Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Frantz Fanon, I dannati della terra (1961)

Schermata 2014-09-14 a 19.53.21[Frantz Fanon, Della violenza: la città del colono e la città del colonizzato]

La zona abitata dai colonizzati non è complementare della zona abitata dai coloni. Queste due zone si contrappongono, ma non al servizio di un’unità superiore. Rette da una logica puramente aristotelica, obbediscono al principio di esclusione reciproca: non c’è conciliazione possibile, uno dei due termini è di troppo. La città del colono è una città di cemento, tutta di pietra e di ferro. E’ una città illuminata, asfaltata, in cui i secchi della spazzatura traboccano sempre di avanzi sconosciuti, mai visti, neppure sognati. I piedi del colono non si scorgono mai, tranne forse in mare, ma non si è mai abbastanza vicini. Piedi protetti da calzature robuste mentre le strade della loro città sono linde, lisce, senza buche, senza ciottoli. La città del colono è una città ben pasciuta, pigra, il suo ventre è pieno di cose buone in permanenza. La città del colono è una città di bianchi, di stranieri.

La città del colonizzato, o almeno la città indigena, il quartiere negro, la medina, la riserva, è un luogo malfamato, popolato di uomini malfamati.
Vi si nasce in qualunque posto, in qualunque modo.
Vi si muore in qualunque posto, di qualunque cosa.
 È un mondo senza interstizi, gli uomini ci stanno ammonticchiati, le capanne ammonticchiate. La città del colonizzato è una città affamata, affamata di pane, di carne, di scarpe, di carbone, di luce.
 La città del colonizzato è una città accovacciata, una città in ginocchio, una città a testa in giù. È una città di sporchi negri, di luridi arabi. Lo sguardo che il colonizzato getta sulla città del colono è uno sguardo di lussuria, uno sguardo di bramosia. Sogni di possesso. Tutte le forme del possesso: sedersi alla tavola del colono, dormire nel letto del colono, possibilmente assieme a sua moglie. Il colonizzato è un invidioso, il colono non lo ignora quando, cogliendone lo sguardo alla deriva, constata amaramente ma sempre all’erta: «Vogliono prendere il nostro posto». E’ vero, non c’è colonizzato che non sogni almeno una volta al giorno di impiantarsi al posto del colono. […]

Per il colonizzato, questa violenza rappresenta la prassi assoluta. […] Il gruppo esige che ogni individuo realizzi un atto irreversibile. In Algeria, per esempio, dove la quasi totalità degli uomini che hanno chiamato il popolo alla lotta nazionale erano condannati a morte o ricercati dalla polizia francese, la fiducia era proporzionale al carattere disperato di ogni singolo caso. Un nuovo militante era fidato quando non poteva più rientrare nel sistema coloniale. Pare che questo meccanismo sia esistito nel Kenia presso i Mau-Mau, che esigevano che ciascun membro del gruppo colpisse la vittima. Ognuno era dunque personalmente responsabile della morte di questa vittima. Lavorare, è lavorare alla morte del colono. La violenza assunta permette al tempo stesso ai traviati e ai proscritti del gruppo di tornare, di ritrovare il loro posto, di reintegrarsi. La violenza è intesa così come la mediazione principe. L’uomo colonizzato si libera nella e per la violenza.

Da Frantz Fanon, I dannati della terra [1961] trad. it. di Carlo Cignetti, Einaudi, 1962, pp. 6-7, 46-47. Qui sotto, dalle pp. xi-xii, xviii-xix, due passi dalla prefazione di Jean-Paul Sartre.

[Jean-Paul Sartre, Europei, aprite questo libro: gli zombies siete voi]

Europei, aprite questo libro, andateci dentro. Dopo qualche passo nella notte vedrete stranieri riuniti attorno ad un fuoco, avvicinatevi, ascoltate: discutono della della sorte che riserbano alle vostre agenzie generali di commercio, ai mercenari che le difendono. Vi vedranno forse, ma continueranno a parlar tra di loro, senza neanche abbassare la voce. Quell’indifferenza colpisce al cuore: i padri, creature dell’ombra, le vostre creature, erano anime morte, voi dispensavate loro la luce, non si rivolgevano se non a voi, e voi non vi prendevate la briga di rispondere a quegli zombies. I figli vi ignorano: un fuoco li rischiara e li riscalda, che non è il vostro. Voi, a rispettosa distanza, vi sentirete furtivi, notturni, agghiacciati: a ciascuno il suo turno; in quelle tenebre da cui spunterà un’altra aurora, gli zombies siete voi.  […]

Avran vantaggio a leggere Fanon; questa violenza irrefrenabile, egli lo mostra perfettamente, non è un’assurda tempesta né il risorgere d’istinti selvaggi e nemmeno effetto del risentimento: è l’uomo stesso che si ricompone. Questa verità, noi l’abbiamo saputa, credo, e l’abbiamo dimenticata: i segni della violenza, nessun dolore li cancellerà: è la violenza soltanto che può distruggerli. E il colonizzato si guarisce dalla nevrosi coloniale cacciando il colono con le armi. Quando la sua rabbia scoppia, egli ritrova la trasparenza perduta, si conosce nella misura stessa in cui si fa; da lontano noi consideriamo la sua guerra come il trionfo della barbarie; ma essa procede da se stessa all’emancipazione progressiva del combattente, fuga in lui e fuori di lui, progressivamente, le tenebre coloniali. Appena comincia, è senza quartiere. […] Quando i contadini toccano il fucile, i vecchi miti impallidiscono, gli interdetti sono rovesciati ad uno ad uno: l’arma d’un combattente, è la sua umanità. Giacché, nel primo tempo della rivolta, occorre uccidere; far fuori un europeo è prendere due piccioni con una fava, sopprimere nello stesso tempo un oppressore e un oppresso: restano un uomo morto e un uomo libero […].

Schermata 2014-09-14 a 20.26.57

Categories: Classroom, violenza

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