Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Archivio. Sadici ringraziamenti (1990)

$_3La riconoscenza per il coniuge paziente nelle prefazioni dei libri americani

(il manifesto, mercoledì 14 marzo 1990)

I ringraziamenti al coniuge, che gli autori americani premettono ai propri libri, sono un piccolo genere letterario. Rivelativo delle dinamiche di coppia: blandi sadismi e romanticherie stucchevoli

«Ruth ha condiviso le fatiche di questo libro dai primi appunti alle ultime bozze. Senza il suo aiuto allegro e sereno, non sarebbe mai stato scritto» (1958). «Mary ha preso appunti, battuto a macchina, controllato la sintassi, fatto gli indici…» (1973). «Caroline ha letto l’intero manoscritto; ha incoraggiato, incitato, riorganizzato, consolato, corretto, e infine stabilito una serie di scadenze, una delle quali ho finalmente rispettato» (1987).

I «ringraziamenti» (acknowledgments) che nella produzione saggistica di lingua inglese accompagnano normalmente il testo, contengono quasi sempre una nota personale. Dopo colleghi dispensatori di buoni consigli, e fondazioni dispensatrici di denaro, l’autore (e in questo caso mi riferisco esclusivamente a saggisti americani) ringrazia il coniuge per il suo contributo al felice compimento dell’impresa intellettuale. Queste citazioni registrano un dato di continuità storica che è senza dubbio prevalente: il «coniuge» è la moglie, e il suo contributo, così come è visto dal marito, è un casalingo cocktail di lavoro sporco e buoni sentimenti. Insomma: «modi gentili e dattilografia accurata».

Una analisi più attenta, per quanto non sistematica, rivela tuttavia un quadro più complesso, e in cambiamento. Questa parte troppo trascurata di un elemento importante del paratesto (secondo le definizioni che ne dà Gérard Genette), è in grado di gettar luce sulla microstoria dei cambiamenti della famiglia intellettuale-accademica americana, dal secondo dopoguerra a oggi.

Il marito docente universitario e la moglie senza un impiego al di fuori della famiglia: questa sembra essere la norma fino agli anni Sessanta, che consente i rapporti ancillari di cui ho detto. Sono rapporti che talvolta sfiorano la dimensione sado-masochista: «mia moglie, che non ha mai avuto nulla del piacere, e ha sopportato con gioia la parte più noiosamente faticosa, della preparazione di questo libro» (1944). Ed è, ahimé, lo stesso autore a fare un vero e proprio salto nell’horror qualche anno dopo: «non c’è modo adeguato di ringraziare la mia seconda testa, il mio terzo braccio – mia moglie» (1951).

E’ possibile imbattersi, ma sono una rarità, in relazioni più dinamiche, percepite come meno paciose, meno a senso unico. «Anche se non ha fatto alcuno dei lavori da dattilografa che sono generalmente lodati…», dice della moglie, con orgoglio, uno storico liberal, Carl Degler, nel 1959. E vent’anni dopo, così conclude la prefazione del suo ultimo libro: «dopo tutto, è più di trent’anni che discutiamo sulle donne e sulla famiglia [il tema del libro] e ancora non siamo d’accordo».

Ancora più rari sono i freaks, che programmaticamente sfidano le regole del genere. Uno storico radical della stessa generazione di Degler, William Appleman Williams, produce con gusto prefazioni che sono vere e propri autobiografie, dove frequentazioni intellettuali, politiche, e dei bar all’angolo, si miscelano con amicizie e amori. Al lettore, ignaro del contesto, può risultare persino imbarazzante la dedica a una donna accompagnata dai versi di Rock Me Gently di Andy Kim: «Non è forse bene, non è forse giusto, che tu sia con me questa notte…»

Anche nelle versioni più tranquille, comunque, la preparazione di un libro è descritta dagli autori (maschi) come una bufera intellettuale, alla quale la coppia riesce a stento a sopravvivere; e il libro è una terza presenza fisica, inquietante. Volta a volta, la moglie «ha vissuto [con il libro] sin da quando ci siamo sposati»; ovvero «ci ha sopportati entrambi, con grande pazienza», «ben oltre i suoi doveri familiari».

Quando la coppia ha figli, lo stress domestico aumenta ulteriormente, così come aumentano le paterne recriminazioni, agro-dolci, ipocrite. «Non fosse stato per le deliziose distrazioni di Peter e Elisabeth, [questo libro] sarebbe stato pubblicato più rapidamente». «Le costanti interruzioni (piacevoli o meno) dei miei due figli non hanno contribuito a un rapido completamento di questo lavoro…» Alcune situazioni possono essere molto patetiche: «Sono felice di poter finalmente dare una risposta affermativa alla loro domanda, “Non hai ancora finito, papà?”». Alcune soluzioni, molto poliziesche: «Wendy ha tenuto a bada i bambini mentre cercavo di trasformare vaghe nozioni in affermazioni coerenti».

Quest’ultima soluzione, vecchio stile per quanto recente (1980), si scontra ormai con alcuni drastici cambiamenti nella struttura familiare. Dagli anni Sessanta in poi, sempre più spesso la compagna di vita del professore ha un proprio lavoro indipendente. Ciò non scoraggia affatto le pretese maritali sul suo tempo: «Sandra è riuscita a trovare il modo, malgrado il suo impegno a tempo pieno, di passare sul manoscritto tante ore quante ne ho passate io» (1963). «Malgrado i suoi impegni professionali, ha trovato il tempo di rimuovere gli ostacoli dal mio cammino…» (1982).

Ma la dolcezza del vivere dell’ancien régime sembra scomparsa per sempre, almeno in quei settori maschili dell’accademia toccati dal movimento delle donne. Svanite le eco rassicuranti di rumori di cucina, di notturne macchine da scrivere, molti uomini sembrano aver perso la capacità (e forse le ragioni) di esprimere la propria gratitudine. Negli anni Ottanta, trionfa così l’ineffabile romantico, poco impegnativo: «A Betty devo molto di più di quanto possa qui riconoscere». «Non c’è modo che possa rendere qui la misura del mio amore». «E’ troppo meravigliosa per le parole». Chi ha ancora le parole per dirlo, si rifugia nell’elogio delle virtù intellettuali: saggezza, conoscenza, critiche penetranti, attenzione ai problemi più profondi, acutezza intellettuale.

Ormai anche le donne sono entrate nell’accademia, scrivono libri e, inevitabilmente, ringraziamenti familiari. La loro appropriazione di un genere così tradizionale non può che portare a un linguaggio ironico, talvolta blandamente militante. «Per quanto la mia famiglia non mi conceda anni sabbatici, sono grata, come sempre, a mio marito e ai figli, che hanno offerto tutto il sostegno di cui erano capaci». «Intellettualmente e materialmente devo molto a Henry. Ha trascritto nastri, battuto a macchina il manoscritto, e fatto più del suo 50 per cento dei lavori domestici…» I figli, non più solo degli adorabili rompiscatole, possono emergere come una sorta di assicurazione contro i pericoli dell’intellettualismo, carnali «radici nel mondo reale». Anche molti padri della nuova generazione hanno imparato dai figli che «i libri non sono la stessa cosa della vita».

Ma il vero problema comincia a essere quello della coabitazione nei medesimi spazi di due autori, di due vite strenue. E’ evidente che «il nucleo familiare che ha due libri in corso di stampa nello stesso momento non è né molto tranquillo né ordinato». Tuttavia: «Jeffrey ha sopportato il caos che ne è derivato con buon umore e pazienza. Era impegnato a scrivere il suo libro, e a differenza del coniuge dello storico tradizionale, non ha controllato le mie note né battuto a macchina il mio manoscritto».

La coabitazione tuttavia può essere molto più eccitante. Lui (Sean Wilentz): «Ho incontrato per la prima volta Christine Stansell un giorno d’inverno, nell’archivio storico. Da allora ha condiviso con me i suoi appunti, il suo cervello, la sua passione per la libertà di pensiero e per le cose giuste. Il resto ancora mi toglie il fiato». Lei (Christine Stansell), qualche anno dopo: «Dei grandi doni che la vita a New York mi ha concesso, il più grande è stato incontrare Sean Wilentz. La sua passione intellettuale e il suo sostegno emotivo hanno dato un contributo incalcolabile alle mie ambizioni e ai miei desideri. Guardando agli anni in cui l’ho conosciuto, un periodo contiguo alla stesura di questo libro, mi torna alla mente un verso di Louise Bogan: “Ora che conosco a memoria il tuo cuore, vedo”».

In questo scambio, il linguaggio post-femminista, metropolitano, di origine radical, raggiunge la perfezione. Scintille di erotismo teso e cerebrale, intrecci di passioni intellettuali, consapevoli rovesciamenti di ruolo, uomini emotivi e donne ambiziose e desideranti, donne che vedono e uomini che restano senza fiato.

Si tratta comunque di eccezioni. Queste note personali, che, con rigore quasi mai disatteso, concludono gli acknowledgments continuano a trasmettere al lettore un sapore intensamente domestico, familiare, talvolta dolciastro, del lavoro intellettuale. E devo ammetterlo: là dove mancano, là dove i ringraziamenti si troncano brutalmente all’ultimo collega, o all’ultima fondazione, non si può fare a meno di sospettare l’esistenza di solitudini da single, si matrimoni infelici o falliti, di vite mutilate e aride. Che gettano una luce sinistra sull’intero testo che segue.

Categories: cultura di massa

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