Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Che cosa è una brokered convention e perché già ne parlano i Democratici

broker-1024x768Se vuoi assicurarti la nomination presidenziale del tuo partito, ti conviene arrivare al congresso nazionale con la maggioranza assoluta dei delegati già impegnata a tuo favore. E’ ciò che accade di solito, ai nostri tempi. Tuttavia è possibile che quest’anno ciò non sia vero per il partito Democratico, dove ci sono troppi aspiranti candidati e un elettorato delle primarie che sembra strutturalmente frantumato. O almeno se ne comincia a parlare. Sento dire che questa sia la prima volta nella storia in cui il caucus dell’Iowa esprime quattro nomi tutti al di sopra del 15% dei voti popolari. E che ciò lascia intravedere il caos.

Se non ci sarà un vincitore sicuro e indiscusso, l’estate prossima i Democratici saranno costretti a una contested convention ovvero a una brokered convention. 

Cioè. Se non c’è nessuno che ottenga la maggioranza assoluta e quindi la nomination al primo scrutinio, a decidere è il congresso del partito che riacquista così la sua piena sovranità e sceglie il fortunato o la fortunata con trattative, mediazioni e accordi di corrente fra i leader e i candidati che hanno accumulato più delegati – come si conviene in qualunque organo deliberativo collettivo, e come si usava una volta. Nella scelta ci può essere un pregiudizio a favore del primo arrivato, ma non è detto. Se hai conquistato solo una plurality dei delegati, cioè una maggioranza relativa, vuol dire che non hai sfondato, che la majority è andata alla somma dei tuoi concorrenti. E questo magari non è un buon segno.

I casi storici sono i più vari, soprattutto nella lunga fase secolare che ha preceduto l’avvento massiccio delle elezioni primarie, quando le brokered conventions erano la regola e i leader di partito e i delegati ne erano i re. E no, non c’era necessariamente il caos o la guerra civile, come sembra temersi oggi. Per dire, un paio d’esempi. Nel 1932 Franklin D. Roosevelt arrivò al congresso con una plurality di delegati, e alla quarta votazione ebbe la conferma, la majority e l’investitura. Nel 1924 invece nessuno dei candidati che presero più voti nello scrutinio iniziale riuscì nell’impresa, e la nomination andò a un signore di nome John W. Davis; di scrutini ce ne vollero ben 103, una specie di record. Come si sa, Roosevelt poi fu eletto presidente e Davis invece no.

Molto prima di allora, un caso storico istruttivo fu quello di Abraham Lincoln. Il quale arrivò alla convenzione Repubblicana del 1860 parecchio distante dal favorito, il senatore di New York William H. Seward, che aveva con sé la maggioranza relativa dei delegati. La maggioranza assoluta la conquistò invece Lincoln, ma solo alla terza votazione, e dopo una serie di manovre assembleari e di corridoio. Pagando qualche prezzo. Sia lo sconfitto Seward che un altro politician che portò i suoi delegati a confluire su Lincoln, il senatore della Pennsylvania Simon Cameron, entrarono infatti a far parte del gabinetto del nuovo presidente eletto. In ministeri importanti: il primo segretario di Stato, il secondo segretario alla Guerra. Questi pasticci salvaguardarono l’unità del partito.

Dacché la scelta avviene quasi tutta con le elezioni primarie, quindi coinvolgendo direttamente gli elettori, e cioè nell’ultimo mezzo secolo, le brokered conventions sono scomparse. In un paio di occasioni, nel 1976 per i Repubblicani e nel 1984 per i Democratici, i rispettivi front runners Gerald Ford e Walter Mondale si presentarono ai loro congressi con qualche delegato in meno della maggioranza assoluta, ma la cosa fu aggiustata subito ed ebbero entrambi la nomination al primo scrutinio. Come si sa, entrambi poi persero le elezioni generali. Dopo di allora tutto è filato liscio, fino a oggi. (Quattro anni fa, nella primavera 2016, si parlò di una possibile brokered convention Repubblicana, ma poi non ce n’è stato bisogno).

 

Categorie:Elezioni, presidenza

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