Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Sul diritto del popolo alle armi negli Stati Uniti

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Violenza rivoluzionaria, violenza civile, violenza privata: sul diritto del popolo alle armi negli Stati Uniti

Traccia di intervento alla Giornata di studi in onore di Gabriele Ranzato (Università di Pisa, 7 febbraio 2013) sul tema “Considerazioni storiche e culturali sulla violenza: guerra, guerra civile, rivoluzione”.

Gli Stati Uniti sono un paese che nasce da una rivoluzione popolare e da una Dichiarazione di indipendenza – che proclama il diritto alla rivoluzione e alla violenza rivoluzionaria, e che afferma se stessa con le armi. Un paese che, dopo più di due secoli, continua a celebrare quella rivoluzione come atto di nascita – senza soluzione di continuità. In cui la retorica pubblica ma anche la cultura politica e sociale diffusa – continuano a coltivarne (della rivoluzione) una memoria attiva e presentista, come se fosse successa ieri. In cui volentieri si ripete il mantra che la rivoluzione continua a fertilizzare la società, è ancora una forza propulsiva di cambiamento. Insomma – il mantra che la rivoluzione americana non sia mai finita.

Che fare allora della memoria e della retorica della violenza che sono associate alla rivoluzione stessa? Continuano anch’esse ad agire nella società, con qualche sorta di legittimità originaria? Questa è la suggestiva domanda iniziale di un tema enorme. Un filo conduttore specifico, sintetico, focalizzato per esplorare alcune possibili risposte a questa domanda – lo trovo nella discussione che si è rinnovata negli Stati Uniti, in queste ultime settimane, sul significato del Secondo emendamento alla Costituzione, quello sul diritto dei cittadini ad avere armi. Una discussione drammatica, ma affascinante dal punto di vista storico e storiografico – che ha prodotto parecchia ricerca.

Una ricerca che invece per me è solo agli inizi. Di cui dirò solo alcune cose. Intanto anticipandone subito qualche conclusione, molto provvisoria. E’ evidente all’analisi storica che il testo del Secondo emendamento parla di violenza militare organizzata nelle milizie degli Stati – al termine di una rivoluzione. Questa evidenza filologica, tuttavia, non risolve il problema dell’interpretazione che di quell’emendamento è stata data da chi lo lesse allora, e del significato che ha assunto nei secoli successivi fino a oggi. Il testo è esplicito. Il sottotesto politico, culturale e sociale è ambiguo, complesso, conflittuale – e per questo è interessante.

Il rapporto fra testo e sottotesto ha generato una sorta di “popular constitutionalism” – una intepretazione popolare della costituzione che ha trasformato in senso comune, fondato sulla memoria attiva della rivoluzione, l’idea che il diritto alle armi sia un diritto individuale, civile di tutti. Fino al punto che  il senso comune è stato fatto proprio, consacrato negli ultimissimi anni dalla stessa Corte suprema federale e infine dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. In questo intervento non arriverò, non posso arrivare fino a questi sviluppi contemporanei. Presenterò alcune considerazioni sulle origini settecentesche di questa controversia, con alcune code finali che alla contemporaneità introducono soltanto. Continua a leggere qui.

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Categorie:Cultura politica, violenza

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