Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Teodoro Roosevelt in Italia, un romance a puntate: 02. Affrontare un attentatore

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Quando il trasatlantico Hamburg finalmente arrivò a Napoli, e ciò avvenne lunedì 5 aprile 1909 nel primo pomeriggio, a dissolvere le ultime ombre contribuì una chiacchierata con il cameriere che aveva servito a tavola Roosevelt durante la traversata. Evidentemente ne sapeva più di tutto il mondo ufficiale, e giornalistico.

«Voi avete avuto l’onore di servirlo, nevvero?»

«Sì. Mi ricorderò sempre di lui e del suo buon umore. Veniva a tavola due volte al giorno: alle nove del mattino e alle sette di sera. Non beveva vino e vuotava molte bottiglie di acqua minerale. Il suo appetito è sempre stato buono…»

«E durante il giorno?»

«Nella giornata Roosevelt era sempre tra i passeggeri, sopra coperta e nei saloni sottostanti. Egli faceva il possibile per tenere allegri tutti. Un giorno in cui il mare era cattivo e dava da pensare alle signore e alle signorine impaurite, egli organizzò sul ponte dei giuochi che diresse con molta abilità. Roosevelt non ha mai sofferto di mal di mare e si sforzava di consolare gli altri con barzellette e con scherzi graziosi. Quando, poi, il mare prendeva sullo stomaco dei passeggeri un sopravvento assoluto, egli abbandonava le une e gli altri e s’improvvisava infermiere. Aveva dei rimedi tutti speciali».

«Una buona compagnia, dunque».

«Oh!», concluse il cameriere che era un genovese, «egli era il divertimento di tutti, la buona stella a bordo».

«E l’attentato, di cui si è parlato in tutta Europa?»

Con una sonora risata: «Sciocchezze, sciocchezze! V’è da rider di cuore. Ma chi ha inventato la storiella?»

A Napoli, e per il resto del viaggio, non si verificò alcun incidente del genere, e francamente non c’è che da rammaricarsene, perché l’ex-presidente sapeva come affrontare un attentatore. Lo dimostrò di lì a qualche tempo, ritornato in America e alla politica attiva, per la soddisfazione propria e del pubblico presente e anche del pubblico lontano, certo di quello della nostra patria.

Il 14 ottobre 1912, a Milwaukee, nel Wisconsin, prima di un comizio della sua rinnovata campagna presidenziale, questa volta non più come il repubblicano che era sempre stato bensì come candidato del nuovo e minoritario Progressive Party, un tale John Schrank gli puntò contro una rivoltella.

E sparò. 

Negli istanti frenetici e confusi che seguirono, Roosevelt esibì subito alcune delle sue qualità preferite, e cioè generosità e comando della folla in pubblico (tenne personalmente a distanza i presenti infuriati che chiedevano giustizia sommaria dello sparatore con un perentorio «Fermatevi! Non voglio che gli si torca un capello») e cinismo e freddezza sotto stress in privato («Non m’importava che l’uomo venisse ucciso sull’istante, ma non ritenni saggio e opportuno permettere che venisse ucciso di fronte ai miei occhi, nel caso fossi sopravissuto», scrisse alcune settimane dopo a un amico). Pur ferito, insistette per tenere il discorso, assaporando la drammaticità del momento e, d’istinto, spremendone tutte le potenzialità per rifinire il suo personaggio e guadagnare simpatie alla sua causa: nel modo consueto, e cioè negando drasticamente che ciò lo interessasse.

«Per mia fortuna avevo il manoscritto del discorso in tasca!», esclamò, agitando dal palco un gran fascio di carte abbruciacchiate dalla palla.

«Questo manoscritto mi ha salvato la vita. Vedete questo buco? Di qui è passato il proiettile. Senza questo provvidenziale riparo mi avrebbe forato il cuore. L’incidente sarà di solenne ammonimento per gli americani. Per conto mio, ho da pensare a troppe cose importanti per curarmi della morte. Vi dico la verità schietta: quello che più mi interessa è la vittoria della causa progressista, cui mi sono dedicato con tutta l’anima. Questa agitazione per il miglioramento dell’umanità mi sta a cuore più della vita. Non vi dico questo per fare effetto. Il mio successo personale non mi importa nulla!»

(Uragano di applausi.)

Roosevelt si sbottonò la giacca e il panciotto e mostrò alla platea la camicia lorda di sangue, proseguendo con eloquenza impetuosa appena frenata da spasmi di dolore. 

«L’assassino si era nascosto nel buio. A faccia a faccia non avrebbe osato affrontarmi… E’ naturale che delle menti deboli si lascino infiammare, fino a commettere un atto di folle violenza, dalle calunniose accuse lanciate contro di me da tre mesi in qua dai giornali che servono gli interessi di Taft e del dott. Wilson. Dal mio partito, invece, la calunnia è bandita e tutti i miei seguaci che ne usassero sarebbero da me sconfessati».

Parlò per quasi un’ora e mezza, prima di farsi medicare.

La «mente debole» apparteneva a un tedesco, un oriundo bavarese. Un socialista, forse, in quella regione del Midwest dove il socialismo è tanto forte da meritare, fra i compagni italiani, l’appellativo di «Emilia americana»? O non piuttosto un cattolico apostolico romano assai zelante, come suggerisce un informatore (interessato) dell’Avanti!? Un forsennato, un pazzo! Sembra che si tratti di un bettoliere di New York che ha seguito Roosevelt per settimane, perché si sentiva chiamato a ucciderlo! 

Gli è stato trovato in tasca uno scritto in cui dichiara che il presidente McKinley gli è apparso in sogno ordinandogli: 

«Roosevelt è il mio assassino! Vendicate la mia morte!»

C’è da dire che, per un curiosa coincidenza, fin dai primissimi giorni della sua presidenza, a corpo di McKinley ancora caldo, a carica presidenziale appena ereditata, Roosevelt si era preparato a questo incontro con il fato. Lo raccontò Lincoln Steffens, un suo conoscente di lunga data e consigliere, oltre che caposcuola di quei giornalisti investigativi, o scandalistici che dir si voglia, che lo stesso Roosevelt ebbe a etichettare come muckrakers cioè «rastrellatori di letame». Steffens non mancò di fare un po’ di muckraking anche a proposito dell’autorevole amico e di ricordare come, in quelle ore di lutto per Washington e la nazione intera, Roosevelt per quanti sforzi facesse non riuscisse a nascondere la sua felicità.

La gioia era in ogni parola, in ogni movimento, compressa, trattenuta.

Roosevelt lavorava camminando a grandi falcate, parlando e stringendo mani, dettando e firmando lettere, senza alcuna privatezza negli uffici della Casa bianca che ancora non abitava (con la signora Roosevelt lì pronta a traslocare, con la vedova McKinley impegnata in un imprevisto e affrettato sgombero, e chissà, con lo spirito del presidente assassinato già inquieto e vendicativo nei confronti del poco addolorato successore). Una sera, dopo il tramonto, sibilando «Usciamo di qui», afferrò con una mano Steffens e con l’altra un secondo collaboratore, William Allen White, e li trascinò per un paio d’ore per le strade della città, finalmente esplodendo. Con i piedi, i pugni, con il viso e con le parole in libertà rise della sua fortuna. Rise della tragica rabbia dei conservatori del suo partito che lo avevano sempre odiato, e rise del suo nuovo potere, delle possibilità che si aprivano alla sua azione e a quella dei riformatori.

«L’assassinio di McKinley lo aveva commosso, d’accordo, ma in un modo tutto romantico. Descrisse quello che avrebbe fatto se un assassino l’avesse attaccato. Lo cercò fra le ombre degli alberi sotto i quali stava passeggiando – cercava il bastardo codardo che potesse piombargli addosso, e, mi sembrò, sperava che il preteso omicida si facesse vivo proprio allora e in quel luogo – diciamo al prossimo angolo buio – mentre descriveva, mentre metteva in scena ciò che egli, il presidente, gli avrebbe fatto con i pugni, con i piedi, con gli enormi denti scoperti. Solo il vedere e il sentire che cosa T.R. aveva intenzione di fargli avrebbe spaventato a morte l’assassino; sicuramente riempì di terrore Bill White. Da parte mia quello che percepii fu la travolgente emozione che il presidente stava realmente provando nell’assassinio del suo assassino».

Categorie:Americanismo, Teodoro Roosevelt

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