Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il sogno americano del “terzo partito”

 

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Elucubrazioni (anche di fantasia) sulla possibile candidatura indipendente di Michael Bloomberg

Sembra la cosa più sensata del mondo quella immaginata, secondo il New York Times, da Michael Bloomberg, l’ex sindaco di New York. E cioè: se lo scenario che si delinea per le elezioni presidenziali di novembre è quello di un partito repubblicano molto di destra con Donald Trump o Ted Cruz, e un partito democratico molto di sinistra con Bernie Sanders, si apre una prateria di centro in cui è possibile mietere i voti moderati dell’uno e dell’altro partito. Vale la pena di provarci presentando una candidatura indipendente, la sua. Di risorse per farlo, ne ha in abbondanza.

Bloomberg è un multimiliardario (altro che Trump), potrebbe investirci giusto un miliardo di dollari dei suoi risparmi.

Il buon senso standard suggerisce di fare subito i soliti conti, il classico “a chi giova?” A chi dei due candidati principali porterebbe via più voti? E quindi, chi condannerebbe alla sconfitta? Bloomberg è un conservatore fiscale di Wall Street, ma è anche un liberale sulle questioni culturali, è a favore dei diritti dei gay, della libertà di scelta sull’aborto, del gun control, è contrario alla chiusura dei confini agli immigrati messicani o musulmani. Potrebbe appunto, in generale, attrarre consensi da entrambe le parti. Per le analisi più raffinate, si vedrà.

Oppure, più semplicemente, perché farsi mancare un buon retroscena, quasi una teoria cospirativa? Eccola qui infatti. L’uscita di Bloomberg, dicono alcuni, è un bluff. In realtà è un ricatto nei confronti dei democratici: se non scegliete Hillary Clinton, sua buona amica, scende lui in campo e vi mette nei guai. Lo stesso ricatto potrebbe valere nei confronti dei repubblicani, a favore dell’establishment sconcertato dagli estremisti che dominano le loro primarie. (Mentre la reazione di Trump è stata, del tutto in tono con il personaggio: fatti sotto, ci divertiremo.)

Ci potrebbe stare anche un ragionamento più complesso, che prescinde dalle intenzioni immediate dei protagonisti e che si avventura, lo so ben, nella fantapolitica. Una candidatura indipendente di qualche successo potrebbe avere un impatto drammatico sul sistema politico americano. Potrebbe essere, in prospettiva, un primo passo verso il mitico “terzo partito”? Ci sono le condizioni per rompere davvero il venerando bipartitismo americano? Per pensare alla nascita (perché di nuova nascita si tratterebbe, per tutti) di tre partiti che rispecchino più da vicino le diverse culture politiche del paese? Insomma un sistema multi-partito?

Dopotutto, non è quello che è successo in altre democrazie occidentali che in questi anni hanno attraversato crisi economiche, sociali, politiche simili a quella degli Stati Uniti?

Nel caso degli Stati Uniti, produrrebbe il caos?

Dal punto di vista di Sanders, avrebbe un aspetto interessante. Non credo che pensi a questo, quando ne parla. E tuttavia un partito democratico un po’ più piccolo ma più omogeneo (meglio meno ma meglio?), liberal-newdealista nel programma e nell’elettorato, sarebbe un effetto della “rivoluzione politica” che invoca a ogni pié sospinto. Un effetto paradossale. Perché molti nella sinistra radicale gli rimproverano di essersi venduto al mainstream, di non aver tentato lui stesso la strada della politica indipendente. Ora potrebbe dire che a prendere quella difficile strada ha costretto qualcun altro.

E’ comunque vero che la sua azione dentro un major party – la sua e, in verità, quella degli ultra-conservatori sul fronte opposto – hanno costretto qualcun altro almeno a pensarci.

Al di fuori di queste ultime elucubrazioni ipotetiche, piene di tempi al condizionale e punti interrogativi – la strada della politica indipendente negli Stati Uniti è difficile per chiunque, persino per un miliardario. Lo è perché i vincoli istituzionali sono stretti, anche per una semplice terza candidatura personale. Lo sono ancora di più per un terzo partito che voglia essere un protagonista stabile della vita pubblica. Il sistema elettorale americano, a livello presidenziale anche per mandato costituzionale, non è fatto per queste cose.

Ma questa è un’altra storia, per un altro post.

Categories: campagna elettorale, presidenza

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