Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La guerra è la salute dello Stato (1918)

Schermata 2014-05-22 a 13.13.54Per gli Stati Uniti, la Grande guerra cominciò solo nel 1917, durò poco più di un anno. Abbastanza da scatenare passioni patriottiche e trasformazioni della vita pubblica. L’intellettuale newyorkese Randolph Bourne riflette a caldo su un aspetto di questa esperienza: l’avvento di un senso santificato dello Stato che sembrava estraneo alla cultura americana, abituata a pensare al Governo come macchina pratica e laica. Lo fa da brillante spirito critico e da pacifista – in vari saggi, e anche in questo, intitolato The State, lasciato incompiuto per la sua scomparsa prematura nel dicembre 1918. (Bourne, in cattiva salute dalla nascita, morì a 32 anni vittima dell’epidemia di influenza spagnola.)

Traduco le pagine iniziali, con qualche taglio che non segnalo. Più avanti nel testo, piuttosto lungo, c’è la definizione diventata celebre, “War is the health of the State”. Il testo completo inglese è reperibile online, anche qui. Ci deve essere anche qualche edizione italiana, da qualche parte.

Da The State (1918) di Randolph Bourne  

A gran parte degli americani delle classi che si considerano significative, la guerra ha portato un senso di santità dello Stato che, se avessero avuto tempo di rifletterci, sarebbe sembrata un’alterazione improvvisa e sorprendente nelle loro abitudini di pensiero. In tempo di pace, di solito ignoriamo lo Stato preferendogli le controversie politiche partigiane, o le lotte personali per le cariche pubbliche, o il perseguimento delle politiche di partito. E’ con il Governo, piuttosto che con lo Stato, che hanno rapporti coloro che si interessano di politica. Lo Stato é ridotto a un vago emblema che emerge a livello cosciente solo in occasione delle feste patriottiche.

Il Governo é evidentemente composto di uomini comuni e privi di qualunque santità, ed é un oggetto legittimo di critiche e persino di disprezzo. Se il nostro partito é al potere si può presumere che le cose vadano abbastanza bene; ma se al potere c’é l’opposizione allora diventa ovvio che [il governo] ha perso per noi ogni dignità e onore. Ma non è neanche così che in genere mettiamo le cose. Ciò che pensiamo è solo che ci sono dei mascalzoni che devono essere cacciati da una macchina molto concreta di cariche e funzioni che diamo per scontata. Quando diciamo che gli americani non hanno il senso della legge, di solito vogliamo dire che sono meno consci di altri popoli dell’augusta maestà dell’istituzione dello Stato che sta dietro il governo degli uomini e delle leggi che noi vediamo. In una repubblica gli uomini che occupano delle cariche pubbliche sono indistinguibili dalla massa.

In una Repubblica il Governo é obbedito mugugnando perché non ha incantamenti o santità che lo indorino. Se siete buoni democratici vecchia maniera, siete contenti di questo fatto, vi gloriate della semplice sobrietà di un sistema in cui ogni cittadino é re. Se siete più sofisticati, lamentate il tramondo della dignità e dell’onore negli affari di Stato. Ma in pratica i democratici non trattano affatto i cittadini eletti con il rispetto dovuto a un re, né i cittadini sofisticati rendono omaggio alla dignità, neppure quando la trovano. Lo stato repubblicano non ha quasi alcun orpello che faccia presa sulle emozioni dell’uomo comune. Quelli che ha, sono di origine militare, e nell’epoca non militarista che abbiamo attraversato dalla fine della Guerra Civile, anche gli orpelli militari sono stati poco visibili. In un’epoca del genere anche il senso dello Stato quasi svanisce dalla coscienza degli uomini.

Con lo shock della guerra, tuttavia, lo Stato ritorna in auge. Il Governo, senza mandato del popolo, senza consultare il popolo, conduce tutti i negoziati, le manovre, le minacce e le spiegazioni, che lentamente lo portano in collisione con qualche altro Governo, e gentilmente e irresistibilmente fa scivolare il paese in guerra. Il risultato é che, anche in quei paesi in cui il compito di dichiarare guerra é teoricamente nelle mani dei rappresentanti del popolo, non si sa di alcun parlamento che abbia rifiutato la richiesta di un Esecutivo che, avendo condotto gli affari esteri nella massima riservatezza e irresponsabilità, ordini alla nazione di andare in battaglia.

I buoni democratici sono soliti sottolineare la differenza cruciale tra uno Stato in cui siano il Parlamento o il Congresso a dichiarare guerra, e lo Stato in cui a farlo siano la classe dominante o un monarca assoluto. Ma alla prova rigorosa dei fatti, la differenza non é così evidente. Nella più libera delle repubbliche, così come nel più tirannico degli Imperi, tutta la politica estera, i negoziati diplomatici che producono o prevengono la guerra, sono egualmente proprietà privata dell’organo esecutivo del Governo, e sono egualmente privi di controllo da parte degli organi rappresentativi popolari, o del popolo stesso in quanto corpo elettorale.

Nel momento in cui la guerra é dichiarata, tuttavia, la massa del popolo, per una qualche alchimia spirituale, si convince di aver voluto e compiuto l’atto in prima persona. La gente, con l’eccezione di pochi scontenti, acconsente a essere irreggimentata, coartata, sconvolta in tutti gli aspetti della sua vita, e trasformata in un solido strumento di distruzione nei confronti di qualunque altro popolo sia entrato nel mirino della disapprovazione del Governo. I cittadini gettano via il disprezzo e l’indifferenza verso il Governo, si identificano con i suoi scopi, ravvivano le memorie e i simboli militari, e lo Stato torna a camminare, augusta presenza, attraverso l’immaginario degli uomini. Il patriottismo diventa il sentimento dominante.

I patrioti perdono ogni senso della distinzione tra Stato, Nazione e Governo.

Categories: Cultura politica, Guerra, patriottismo

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