Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Obama va alla guerra: scetticismi liberal e critiche da sinistra

US-POLLITICS-OBAMA-ADDRESSPubblico qui le reazioni scettiche, in effetti ostili, di alcuni periodici e opinionisti left-liberal e radical americani al discorso di Barack Obama del 10 settembre – il discorso in cui ha delineato la strategia di guerra contro l’ISIS. C’è delusione per le decisioni del presidente, con l’accusa di aver tradito i suoi stessi principi, le sue promesse. E c’è il timore del ritorno dei fantasmi del passato, di George W. Bush, di Dick Cheney. Insomma, una piccola rassegna di illusioni perdute.

Comincio da The Progressive, dove la editor Ruth Conniff scrive: ci risiamo.

“Tredici anni dopo l’11 settembre, siamo tornati al punto di partenza.

Che smacco essere giunti a questo punto nella fase finale della presidenza Obama, con il suo annuncio di ieri sera di una escalation militare contro i terroristi in Medio Oriente, dopo l’esaltante Inauguration Day del 2009 quando il nuovo presidente dichiarò “Rifiutiamo come falsa la scelta fra la nostra sicurezza e i nostri ideali … la nostra potenza, da sola, non può proteggerci”.

Quando George W. Bush e Dick Cheney lasciarono Washington a bordo dell’elicottero Marine One, e la folla festeggiò con un ruggito, la loro partenza sembrò segnare la fine di un’epoca buia: la disastrosa avventura militare in Iraq, le torture, lo spionaggio interno, il crescente odio per gli Stati Uniti all’estero, e una guerra al terrore amorfa e senza fine.

Ora l’incubo dei neocon è ritornato sotto un’altra forma, lo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS).”

Sul più radicale Counterpunch si sottolinea la pericolosità dell’intervento.

“Il discorso di Obama sull’ISIS avrebbe provocato indignazione se l’avesse fatto Bush. Ora, invece, democratici e repubblicani sono così d’accordo sulla guerra che una prolungata campagna militare senza l’approvazione del Congresso non suscita alcuna perplessità. E così un anno dopo che un attacco alla Siria era stato rifiutato dal pubblico americano, le bombe cadranno, dopo tutto.

Più sorprendente della escalation bipartisan della guerra in Medio oriente è la completa assenza di una strategia. Il discorso di Obama ha ignorato le cause fondamentali dell’emergere di ISIS, mentre ha presentato una strategia militare di pura fantasia. L’unica cosa certa della strategia di Obama è che prolungherà il conflitto siriano e provocherà una crescita dell’estremismo islamico. E’ come se il presidente Obama non avesse capito l’ABC del terrorismo: più bombardi, più estremisti crei. Non è così difficile da capire.”

Su The Nation, Phyllis Bennis si chiede: ma perché pensare solo e sempre a soluzioni militari?

“Troppo spesso negli Stati Uniti – soprattutto dopo l’11 settembre – identifichiamo il “fare qualcosa” con il “fare qualcosa di militare”. George W. Brush offrì al pubblico americano traumatizzato, semi-paralizzato, due opzioni: o andiamo in guerra, o gliela facciamo passare liscia. Di fronte a questa scelta, non è sorprendente che l’88% dei cittadini di questo paese scegliesse la guerra.

Ma la realtà è che quando non ci sono soluzioni militari – il che è vero gran parte delle tempo, per chi se ne preoccupa, compreso il 12 settembre 2001 – l’alternativa non è il nulla, ma l’impegno attivo non militare. La diplomazia diventa sempre più importante. Il presidente Obama l’ha ripetuto spesso: non c’è una soluzione militare americana in Iraq o in Siria. E ha ragione. E tuttavia, nel suo discorso di ieri sera, praticamente le uniche cose di cui abbiamo sentito parlare sono state azioni militari – sia pure in coalizione, con partner locali, sotto forma di counter-terrorism e non counter-insurgency.”

Ancora su The Nation, William Greider parla dell’inizio di un’altra Lunga Guerra, della necessità di un movimento contro la guerra per aprire un dibattito.

“Non fatevi ingannare dal linguaggio ambiguo della Casa bianca: gli Stati Uniti si stanno imbarcando in un’altra Lunga Guerra in Medio Oriente. Questa sarà tutta di Obama, e potrà durare oltre la sua presidenza. Così ha detto il segretario di Stato Kerry: “Ci può volere un anno. Ce ne possono volere due. Ce ne possono volere tre. Ma siamo decisi a farlo”. In effetti, ce ne potrebbero volere dieci, di anni, o di più. Non è la prima volta che gli americani ascoltano questo linguaggio impavido, guerriero. Che ha portato costosi fallimenti al nostro paese e perdite orribili all’umanità.

Le vaghe assicurazioni del presidente Obama sono senza dubbio sincere, ma ha lasciato troppe possibilità aperte a una revisione e reinterpretazione delle sue intenzioni. Se le cose non vanno per il verso giusto in Iraq, Obama subirà molte pressioni verso una escalation. Gli entusiasti della guerra, nell’esercito di riserva dei media pundits, dei commentatori, già gli stanno chiedendo di farlo. […]

I media americani, molto semplicemente, non ci dicono la verità sul fallimento della nostra politica post-guerra fredda. Demonizzano gli avversari e mai riconoscono le alternative razionali che pure esistono. Ma come facciamo a saperlo che esistono, se nessuno che ne abbia l’autorità ne discute? L’America ha bisogno di un antiwar movement per contrastare e svergognare i propagandisti.”

Molti si chiedono se la guerra non sia anche illegale, nel modo in cui è stata dichiarata. Qui preferisco passare al parola a un opinionista del New York Times, Bruce Ackerman, professore della Yale Law School.

“La dichiarazione di guerra del presidente Obama contro il gruppo terrorista dell’ISIS segna una decisiva rottura nella tradizione costituzionale americana. Niente di tentato dal suo predecessore, George W. Bush, è lontanamente paragonabile in hubris imperiale.

Mr. Bush ottenne l’esplicito consenso del Congresso all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. All’opposto, l’amministrazione Obama non si è neppure premurata di pubblicare un parere legale che giustifichi la pretesa del presidente di avere l’autorità di fare guerra in maniera unilaterale. Ciò è accaduto perché un parere serio in proposito non può essere scritto. […]

Il presidente sembra deciso a praticare ciò che gli avvocati di Bush avevano solo predicato. […] Nel fare questo, Mr. Obama non tradisce solo le maggioranze elettorali che lo hanno eletto due volte in base alla sua promessa di mettere fine agli abusi del potere esecutivo dell’era Bush. Tradisce anche la costituzione che ha giurato di difendere.”

Concludo con un altro professore, di relazioni internazionali alla Boston University, Andrew Bacevich – e con la sua durissima conclusione.

“Per vent’anni fra il 1991 e il 2011 – l’intervallo fra l’operazione Desert Storm e il ritiro definitivo delle forze americane dopo una lunga occupazione dell’Iraq – i dirigenti di Washington, sia repubblicani che democratici, hanno usato varie forme di coercizione per spingere l’Iraq ad adeguarsi alle aspettative americane di come un paese dovrebbe essere governato. Il tentativo è fallito miseramente.

Ora c’è Barack Obama, eletto presidente nel 2008 in gran parte perché aveva promesso di terminare la guerra in Iraq, pronto a dare un altro morso alla mela. Un morso piccolo – dal momento che l’avversione di Obama a interventi su larga scala sul terreno limiterà l’impegno ai bombardamenti aerei con qualche supplemento di consiglieri e di armi. […]

Tutta la potenza militare del mondo non risolverà i problemi [di quella regione]. E Obama lo sa. E tuttavia acconsente a farsi risucchiare in quella stessa guerra che una volta aveva giustamente denunciato come stupida e non necessaria – soprattutto perché lui e i suoi consiglieri non sanno cos’altro fare. Bombardare è diventata l’opzione di default della sua amministrazione.

Senza timone e senza bussola, la nave americana dello stato continua ad andare alla deriva, a cannoni spiegati e incandescenti.”

Non so a voi, ma a me quest’ultima immagine ricorda la potente immagine di Cuore di tenebra, il romanzo di Joseph Conrad – laddove la cannoniera colonialista che risale il fiume Congo spara nella jungla circostante alla cieca, senza che abbia individuato un vero bersaglio.

Categories: Barack Obama, Guerra, Politica estera

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