Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Quindici minuti di celebrità

warhol-race-riotLa serigrafia di Andy Warhol, Birmingham Race Riot (1964), congela il momento più drammatico della manifestazione per i diritti civili avvenuta nella città dell’Alabama, il 3 maggio 1963. E’ una delle tante elaborazioni che Warhol produce in quegli anni, in bianco e nero o a colori, di questa scena e di altre simili. Del civil rights movement a lui, sembra, non importava molto. Non ricordava bene neanche il luogo esatto dell’evento, o la data. Per una mostra del 1965 usò il titolo Selma – un’altra città dell’Alabama in cui, in effetti, proprio nel 1965 c’erano stati altri clamorosi incidenti razziali (l’attualità!). Anche per lui, come per molti settentrionali bianchi, come per molti intellettuali newyorkesi, il Sud della white supremacy era un paese straniero, sconosciuto.

A Warhol interessa, in quel momento, rappresentare il lato oscuro dell’America anche, probabilmente, per ragioni di promozione artistica personale. Stava pensando alla sua prima mostra individuale europea, a Parigi, nella galleria di Ileana Sonnabend, e decise (o gli fu consigliato) di preparare le sue opere più dark, la serie sui disastri, la morte, la violenza – che avrebbe incluso le immagini della sedia elettrica, o di Jackie Kennedy in lutto dopo l’assassinio di JFK. Warhol temeva, con le sue Campbell’s Soups e Coca Cole, di apparire troppo come un celebratore del consumismo americano. Temeva le reazioni negative del pubblico francese. Temeva di apparire, agli occhi dei parigini, non abbastanza engagé.

E di quel particolare evento meridionale, come degli altri in verità, gli interessa soprattutto il risvolto mediatico. Qui la sua sensibilità coglie in effetti un punto importante, cruciale. La fonte che ispira Warhol è un servizio fotografico, del fotogiornalista Charles Moore, pubblicato sul settimanale Life il 17 maggio 1963. (Il quale settimanale, peraltro, aveva dedicato la cover story alle seconde nozze di Nelson Rockefeller.) Sono immagini che, finalmente, scandalizzano un po’ di opinione bianca del Nord. Altre fotografie dello stesso evento, di Bill Hudson, appaiono con evidenza sulla prima pagina del New York Times. E’ di queste che il presidente Kennedy disse che facevano vedere “scene vergognose” e che erano molto più “eloquenti” delle parole.

AW_22_1963_Source_LifeE’ l’impatto duro della fotografia. E’ un caso che ciò succeda? Niente affatto. C’era una precisa strategia politico-mediatica dietro tutto ciò, una strategia voluta e dichiarata dagli organizzatori della protesta e dal loro leader, Martin Luther King, Jr. Durante quelle proteste King era finito in carcere, e da lì aveva scritto la Letter from Birmingham Jail (16 aprile 1963), in cui spiegava la filosofia e la tattica della sua “non-violenza”. Con le nostre azioni dirette non-violente, dice King, vogliamo creare situazioni di crisi, far precipitare la violenza bianca nascosta nel sistema, renderla palese – davanti alle macchine fotografiche e alle telecamere del mondo. Solo da crisi di questo tipo possono nascere discussioni serie, e quindi soluzioni ai nostri problemi.

King chiama questa tattica “tensione creativa”. Quello che facevano gli attivisti del movimento era organizzare manifestazioni non-violente nei luoghi più pericolosi, e quindi più promettenti di una reazione scomposta. In luoghi dove si immaginava che i bianchi fossero più rabbiosi, più facili a esplodere, dove le stesse autorità locali fossero più nervose, incapaci di auto-controllo. Birmingham era perfetta da questo punto di vista. Per la sua storia di tragica violenza anti-nera era nota come Bombingham. E il capo della polizia cittadina era un simbolo del razzismo meridionale, Eugene Connor, detto Bull Connor. Lì si era deciso di agire, chiamando a raccolta i mass media nazionali.

I mass media erano ben consavepoli di ciò. La doppia pagina di Life sopra citata lo conferma. Il titolo, un po’ cinico, forse anche acido, dice: “L’attacco dei cani è la ricompensa dei neri” – è esattamente il premio che hanno cercato con le loro azioni. E nel testo si commenta che questa straordinaria sequenza, con tutta la sua brutalità, è il loro attention-getting jackpot – hanno fatto tombola! Uno degli organizzatori locali, il reverendo Fred Shuttlesworth, commentò a sua volta: “Vedi un poliziotto che picchia qualcuno e usa gli idranti, questa è una notizia, questo è spectacularism”. Per giunta alcuni dei giovani neri coinvolti direttamente negli attacchi ebbero il loro nome sui giornali, divennero per qualche giorno testimoni personalizzati della buona causa.

Questa tattica di attention-getting e di personalizzazione mediatica dei protagonisti e dei testimoni della protesta, alcuni più noti e duraturi, altri meno – ma molti con almeno il loro momento di celebrità, restò uno degli aspetti centrali di tutti i movimenti degli anni 1960s. E certo Andy Warhol è sensibile a questa dimensione, girata a modo suo, e proiettata per tutti nel futuro – “In futuro”, dice famosamente nel 1968, “ciascuno sarà famoso per 15 minuti”.  E’ sensibile e forse, almeno in questo caso, anche lui vittima della trappola comunicativa tesa dagli attivisti del 1963: volevano finire sulle prime pagine dei giornali, sono riusciti a finire nei musei di mezzo mondo.

(Questo è un pezzetto della conferenza che ho tenuto il 6 dicembre scorso – in occasione della mostra Andy Warhol: una storia americana, a Palazzo Blu, a Pisa. La mostra resta aperta fino al 2 febbraio 2014.)

Categories: Diritti civili, mass media, Radicalism, violenza

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