Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Se Bernie Sanders diventa Sanderista

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Bernie Sanders è diventato Sanderista, cioè uno sfegatato seguace di se stesso? O almeno sembra comportarsi come tale? Se fosse vero, questo potrebbe essere un serio problema per la sua candidatura.

Quando ho sentito parlare per la prima volta di lui, all’alba degli anni ottanta, Sanders era il nuovo sindaco di Burlington, in Vermont. Anzi, della “Repubblica popolare di Burlington”, come si scherzava allora. La cittadina del Vermont era una college town diventata rifugio di radicali in fuga dalle metropoli dell’Est, e che eleggesse un sindaco di sinistra non era strano: era già successo in altre più note città universitarie e quindi studentesche come Berkeley o Madison (in Wisconsin) o Cambridge (Massachusetts). Era dunque sindaco, Bernie, e in quanto eletto a quella carica era già per forza un politico a vocazione maggioritaria, dedito alla costruzione di coalizioni vincenti. Solo qualche anno prima era solito dire, da attivista locale legato alla militanza stile anni sessanta , “Se non sostieni il movimento, non voglio il tuo voto”. Poi, evidentemente, aveva cambiato idea: i voti li voleva, gli servivano per fare delle cose in cui credeva. Per portare un po’ dei suoi ideali al governo c’era bisogno del consenso di cittadini che magari non la pensavano come lui, ma che, insomma, di lui si fidavano abbastanza.

E così Sanders aveva continuato la sua carriera di career politician, di politico di professione, di pro, saltando al livello nazionale, prima come unico deputato del suo stato alla Camera dei Rappresentanti (eletto nel 1990) e poi come uno dei due senatori al Senato degli Stati Uniti. In entrambi i casi come “indipendente” e come socialista democratico, e tuttavia, e ben vedere, come uno strano tipo di indipendente.

La sua prima elezione vittoriosa al Senato, nel  2006, è significativa. Per non ostacolarlo nella corsa contro l’avversario repubblicano, il partito democratico gli fece la cortesia di non presentare un proprio candidato. Non solo. Bernie ricevette due endorsements pesantissimi: del presidente del Democratic Senatorial Campaign Committee, quello che finanzia le campagne elettorali del partito, che allora era (ma guarda un po’) Chuck Schumer; e del chairman del Democratic National Committee, Howard Dean, un ex-governatore del Vermont. Inoltre fece campagna per lui l’allora senatore dell’Illinois (indovinato?) Barack Obama. Insomma, a sostenerlo attivamente, Bernie aveva dietro di sé tutto ma proprio tutto il famoso “establishment democratico”.

Bernie vinse alla grande, a valanga, con il 65 percento dei voti. E’ stato poi rieletto due volte con percentuali altrettanto formidabili, persino maggiori in effetti, con il 71 percento nel 2012, con il 67 percento nel 2018. Nel 2012 ha preso nello stato più voti del presidente Obama. Tutti socialisti da quelle parti? Non scherziamo. Negli ultimi anni, il Vermont ha eletto un governatore repubblicano, tanto per ricordare il mix di elettori con cui Bernie ha a che fare e che ovviamente sa campattare molto bene a suo favore, da quelle parti, da leader pragmatico.

Nel 2015 Sanders decise di fare il gran salto nella politica presidenziale, e di farlo con le stesse modalità, allora e poi di nuovo nell’attuale ciclo elettorale. Con quasi le stesse modalità, è meglio dire. Perché nella politica presidenziale è più difficile mantenere l’etichetta e la pratica di indipendente. Se non altro per partecipare alle primarie democratiche, in molti stati è necessario iscriversi come membri del partito. E questo è stato un bel dilemma. Perché Bernie era scontento di questo sistema bipartitico. L’ha sempre detto: repubblicani e democratici sono dominati dal big money, ignorano gli interessi delle famiglie operaie e del ceto medio, il paese ha bisogno di un terzo partito. Ma il terzo partito non c’è, inventarlo lì per lì vorrebbe dire favorire i repubblicani, una disgraziata esperienza che Bernie non ha voluto tentare. Ha così optato per correre da democratico. Da raider esterno e da free rider (sfruttando le risorse legali e istituzionali del partito), con una macchina organizzativa propria e movimenti fiancheggiatori grassroots, con un programma distinto e sempre l’orgogliosa auto-definizione di socialista – e tuttavia con l’ambizione di creare una coalizione popolare maggioritaria sotto il tetto del partito democratico.

Con un piede dentro e un piede fuori, dunque?

Nel partito ma non del partito?

Anche a molti suoi seguaci e attivisti radicali o socialisti è sembrato, in un momento della loro storia, che la scelta del partito Democratico fosse interessante e anche un po’ inevitabile. I Democratic Socialists of America (DSA), per esempio, l’organizzazione a cui appartiene Alexandria Ocasio-Cortez, sono nati quarant’anni fa dai frantumi di precedenti gruppi di New Left, ricomposti dall’approccio pragmatico del fondatore Michael Harrington. Il quale riteneva che la via per diffondere qualcosa di socialista nel paese, scontata l’impossibilità di un partito dedicato, potesse passare per l’azione politica dentro uno dei due partiti principali, da contaminare e influenzare. Diceva Harrington: “voglio essere l’ala sinistra del possibile”, e il possibile era fra i democratici. Naturalmente, una cosa è fare questa scelta e un’altra è sentirsi davvero a proprio agio, soprattutto quando si è imbaldanziti da qualche promettente successo elettorale e le tensioni con la parte più tradizionale del partito si fanno più accese. Le tentazioni di muoversi come se si fosse in territorio straniero, e di tornare a pensare a uscite laterali, diventano fortissime.

Di nuovo, nel partito ma non del partito?

Ho ritrovato queste crescenti tentazioni in conversazioni e luoghi e slogan dei militanti della sinistra Sanderista, quelli che disprezzano il partito di cui Bernie e tutti loro, in un modo o nell’altro, sono ospiti (“corporate & corrupt Democrats”), che non vedono l’ora di andarsene (“la classe operaia ha bisogno di un suo partito”), che se ne andranno qualora Bernie non fosse il nominee (“Bernie or Bust”). Le recenti dichiarazioni di Ocasio-Cortez, “E’ possibile che i democratici siano una tenda troppo grande”, oppure “In qualunque altro paese, io e Joe Biden non saremmo nello stesso partito”, esprimono sentimenti latenti di questo tipo. E non è l’unica a farlo.

Quando Sanders dice, come ha detto pochi giorni fa, “Ho delle notizie per l’establishment repubblicano. Ho delle notizie per l’establishment democratico. Costoro non possono fermarci”, di fatto equiparando le due formazioni e di fatto dichiarandosi estraneo a entrambe, sta forse legittimando o incoraggiando queste tentazioni e questi sentimenti? Ne è attratto? Oppure ne è prigioniero? Quando sembra lamentare che la maggioranza degli elettori “moderati” delle primarie democratiche, quelli che non votano per lui, sia una massa manovrata dall’alto, dall’establishment appunto, si comporta da Sanderista lui stesso?

In un ritorno alle vecchie logiche della giovinezza, tipo “Se non sostieni il movimento, non voglio il tuo voto”?

Non è detto che Bernie debba o voglia seguire per forza queste logiche, o restarne prigioniero, se ritiene che siano inadatte a far passare il suo messaggio politico o a favorire il suo destino. In una intervista al Rachel Maddow Show ha cercato un po’ di smarcarsi. Siamo diversi, ha detto, ma alla fine della storia “so che tutti i candidati sosterranno il vincitore. Io sosterrò Biden, Biden sosterrà me. Uniremo il 99% di tutti gli elettori democratici”. Mi sembra inoltre di capire che all’interno della sua macchina elettorale ci siano voci, quanto estese e influenti non saprei, che spingono in questa direzione. Per esempio, il co-chair della campagna in Vermont, il congressman Democratico Peter Welch, ha raccomandato di andarci “leggero” negli attacchi ai leader del partito, ha ricordato che tutte le componenti hanno una “visione condivisa”, e che per battere Donald Trump bisogna dialogare con tutti perché c’è bisogno di tutti.

Categories: partiti, campagna elettorale

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2 replies

  1. Bel pezzo. Grazie!

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  1. Una donna come candidata alla Vice Presidenza nel ticket democratico? – Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

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