Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

“Che cosa diavolo è l’acqua?” E’ il partito, stupido!

this-is-water-david-foster-wallaceE così il partito democratico era uscito a pezzi dalla presidenza Obama, in crisi irrimediabile e disperante dopo le elezioni del 2016, dopo la candidatura presidenziale sbagliata e fallita di Hillary Clinton, dopo le lotte intestine fra clintoniani e Berniecrats e i colpi di mano nel suo Comitato nazionale. E ora invece, appena due anni dopo, eccolo che riconquista la maggioranza parlamentare alla Camera dei rappresentanti, nelle uniche elezioni di queste midterms 2018 che abbiano una portata nazionale, per loro natura e, nel caso specifico, grazie alla figura polarizzante del presidente Trump che ne ha fatto un referendum su di sé.

Un caso di resurrezione rapida? Un miracolo? Oppure?

Mi viene in mente la storiella raccontata da David Foster Wallace in una sua conferenza di inizio millennio, una storiella notissima ma che mi piace riprodurre nella sua interezza:

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

What the hell is water? Che cos’è quella cosa che nessuno sembra vedere tanto è ovvia e scontata ma che è una precondizione di vita? Ma è il partito, stupido! La cui esistenza non dipende tanto dalle periodiche vittorie e sconfitte elettorali (anche se, per restare nelle necessarie ovvietà, le vittorie aiutano e le sconfitte deprimono) quanto dalla persistenza della sua macchina. E la macchina ha persistito. Macchina burocratica, fatta di organi e funzionari professionali che tengono in piedi la baracca. Macchina ideologica e programmatica, fatta di un set di idee con qualche confine che lo definisca. Macchina legale, fatta di un patrimonio di procedure che consentono e facilitano l’accesso al sistema elettorale statuale.

L’invisibilità della macchina agli occhi di molti osservatori, stranieri ma non solo, dipende dal pregiudizio che vuole i partiti degli Stati Uniti come comitati puramente elettorali, o peggio elettoralistici, che funzionano solo in vista delle elezioni. E che anche in questo caso dimentica un dato fondamentale: laggiù le elezioni sono così fitte, frequenti (a livello locale e statale oltre che federale) che persino un comitato elettorale non potrebbe che essere una organizzazione stabile, permanente. Come dicevano i politicians ottocenteschi, finiamo una campagna elettorale, facciamo una doccia, e cominciamo la prossima.

Faccio un solo esempio che mi viene facile, e che è vittorioso (ci sarà tempo per farne altri e per generalizzare il discorso, parlando anche delle sconfitte non disperanti ma potenzialmente produttive, in prospettiva, come quelle per il governatorato della Florida o per il Senato in Texas).

Che cosa ha accolto o comunque reso possibile e soprattutto reso di successo politico istituzionale l’ondata di attivismo delle donne post-Trump? Quando, dopo le marce grandi e piccole, la militanza in gruppi e associazioni di base e di vertice, sono arrivate la partecipazione al voto e un numero record di candidature a cariche pubbliche che sta diventando un numero record di donne elette, le più diverse fra loro? E’ stato il partito democratico di Hillary Clinton, della sua sconfitta ma anche della sua avventura pathbreaking e in generale della storia che lo caratterizza. La macchina c’era, era disponibile e le attiviste se la sono presa, in alcuni casi – che i clintoniani lo volessero o no.

Potevano rivolgersi altrove, tentare un’altra strada, soprattutto le più radicali fra di loro? Penso alla newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez, che sarà la più giovane deputata alla Camera della storia nazionale. A cosa deve il suo successo, oltre che al talento e al carisma? Al fatto che la macchina democratica ha offerto l’opportunità delle primarie e che, una volta vinte le primarie, ha garantito una candidatura in un collegio ultra-sicuro, in cui i democratici vincono da sempre (ha preso il 78% dei voti, il suo predecessore, da lei sconfitto alle primarie, nel 2016 aveva preso il 75%). Sarebbe stata la stessa storia se si fosse presentata da socialista qual è con un piccolo partito socialista? Ditemi voi.

Categories: Elezioni, partiti

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