendo un collaudato sistema,
partiti di governo o d’opposizione
non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino
a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire
dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico
contano già così poco
nella strategia complessiva delle due superpotenze.
E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere
per nobili cause non essenziali.
I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane
ed i sinodi vescovili
certo deplorano il massacro del Vietnam
e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime –
e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale –
sarebbero molto lieti della pace.
E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio
di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono.

 

 

5.

Ma perché gli Stati Uniti se ne vadano dall’ Asia
bisogna sappiano non solo di non avere governi amici in Europa
bisogna sappiano di avere popoli nemici in Europa.
Per aiutare veramente il Vietnam insomma
– e ml pare già Lenin l’abbia detto –
dobbiamo aiutare anzitutto noi stessi.
E per aiutare noi stessi qui, dove
non con le armi ma col capitale gli Americani comandano,
dobbiamo anzitutto aiutarci contro il capitale nostro,
contro le forme italiane del sistema mondiale,
contro la via italiana al profitto mondiale. 


Non basta dire Americani A Casa
Non basta dire Via L’Italia dal Patto Atlantico.
Bisogna dire Via L’Imperialismo Dalla Casa Degli Americani.
Via dalla nostra tolleranza, dai nostri microfoni, dai nostri giornali,
i complici della violenza per il profitto.

 

 

6.

Storia ed esperienza mi hanno insegnato 

che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere.
A dividere sempre più violentemente il mondo,
a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione,
divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria,
per entro l’unità creata dal mercato internazionale,
per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione.
Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato,
vuol dire vedere identificare interpretare
l’unità confusa e corrotta che oggi esiste.


Quando gli Stati Uniti producono la metà di tutto quel che il mondo produce,
quando la metà di quel che mangiamo leggiamo impariamo è prodotto
direttamente o indirettamente dalla potenza economica e industriale
degli Stati Uniti
questo significa che noi siamo per metà americani
e che dobbiamo non solo saperlo ma accettarlo
perché è un modo per dire che siamo cittadini di quel mondo
che dall’interno del capitale si dibatte contro il capitale.
Attraverso la politica delta nostra classe politica
e quella della nostra classe industriale,
attraverso il regime della produzione e dei consumi e i criteri del profitto,
come attraverso le strutture ideologiche
noi siamo già Stati Uniti. E’ per delega del capitale degli Stati Uniti
che il capitale nostro o quello di altre nazioni d’Europa
traffica impianta impianta traffici traffica impianti
con i Sovietici o con altri paesi dell’Est europeo.
E insieme continua a far credere alla vecchia partizione
sempre meno reale.

 

 

A noi la massima potenza industriale del mondo
ha passato, come si fa talvolta con i servi,
le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari,
gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie
di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni.
Se anzi c’era bisogno d’una conferma
Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti
dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è
nel loro odierno franco cinismo, in questa
loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia.

 

 

7.

Ma per un altro verso, per un’altra nostra metà

noi siamo Vietnam. Siamo

quel che in politica economia cultura
tutto il Vietnam sarebbe stato
non avesse scelto, in una sua parte, di morire piuttosto.
Non avesse scelto questa strada,
non avessero scelto di essere pietra d’intoppo della favola coesistenziale,
pietra sulla via della controrivoluzione esportata ,
non avessero scatenate contraddizioni altrimenti latenti, gli Stati Uniti
col garbo di cui talora non mancano, con quello
che il linguaggio delle loro ”relazioni umane” chiama good will,
li avrebbero accolti come federati nel loro impero.
Avrebbero loro assegnato un preciso tasso di sviluppo
– in armonia con i loro interessi mondiali –
e oggi i Vietnamiti starebbero “bene”,
come noi, più o meno, stiamo “bene”
nelle città nelle scuole negli ospedali nella amministrazione.
Avrebbero avuto anche una buona ed apolitica protezione sindacale.
E dopo vent’anni avrebbero anche potuto forse
nazionalizzare la loro industria elettrica.

 

 

8.

I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa
ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente
autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano

qualche bel gemito.
I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo
abbiamo accettato: il potere

politico fondato su quello economico,
lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti,
temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma
il sistema della libertà

come scelta obbligatoria

fra prodotti.
Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni
che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano
di ridursi alla parte che da essi
anche i loro amici vorrebbero. Non accettano
di essere i protagonisti di una situazione arretrata.
E nemmeno un simbolo. Della loro lotta
essi riconoscono amici ed eguali
soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico
ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine,
al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi
non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam
ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo
diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo
che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta
nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».

 

 

9.

Per questo i Vietnamiti sono oggi il popolo più libero della terra.

Perché nessuno come essi incarna oggi la coscienza della necessità.
Nessuno si dimostra con tanta costanza
degno della elezione storica feroce
che in sé riassume tutti i caratteri dell’oppressione del passato:
dove razza, sottosviluppo e persino la stessa consistenza etnica
paiono formare la figura dell’uomo ridotto al limite
della propria inesistenza, al margine della realtà.
Mentre chi li squarta e li brucia
è l’erede di tutto quel che gli uomini d’Occidente
hanno saputo e pensato, l’erede
del Cristianesimo, del Rinascimento e del Liberalismo:
l’Americano del Nord.

 

 

Fra i nostri compagni solo coloro che acceca
un operaismo spesso tanto libresco
quanto alleato di un demonismo decadente,
solo coloro possono rifiutarsi di vedere nel popolo del Vietnam
– già inserito a metà come forza-lavoro e come possibile forza-consumo
nel mercato del capitalismo internazionale e per tramite di questo
nel mercato dell’universa coesistenza –
che questo popolo, dico, non adempie ad una missione “arretrata”,
non è un coraggioso nipote che deve crescere, ma adempie
allo stesso compito storico di liberazione e demistificazione
che cent’anni fa il marxismo assegnò alla classe operaia occidentale.
E quanto affermo vale, non occorrerebbe dirlo, per altri
più grandi, più sterminati popoli.

 

 

10.

Per quindici anni abbiamo chiesto pace

e quella pace è servita anche
a permettere che si continuasse e si accrescesse
la guerra quotidiana di chi ha contro chi non ha.
E’ servita alla creazione del neocolonialismo e alle sue vittorie,
al mantenimento del razzismo sudafricano,
al rafforzamento della borghesia indiana e del capitalismo giapponese, 

al massacro di centinaia di migliaia di indonesiani
e oggi alle stragi del Vietnam.
Ci hanno ricattati con i loro depositi di atomiche
I Grandi Popoli padroni del mondo
Impotenti però davanti alla guerriglia dei piccoli popoli
o delle minoranze politiche che li abitano. In nome della pace
ora si raccolgono nei loro panteon
all’ombra dei busti di Platone e Marx, di Lincoln e Lenin, 

a parlare d’affari, di cointeressenze,
d’impianti e di brevetti
e della legge del profitto e del profitto della legge.

 

 

11.

Essere contro l’aggressione americana nel Vietnam non vuoI dire

essere con i piccoli contro i grandi,
con i deboli contro i forti,
con la nostalgia del mondo agrario contro la durezza di quello industriale.
Siamo stati accusati di sognare il Vietnam,
come altri un tempo l’Algeria o Cuba o il Sud, gli umiliati e gli offesi.
Nessun bisogno di sognare. Vietnam e Cina
non sono consolazioni per anime ferite. Le ferite rimangono.
E questo dico a chi ci accusa
di estremismo verbale e irresponsabile.
Lo dico con l’umiltà che si conviene
a chi paga di parole dove altri paga con la vita. Ma dev’esser detto:
chi vuol combattere quello che è,
la boria di quello che è,
la simpatia naturale che il potere ha per il potere,
e il partito d’opposizione per il partito al governo,
il rispetto naturale che il ministro prova per il ministro straniero
e il capo di un servizio segreto per il capo del servizio segreto nemico,
chi vuol combattere l’alleanza tendenziale di quel che è
e vuoI combatterla in nome di quel che non è ancora
facilmente sarà accusato

di profetismo, di astrattezza, di moralismo,
di “avventurismo piccolo-borghese”. Non è così che si dice?
Fatelo pure, dunque, se volete e vi nutre.

 

 

12.

Domani potrà accadere qualsiasi cosa. Governi e poteri
potranno domani venire a qualsiasi compromesso, oggi inimmaginabile.
Non si resiste soltanto morendo.
Ma nulla potrà fare che non siano stati
questi anni di massacri assolutamente illuminati,
di una parte di noi stessi su di un’altra parte di noi stessi.
Nulla potrà togliere la certezza
che internazionalmente agire contro l’ordine del profitto
e contro la dissociazione degli uomini
è possibile e non è utopia. Che le mete formulate
cent’anni fa dal pensiero rivoluzionario
sono oggi più vicine che mai
per l’enorme carica di furore e di demenza
che s’è accumulata nelle case, nelle fabbriche e nelle armi dei potenti
e da quelle è entrata in noi a stravolgere – o avvicinare? – verità e vita.

 

 

Non so se questa sia una parola ultima. Ma chi dice
quasi tutta la verità è certo
il peggior nemico della verità. Chi parla solo dell’oggi
non vuole che il domani venga. Chi dice la penultima parola
è il peggiore nemico dell’ultima.
Mi sono chiesto all’inizio di che cosa si stesse davvero parlando:
e so che abbiamo parlato del Vietnam nella misura
in cui abbiamo parlato di noi,
della violenza che subiamo e di quella che dobbiamo esercitare. 

 

Categories: Radicalism, violenza

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