Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La Costituzione del Giappone, pacifista e americana

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E così un gruppo civico del Giappone ha candidato al premio Nobel per la pace un articolo della Costituzione nazionale. Ha fatto ricorso a un trucco, perché il Nobel Institute di Oslo accetta candidature solo di persone o organizzazioni, non di costituzioni. Ma c’è riuscito. Il candidato sarà il “popolo giapponese” che, si dice, ha sempre rispettato il celebre Articolo 9 – che recita così nella traduzione italiana:

“Articolo 9. Aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra quale diritto sovrano della nazione, e alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. (2) Al fine di conseguire lo scopo del comma precedente, non saranno mantenute forze militari terrestri, marittime e aeree, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello stato non sarà riconosciuto.”

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L’iniziativa è il prodotto di un conflitto interno al paese. Fra chi vuole emendare la Costituzione per consentire al Giappone di partecipare ad accordi militari di sicurezza collettiva – un emendamento desiderato anche dagli Stati Uniti, che del Giappone è il principale alleato nella regione. E chi invece si oppone alla svolta, in nome della “pace nel mondo”; e vuole conservare intatto, con la clausola anti-riarmo originale, il documento promulgato nel novembre 1946 ed entrato in vigore il 3 maggio 1947. Un documento che da allora non è mai stato modificato. E che – e questo è il paradosso – fu allora preparato e imposto proprio dagli americani.

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Come gli altri due paesi usciti sconfitti dalla Seconda guerra mondiale e che in seguito alla sconfitta cambiarono regime politico, si democratizzarono – la Germania ex nazista e l’Italia ex fascista – anche il Giappone ex militarista e imperialista dovette fare ammenda dei suoi peccati guerrafondai. E proprio come la nuova repubblica federale tedesca e la nuova repubblica italiana, incorporò il pentimento e la redenzione nella sua carta fondamentale, che è quindi una carta “pacifista”. Una carta che, in maniera più radicale di quelle di Italia e Germania, fu letteralmente scritta dai vincitori e proibisce addirittura e per sempre l’esistenza stessa di forze armate.

Gli americani scrissero la costituzione del Giappone mentre il paese, dopo la resa incondizionata, era sotto occupazione militare ed era governato dal Supreme Commander for the Allied Powers (SCAP), cioè dal generale Douglas MacArthur, uno dei vincitori della guerra nel Pacifico. La scrissero in fretta e furia, in una settimana, e vi inserirono non solo il disarmo totale e perpetuo, ma anche molte altre cose che derivavano dalla loro storia, dai principi e dal linguaggio dei loro documenti fondanti ma anche delle loro più recenti esperienze riformatrici. Gli autori, membri dello staff di MacArthur, erano infatti freschi di New Deal, di riforme politiche e sociali, del nuovo liberalism rooseveltiano.

La costituzione giapponese, pur nella sua anomalia di costituzione di fatto octroyée, è quindi una delle grandi costituzioni “progressiste” del secondo dopoguerra. E’ in effetti un mix curioso, una forma di americanismo rivoluzionario newdealista monarchico. La monarchia, o meglio la forma imperiale di governo, non fu infatti toccata. L’imperatore restò il simbolo della nazione, ma solo con funzioni cerimoniali. Non è più titolare del potere esecutivo, che è attribuito a un gabinetto guidato da un primo ministro, espressione della maggioranza politica che si forma nella Dieta, cioè nel parlamento bicamerale. Il modello adottato fu quindi quello Westminster inglese, non il presidenzialismo statunitense.

Ma poi l’America si rivela. Il testo costituzionale, che leggo nella versione inglese “ufficiale”, comincia con un solenne e familiare “We, the Japanese people”. E prosegue con un linguaggio dei diritti individuali che ricalca, e talvolta copia, le enunciazioni dell’epoca rivoluzionaria di fine Settecento. I titoli nobiliari sono aboliti. L’autorità del governo “is derived from the people”. I diritti alla libertà di religione, associazione, parola e stampa, pensiero e coscienza, sono inviolabili; e così quelli di proprietà. “No person shall be deprived of life or liberty” se non secondo regolari procedure di legge. Gli accusati hanno “the right to a speedy and public trial” e non possono “be placed in double jeopardy” – cioè essere processati due volte per lo stesso delitto.

Il linguaggio diventa contemporaneo e rooseveltiano quando si parla del ruolo positivo dello Stato, dei diritti sociali, del diritto di vivere “free from fear and want”. C’è il diritto all’istruzione, al lavoro e a condizioni di lavoro dignitose. Il diritto dei lavoratori a organizzarsi e a fare contrattazione collettiva. Il diritto all’eguaglianza dei sessi, in famiglia e nella sfera pubblica. In tutte le sfere della vita “the State shall use its endeavors for the promotion and extention of social welfare and security, and of public health”. E infine il sacro “right to life, liberty, and the pursuit of happiness” è salvaguardato “to the extent that it does not interfere with the public welfare”.

Quest’ultima frase risalta, salta agli occhi. In italiano: “il diritto [individuale] alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità” è l’obiettivo supremo della legge e delle attività di governo – “nella misura in cui non interferisce con il bene pubblico”. Ha quindi un limite. E’ la perfetta sintesi, se ce n’è una, fra la Dichiarazione d’indipendenza settecentesca e il liberalism novecentesco. Una sintesi che non c’è, così esplicita e netta, neanche nel testo della Costituzione degli Stati Uniti.

Categories: costituzione, Politica estera

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