Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La scommessa di Joe Biden

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Nella prima conferenza stampa presidenziale, alla fine di marzo di quest’anno, Joe Biden ha invocato un cambio di passo politico, ha detto, “voglio cambiare il paradigma”. Il cambio di paradigma è una scommessa meditata e rischiosa. Implica una rottura non tanto con il tumultuoso passato recente quanto con un’intera fase semisecolare di storia nazionale, un ritorno alla grande progettualità pubblica degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, al ruolo centrale del governo federale, a prima delle pulsioni anti-stataliste che in maniera diversa hanno toccato entrambi i partiti, anche i democratici.

In una certa misura, implica un ritorno a prima di Biden stesso, e questo è il lato più sorprendente della faccenda. 

Il cuore analitico della scommessa, elaborato in forme sofisticate da studiosi e saggisti, è  riassumibile nel linguaggio politico corrente in termini piuttosto semplici: la presidenza Trump rappresenta la fase terminale, esausta e degenerata del ciclo politico-sociale conservatore inaugurato negli anni Settanta-Ottanta del Novecento. Secondo questa analisi, l’epoca della “fine del big government” si è conclusa, i problemi accumulati hanno messo in pericolo la stessa convivenza civile e richiedono l’inizio di una nuova epoca di big government.  L’American Rescue Plan approvato a inizio marzo è così un segnale di futuro: un enorme pacchetto di stimoli economici, aiuti, ristori, crediti d’imposta e di vere e proprie riforme sociali per un valore di 1900 miliardi di dollari. Più del doppio del pacchetto anti-recessione di Barack Obama del 2009. Quasi quanto il pacchetto anti-pandemia del 2020, una delle poche cose bipartisan sotto il regno di Trump.

Ma l’American Rescue Plan non è stato bipartisan. L’opposizione repubblicana è stata dura. Per superarla al Senato, dove la maggioranza democratica è di un voto e le potenzialità dell’ostruzionismo repubblicano sono infinite, si è fatto ricorso alla budget reconciliation, una speciale procedura parlamentare che non consente il filibustering ma che è possibile solo per materie strettamente contabili. E’ così accaduto che una parte importante del Plan originale, la riforma del salario minimo a 15 dollari, sia stata stralciata, lasciata fuori. Sembra evidente che altre impegnative proposte di legge in preparazione, di natura sistemica, i grandi investimenti in infrastrutture, posti di lavoro e rinnovamento energetico, le riforme dell’immigrazione e dell’istruzione, del fisco e del diritto di voto, siano destinate a incontrare gli stessi ostacoli. 

Il cambio di paradigma non è un pranzo di gala (via, l’ho detto).

Il cuore politico ed esistenziale della scommessa di Biden e dei democratici riguarda infatti l’incertezza del suo cuore analitico e l’urgenza dell’azione. 

L’incertezza è insita in qualunque analisi. In questo caso, si dice, è andata bene: la democrazia e l’ordine costituzionale sono stati messi alla prova e, benché feriti, hanno mostrato vitalità e capacità di resistenza e reazione. Ma davvero i pericoli sono finiti? Davvero le spinte profonde che hanno sconvolto la vita pubblica sono rientrate, davvero si annunciano tempi nuovi, addirittura una nuova epoca? E se i repubblicani ormai (quasi) tutti trumpiani, complici della menzogna del grande imbroglio elettorale e degli istinti eversivi dell’assalto al Campidoglio, certamente con solide basi sociali, fossero in grado di prendersi una rivincita? Di far di nuovo pendere dalla loro parte (ci vuol poco soprattutto in Congresso) la bilancia della fortuna? Anche perché le intenzioni Dem si stanno delineando sempre più ambiziose e sempre più distanti dalle premesse ideologiche dei repubblicani, trumpiani o old-fashioned che siano.

E allora è comprensibile il senso d’urgenza che detta l’agenda democratica, su almeno due piani. In primo luogo l’amministrazione Dem deve produrre risultati tangibili subito, deve migliorare la vita del maggior numero possibile di cittadini con provvedimenti concreti e riconoscibili, rivendicabili, contando di sgretolare un poco il consenso degli avversari, di rubarne per sé almeno qualche frammento. Accade così che una parte dei generosi crediti d’imposta per i figli a carico, previsti dall’American Rescue Plan per le famiglie a reddito medio-basso e destinati a combattere la povertà infantile, vengano anticipati cash, invece di attendere la prossima dichiarazione dei redditi nella primavera 2022. Sono in pagamento già in queste settimane, sul conto corrente dei cittadini o in un assegno nella posta, in rate mensili di 200 o 300 dollari, per un totale di 15 miliardi di dollari. Ci sono genitori che celebrano l’evento ballando su TikTok. Biden e Kamala Harris lo celebrano e lo ricordano dalla Casa bianca. 

L’Internal Revenue Service e l’amministrazione sono vicini e lottano (e danzano) insieme a noi. 

In secondo luogo e nello stesso tempo l’amministrazione Dem deve fare intravedere (di nuovo, subito) delle prospettive di lungo periodo fondate su grandi riforme, epocali appunto. In loro nome, se sarà il caso, si potrà sfidare i repubblicani in Senato e magari metter mano ai regolamenti, modificare o abolire del tutto il filibustering, togliere di mezzo uno strumento di garanzia della minoranza che è diventato uno strumento che costringe a governare con una supermaggioranza. Il possibile scontro parlamentare su questo nodo si annuncia sanguinoso. E’ immaginabile che ne valga la pena solo in funzione di un disegno di portata storica. 

E’ così, con qualche successo almeno in tutte queste complesse operazioni che i democratici scommettono di difendere ed estendere la loro base elettorale e restare al governo, per il bene del paese naturalmente, ça va sans dire: per continuare le buone opere, per consolidare l’inizio di un nuovo ciclo politico. Che l’imperativo sia fare presto è scritto nel calendario. Il 2024 non è tanto lontano, e i politicians sanno bene come il tempo voli. Finiamo una campagna elettorale, facciamo una doccia e cominciamo la prossima, dicevano nell’Ottocento.

Il 2022, poi, è proprio dietro l’angolo – le prime elezioni di medio termine che ogni nuova amministrazione sembra destinata a perdere.

Categorie:presidenza

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  1. Rassegna 21.07.21 | Stefano Ceccanti

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